Parola a Carlo Pellegrino, autore del romanzo “Prima del tempo”

Intervistiamo oggi il professor Carlo Pellegrino, già autore del romanzo E dopo venne ieri (Dante & Descartes).

IMAGE_FILE_102919 Vuole parlarci del suo libro Prima del tempo, da poco uscito per i tipi di Ad Est dell’Equatore?

 Con piacere, in fondo i libri sono occasioni per riflettere, mi piace immaginarli come pontidi parole che tessono relazioni fra persone, soprattutto in tempi di separazione come i nostri. In realtà questa storia nasce dal bisogno di fare il punto sul ventennio appena passato e siccome la contemporaneità accorcia la vista mi pareva più opportuno parlarne ricorrendo alla letteratura piuttosto che a un taglio giornalistico privo peraltro di documentazione attendibile. La storia, si sa, ha bisogno di distanza per essere letta correttamente, altrimenti si finisce nel regno delle opinioni. Inoltre è mia convinzione che la letteratura è più libera e può raccontare meglio certe congiunture.

Come è stato deciso il titolo del suo romanzo?

 Lei sa che il mio primo romanzo ha come titolo “E dopo venne ieri” volevo che il tempo costituisse un tema ricorrente anche in quest’altro lavoro e che fosse un’occasione per riflettere sull’ossessione collettiva della velocità; ma oltre a questa generale motivazione ci sono almeno tre ragioni che mi hanno suggerito questo titolo. C’è un’espressione dialettale napoletana piuttosto ricorrente. “Primme do’ tiemp’” significa che devi fare in fretta per fare una certa cosa, prima del tempo appunto, profitto, danaro, carriere, tutto avviene nel timore che qualcuno arrivi prima di te, sicché non ci si dà più tempo di maturare esperienze né di costruire aspettative a medio o lungo termine e allora memoria di avvenire e promesse di passato si schiacciano su un presente paralizzante e smemorato, incapace di produrre idee, tracciare prospettive che anzi diviene terreno fertile per la proliferazione di corruzione e strafottenza sarà perché l’idea del darwinismo sociale impera e si traduce in una fissazione psichica di competizione presente ovunque e sempre, in ogni agire. Penso che questa sia una delle più serie e preoccupanti conseguenze del liberismo politico che, non dimentichiamolo, è una forma di anarchia economica legata all’individualismo più sfrenato e lontano da ogni genere di solidarietà sociale.

In realtà la vicenda dei protagonisti è costruita intorno a una circostanza che richiama questo genere di corsa. Ma questo aspetto costituisce la trama più esile di una lettura diciamo di superficie. La seconda ragione riguarda il ventennio appena scavalcato. Verrebbe da chiedersi infatti: prima di quale tempo? E allora meglio precisare che il “Prima” è riferito all’ultimo ventennio durante il quale ha prevalso un’ossessione anestetica, a-dialettica che ha fiaccato ogni coscienza critica. Adesso pare che il “tempo” abbia ripreso a scorrere, non saprei dire in quale direzione ma è già qualcosa. Il terzo motivo del titolo deriva dalla mia volontà di rivisitare allegoricamente “L’Agamennone” di Eschilo. In quella tragedia regna ancora la “Nemesi,” la vendetta. Atena non è ancora subentrata per introdurre il diritto con il processo a Oreste trasformando le feroci Erinni in giudiziose Eumenidi. In qualche modo è un tempo pregiuridico, In momenti come questi, di crisi della giustizia, di fragilità del diritto, mancanza spesso di certezza delle pene, Eschilo torna drammaticamente attuale, rievocando il vuoto giuridico che la globalizzazione ha generato. Si pensi soltanto alle complicazioni nate con i flussi migratori. Non è un caso che la protagonista della storia sia un’immigrata.

Il suo romanzo rievoca la tragedia classica. Quali sono gli elementi che a suo parere più richiamano questa condizione della letteratura e dell’esistenza che è la tragedia?

Anche in questo caso siamo di fronte a una tripartizione. La trappola psicologica dell’eroina tragica consiste nel fatto che nessuna delle protagoniste delle tragedie Clitennestra, Antigone, Medea poteva sfuggire al proprio destino qualunque fosse la scelta, Regina, La protagonista della storia in fondo ripercorre l’itinerario dell’anima che va dal Pathos alla scelta fino al destino ineluttabile di un gesto definitivo, sofferenza, scelta, destino, non approdano a esiti dove si contrappongono salvezza o condanna, Regina è tragicamente costretta come un’eroina greca ad affrontare una situazione in cui l’agire e il non agire sono i due volti di una medesima condanna che non prevede salvezza. C’è una ferocia inveterata che ancora oggi carica sulle donne le contraddizioni più stridenti del nostro tempo.

La sua è un’opera di incontri, fra etnie, culture, classi e strati sociali, generazioni e questo dà luogo a combinazioni di situazioni dagli esiti imprevedibili. Uno dei temi che si profilano, sempre restando nell’ambito della tragedia, è anche quello della possibilità e della impossibilità dell’incontro. Le andrebbe di parlarci di questi aspetti?

