Intervista a Marina Salucci, autrice de “L’acero delle stelle”

FFFVuoi parlarci del libro “L’acero delle stelle” che hai appena pubblicato con la casa editrice Leucotea?

Questo romanzo è la storia di un uomo che si è perso: si chiama Gialmiro Turani ed è il miglior programmatore di videogiochi violenti del mercato. Per fare carriera ha abbandonato tutto, compresi i sogni e gli affetti. E avanti così, con i suoi giochi in vetta alle classifiche, con i soldi a palate, finché una sera, una sera ventosissima, un ramo d’acero gli entra in casa dalla finestra aperta, con uno schiaffo in piena regola. È l’inizio di una crisi fonda, lacerante, che lo porterà a guardarsi dentro, a scandagliarsi e a non riconoscersi più. Dolorosamente Gialmiro prenderà consapevolezza dell’aridità della sua carriera, che l’ha portato a vendere violenza nel cuore di una città senza vita, che muore ogni giorno nella mancanza di rapporti umani e nelle scelte pericolose del potere. Ormai deciso a non fermarsi, si mette in viaggio in cerca di se stesso, e sale fino al bosco, dove percorrerà un lungo cammino per trovare l’acero, il respiro della vita, il coraggio delle scelte difficili.

Se potessi incontrare uno dei tuoi personaggi, quale sarebbe e perché?

In questo caso decisamente sarebbe “il vivo”, il senzatetto che Gialmiro incontra nel deserto notturno della sua città e diventa la sua unica guida. È l’unica presenza animata, l’unico che non si è fatto uccidere dalla colata di cemento che ha invaso ogni cosa: ha in sé germi di saggezza e di umanità da regalare. Spesso ho pensato che le persone che vivono ai margini della società, non in linea con i suoi slogan e le sue illusioni, possano conservare in sé valori preziosi, di grande aiuto. Mi piacerebbe potergli parlare, ma parlare davvero, così come ha fatto finalmente Gialmiro.

A chi ti ispiri nel dar vita ai tuoi personaggi?

A un certo punto, sia la storia, sia i personaggi cominciano ad aleggiarmi intorno, passo dopo passo, a organizzarsi, e allora li inseguo subito con la penna, a vedere dove mi portano. Quando poi li analizzo in seguito, trovo in loro pezzi di me, di chi ho incontrato, delle esperienze, dei sogni, delle letture. dei paesaggi… Insomma, nella scrittura non si butta mai via niente.

Fai una scaletta del tuo romanzo, una sinossi prima della stesura del manoscritto? Come fai convivere l’aspetto pulsionale con quello razionale della scrittura?

No, non c’è nulla di prefissato, per me la scrittura è un’avventura, le idee ti saltano nella testa come grilli, si parte e non si sa dove si arriverà. Determinare troppo mozza la testa alle possibilità che si incontrano durante il cammino. Certamente, una volta che si arriva sulla vetta della fine, allora la pancia lascia il posto alla testa, che taglia, lima, controlla, omogeneizza, dà coerenza al testo. Per fortuna abbiamo tutte e due. Per me è più piacevole il primo momento, ma sono consapevole che il secondo è oltremodo necessario.

C’è stato un momento in cui hai pensato di abbandonare la scrittura o l’idea di pubblicare il tuo libro?

La pulsione alla scrittura è una pulsione comunicativa. Si crede di avere qualcosa da dire e si scopre che la modalità con cui ci si riesce meglio è scrivere. Purtroppo, strada facendo, ci si accorge di quanto sia lungo e difficile il cammino, quale impresa sia trovare un editore serio e spesso ci si scoraggia. Sorge la domanda infida: “Ma chi me lo fa fare?”. Si capisce poi che è un’esigenza interna difficilmente sopprimibile, e si risorge con più determinazione, e si va avanti passo dopo passo, finché prima o poi i risultati arrivano. E anche l’editore serio.

Quali scrittori, del presente o del passato, sono stati importanti per te, e che cosa ti hanno insegnato?

Quando ero ragazzina, nei miei giri in libreria, incontrai “Le Cosmicomiche”, di Italo Calvino. Pensai: “Questo tipo deve essere davvero speciale, perché abbinare il cosmico, davanti al quale ci si perde e ci si spaventa, con il comico, non è per niente facile”. Era vero. Da allora leggo e rileggo Calvino, che ringrazio per avermi insegnato che la letteratura deve togliere peso alle cose e agli avvenimenti e dunque niente di meglio che la leggerezza per affrontare la pesantezza del vivere. Voglio citare inoltre Josè Saramago, il Nobel portoghese che mi è entrato dentro per il suo periodare fluente e solo apparentemente complesso, per le sue innovazioni nella punteggiatura, per le sue storie dove la realtà e la favola convivono con armonia, e scavano all’interno dell’avventura umana, sottolineando gli errori ma anche la grande ricchezza.

Hai altri libri nel cassetto o progetti di pubblicazione?

Entrambi. Attualmente sto revisionando un romanzo breve, un’altra narrazione di “crisi”, sullo sfondo del nostro presente spesso nutrito di falsi valori. Ma già ho captato certe storie che vagano nell’aria, e che, come ha detto De Carlo nella sua prefazione alla nuova edizione di “Due di due”, non aspettano altro che “di farsi raccontare e spargere intorno parole, sguardi, gesti, nomi, suoni, odori”.

Che cosa ti piacerebbe lasciare impresso nella memoria dei tuoi lettori?

Vorrei che trovassero ciò che serve loro in quel momento, esperienza che io ho provato spesso nella lettura. Una frase che scuote, che ti fa vedere tutto in modo diverso, un’emozione insperata che ti dà coraggio, che apre un mondo nuovo, dove scopri che i sogni sono roba da ingenui soltanto per chi non riesce a realizzarli.

Che cosa ti piace fare nel tempo libero?

Sono una ciclista e una camminatrice. Arrivare alla meta tramite la fatica del tuo corpo, in mezzo alla natura, è un’esperienza di grande benessere. Ti senti pacificato, il corpo e la mente viaggiano insieme, diventi più ricettivo e i problemi si ridimensionano. Devo dire che spesso le idee risolutive per una storia su cui hai studiato tanto alla scrivania arrivano quando sei in movimento nel bosco o davanti al mare. Scrivere, in fondo, non ha orari, e vivere neppure.

 

 



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