Intervista a S. Dessié e J. Padefot, intorno a “Nessun errore”

Intervistiamo di seguito S. Dessié e J. Padefot, intorno al romanzo “Nessun errore”, un romanzo-verità che colma un vuoto editoriale enorme intorno a un fenomeno di cui si parla ancora poco pur essendo di grande importanza nel mondo contemporaneo: l’utilizzo e le funzioni dei mercenari nei conflitti odierni.

Sappiamo che il libro è entrato nella TOP100 dei libri più venduti, su Amazon. Come ci si sente “gomito a gomito” con Ken Follett, Lee Child e Camilleri? 

Sono un po’ confusa, mi sento come se nonostante il titolo del libro ci sia qualche Errore nel conteggio delle vendite! Forse alcuni giornalisti che parlavano di Padefot anni fa avevano ragione quando sostenevano che per il mondo comune sarebbe stato interessante scoprire cosa accade dietro le quinte delle… missioni di pace e mi auguro che stia avvenendo proprio questo.

Signora Dessié, quando e perché ha iniziato a scrivere questo libro?

Nel 2008 ho conosciuto il colonnello Padefot. Non sapevo assolutamente che fosse un mercenario, ma il suo strano modo di vivere mi incuriosiva: era irreperibile per un mese intero ed era libero da qualunque impegno lavorativo per un altro mese! Quale persona vive così? Uno che ha una doppia vita? Se anche avesse avuto una doppia vita, a maggior ragione per non destare sospetti, non avrebbe dovuto sparire letteralmente per periodi così lunghi. Con una serie di “zig zag” di domande, sono riuscita a farmi dire cosa stesse facendo, ma quando con titubanza mi ha rivelato che faceva il mercenario per un momento mi è parso di saperne meno di prima: mercenario? Al giorno d’oggi? E per chi?

Una volta entrata in questo mondo parallelo non ho potuto fare a meno di pensare che avrei dovuto raccontare al mondo “normale” che esiste questa strana realtà e che quello che sappiamo dai mass media è solo una parte di verità opportunamente riveduta e confezionata.

Il dubbio era tra un romanzo e un libro di cronaca, ma nessuna delle due soluzioni mi soddisfaceva completamente. Alla fine ho scelto di miscelare le due forme, perché se è vero che di romanzo si tratta, è altrettanto vero che non ho “romanzato” nulla, non ho inventato nulla per rendere più accattivante lo scritto e ho cercato di essere molto precisa anche nelle descrizioni per lasciare poco spazio alla fantasia e dare tanto spazio all’informazione autentica, anche se ovviamente ho dovuto nascondere dei nomi e degli indirizzi.

Oltre alle missioni sono raccontate anche le giornate di vita “quasi normale” del colonnello nelle quali lui ha cercato con tutte le sue forze di ricostruire la situazione affettiva con la sua compagna che l’aveva lasciato in precedenza. Quindi un comandante determinato e coraggioso in battaglia e un uomo sofferente e in grande difficoltà nelle questioni di amore della sua vita, vita che di normale aveva ben poco considerando che ogni mese di licenza era vissuto con il fondato timore che fosse l’ultimo.

Libri su storie vere guerra, testimonianze sulle guerre recenti, in uno dei migliori libri di guerra contemporanei

Da dove nasce principalmente, oggi, la necessità di arruolare eserciti mercenari composti da persone di tanti Paesi differenti?

I governi occidentali hanno la necessità politica di non inviare contingenti militari importanti per non concedere alle opposizioni argomenti di grande valenza elettorale. Nessun governo europeo può permettersi attualmente di passare per guerrafondaio; ma purtroppo con piccoli contingenti limitati nella loro efficacia dai vincoli delle missioni di pace, le guerre si perdono. I mercenari impegnati nei vari teatri bellici non vengono conteggiati nel computo delle forze in campo. I morti mercenari non vanno a incrementare il numero di vittime provocate dalla cosiddetta missione di pace e non devono essere discussi né giustificati nei vari parlamenti.

 

Ritenete che le compagnie militari private e le agenzie di mercenari svolgano un ruolo particolare nell’ambito delle guerre per procura e delle guerre di informazione?

È evidente che sia conveniente per tutti limitare i teatri di guerra in territori preferibilmente lontani. In queste guerre vengono impiegati esclusivamente armamenti convenzionali non essendo ipotizzabile né sostenibile, in nessuna sede, l’impiego di armi nucleari e di distruzione di massa. Teoricamente questo tipo di guerra dovrebbe evitare vittime civili. Non sempre però questo si realizza, ma certo le vittime fra i non combattenti sono in numero molto minore rispetto a quelle che si provocherebbero con l’uso di armi nucleari (Hiroshima e Nagasaki). Al giorno d’oggi le vittime civili rappresentano un grosso problema: i governi delle nazioni che le provocano subiscono contraccolpi politici pesanti.

C’è un altro aspetto da considerare: i reparti mercenari sono composti da personale che ha già combattuto e di età più avanzata rispetto alle truppe regolari. Questi fattori non sono affatto trascurabili nell’esito degli scontri di guerriglia. Il controllo delle emozioni, il fatto di non vivere situazioni drammatiche nuove determina un risultato nettamente superiore dei reparti mercenari rispetto ai risultati ottenibili da reparti formati da ragazzi di vent’anni.

 

Che tipo di ricerca ha dovuto affrontare prima e durante la stesura? In che modo avete collaborato con la persona che ha vissuto sulla propria pelle queste esperienze di vita da mercenario?