 Ho provato a raccontare la frantumazione dei rapporti fra gli uomini, ciò che in fondo ci ha resi una moltitudine di solitudini, ma se questo è un risultato evidente che è sotto gli occhi di tutti che provoca sofferenza e incomprensione, non ne sono altrettanto evidenti le ragioni che sono molteplici, complesse e vengono da lontano, che chiamano in causa questioni mai sopite e che riguardano domande filosofiche quali: l’uomo è una creatura buona o malvagia? La libertà è una conquista o un privilegio? E l’etica è una chimera dell’agire? Oppure una possibilità che sciupiamo per pigrizia, per egoismo, per mancanza di volontà? Fatto sta che la vita è divenuta come la lettera rubata di E. A. Poe sta sotto gli occhi di tutti con la sua verità eppure nessuno la vede cercando sempre altrove magari provocando disastri.

In questa sua opera, come nel suo romanzo precedente, un “personaggio” di punta è ancora una volta Napoli. A suo parere è sempre la stessa Napoli o è una Napoli dai contorni diversi?

 Napoli è la mia città, è naturale perciò che si profili come la quinta scenica delle vicende che racconto, e tuttavia confesso che quando scrivo provo sempre a rifuggire gli agguati del compiacimento folcloristico, dell’immagine oleografica. Credo vi siano due fronti di abuso ricorrenti nelle narrazioni ambientate a Napoli. Uno riguarda la captatio benevolentiae di coloro che approfittano della dimensione tragicomica connaturata al temperamento antropologico, facendone un’occasione di vere e proprie fortune letterarie e commerciali. Un altro fronte è costituito addirittura dalla tendenza a sottolinearne l’inventiva criminogena assegnandole il triste primato di capitale del crimine. Credo che entrambe le cose appartengano a ciò che definirei ciarpame culturale. La mia è una città che reclama approcci seri, la sua complessità è una cartina di tornasole di contraddizioni che riguardano l’intera società italiana se non addirittura del mondo. In questo senso Napoli è cambiata ed è rimasta uguale esattamente come il resto del nostro Paese mutato nella sua tragica fissità.

Quali fattori la motivano di più a raccontare di Napoli?

 La sua bellezza struggente, il senso di tolleranza di cui è pregna e soprattutto, me lo lasci dire con una frase contenuta nel libro: la consapevolezza che al di là di tutte le convenzioni “Apparteniamo alla nazione unica della vita” mi pare questo lo spirito che aleggia nei comportamenti dei napoletani e che spesso produce una comprensibile fierezza di appartenenza.

Quando lei scrive ha in mente un lettore o un tipo di lettore in particolare?

Lo sforzo maggiore che affronto è quello di rendere la mia scrittura accessibile a tutti, e tuttavia provo ad imitare la filigrana delle banconote che è formata da trame sovrapposte che si possono scorgere scrutandole in controluce. In questo modo ciascuno può coglierne gli aspetti più conformi alle proprie aspettative, sensibilità e livelli interpretativi.

Il suo romanzo narra una storia dalle risonanze universali, ma è ambientato nei primi anni Novanta, dunque in un periodo che presenta affinità peculiari con gli anni che stiamo vivendo. Si pensi al clima politico-sociale, oltre che della congiuntura economica, per non parlare dei più recenti sentori di nuove Tangentopoli. Trova che questi apparenti corsi e ricorsi storici – per restare fra concetti eminentemente napoletani coniati dal suo grande conterraneo Vico – si riflettano anche nell’essenza narrativa della sua storia, capace di parlarci di noi, oggi, nonostante la distanza di un ventennio?

 G.B Vico riteneva che gli uomini potessero conoscere la storia proprio perché ne erano gli artefici, per questa la definiva addirittura “Scienza nuova” ma se la storia, quella ufficializzata, non quella ufficiale, si avvale delle menzogne dei protagonisti, e naturalmente di un certo atteggiamento prono degli intellettuali rendendo la verità inconfessabile, anche per chi dovrebbe presidiarla per i ruoli che svolge, allora la verità finisce in fondo al mare e a meno che gli uomini non decidano di intervenire uscendo da questa fissità gattopardesca e fare un poco di luce in più su un passato che non passa, più che di affinità parlerei di continuità con le vicende di tangentopoli, addirittura oserei dire di sistematizzazione di un metodo, altro che questione morale, il ventennio ha messo una pietra tombale sulle aspirazioni di E.Berlinguer. Io credo che il peccato originale stia nell’avere mescolato politica ed economia senza stabilire regole certe sui rispettivi ruoli di questi due mondi ma sono problemi complicati che delineano scenari in cui la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. Quel che posso dire con buona approssimazione al vero malgrado l’assenza di prove è che l’idea di criminalità e se vuole di mafia a cui siamo abituati, rispetto a quanto accade è un fenomeno folclorico.



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