Inizialmente ho soprattutto dovuto prendere coscienza di quanto i mercenari siano presenti in tutte le guerre contemporanee. Io non sono mai stata particolarmente interessata a questo genere di argomenti quindi ho sempre assorbito le notizie passate dai mass media senza troppa riflessione né critica: per me, le missioni di pace erano tutto ciò che c’era da sapere. Una volta compresa la portata del fenomeno che avevo davanti e dopo aver deciso di raccontare i fatti in un libro, mi sono scontrata con la mia sconfinata ignoranza rispetto a tutto ciò che di militare avrei dovuto sapere: ovviamente non ho fatto neanche il servizio di leva, non ho mai preso in mano un’arma, quindi plotoni, catena di comando, schemi di combattimento, attacco di assaggio, di potenza, comandare alla voce erano solo una serie di parole vuote. Il primo problema quindi è stato quello di appropriarmi del linguaggio militare, poi capire come si svolgono i fatti e infine raccontarli in maniera appropriata, ma permettendo anche a eventuali lettori sprovveduti com’ero io di capire il racconto.

Ero anche a digiuno di cose banali e scontate per i più, cose come cosa si mangia, dove si dorme… tanto che il colonnello, di fronte alle mie domande o affermazioni spesso non riusciva a trattenere un sorriso (che voleva essere una risata, ma lui non ride mai!) per la mia ingenuità. Fortunatamente, armato della sua proverbiale pazienza, non solo mi ha impartito ore e ore di lezioni individuali di scienze militari, ma ha anche dedicato ore e ore a leggere ciò che scrivevo per verificare che non avessi scritto qualche sciocchezza… confesso che qualche correzione, nonostante tutto, si è resa necessaria, insomma, è un romanzo scritto da me e riveduto da lui.

 

L’attività dei mercenari è sostanzialmente uguale per tutte le guerre o ci sono differenze di fondo nell’ambito dei vari fronti contemporanei, per esempio Siria, Ucraina ecc?

In senso generale si può dire che è uguale, i mercenari sono impiegati in prima linea con compiti di annientamento dei reparti avversari. Logicamente ogni scenario di guerra ha obiettivi e bersagli diversi.

 

Quali sono state le maggiori difficoltà nella stesura di questo libro?

Una delle più grandi difficoltà è stata quella di reperire il materiale necessario: avevo a disposizione la corrispondenza e-mail tra il colonnello e l’agenzia, e tra il colonnello e il suo vice durante le missioni, ma quando si trattava di raccontare ciò che stava dietro quelle e-mail, il colonnello parlava come se tutto fosse normale e scontato, cose tipo “nel sud dell’Afghanistan abbiamo dovuto attaccare una raffineria… abbiamo avuto qualche difficoltà nel rientro perché scarseggiavano le munizioni… purtroppo sono morti tre dei miei…” A un certo punto ho capito che da lui non avrei avuto particolari a sufficienza, allora ho chiesto all’agenzia belga se fosse disposta a mettermi in contatto con altri uomini del 10° reparto.

Una volta avuti gli indirizzi di alcuni di loro, ho avuto una valanga di racconti e solo allora ho scoperto ciò che mi serviva, tra cui alcune qualità del colonnello che ignoravo e che tra i mercenari sono, a detta dei suoi uomini, assolutamente uniche. La più eclatante è che lui non ha mai lasciato a terra un ferito: anche a costo di rischiare in prima persona di essere colpito ha sempre recuperato i suoi uomini, mentre per consuetudine nel mondo mercenario, il comandante li uccide per evitare che cadano vivi nelle mani del nemico.

La cosa divertente è stata che quando il colonnello ha letto le pagine in cui raccontavo azioni di quel genere, mi ha chiesto stupito “e lei questo come l’ha saputo?” A casa ho ancora un biglietto che, nell’agosto 2009, uno dei suoi uomini gli ha consegnato quando lui è andato a trovarlo nell’ospedale di Peshawar dove era ricoverato per un proiettile nel torace: non potendo comunicare a voce perché parlava solo tedesco, il soldato ha scritto su un foglietto le sue parole di riconoscenza confidando nel fatto che il colonnello avrebbe potuto farsi tradurre lo scritto dal suo vice. Il testo, scritto con mano tremante, dice “grazie per essersi preso cura di me. Nicolas”.

Ringraziamento di un militare

Un ulteriore momento interessante è stato quando sul sito fai.informazione.it ho trovato articoli relativi a Padefot. A quel punto ho immediatamente scritto all’autore chiedendo l’autorizzazione a usare i suoi articoli. Da questo contatto, inaspettatamente ho avuto una marea di altre spiegazioni sulle consuetudini mercenarie.

Poiché la questione sesso nell’ambito mercenario occupa uno spazio rilevante non avrei potuto escluderla. Inoltre, siccome è consuetudine antica che prima della missione gli ufficiali passino una notte in lieta compagnia (compagnia pagata dell’agenzia) ho contattato anche alcune escort che lavorano regolarmente con i mercenari al fine di avere anche i loro racconti.

Per concludere, il colpo di scena assolutamente inaspettato c’è stato alla fine del 2009 quando ho avuto modo di entrare in possesso dell’indirizzo e-mail di un mullah impegnato nella guerra in Afghanistan. Oltre ad avermi raccontato la stessa guerra vista dagli occhi di un integralista musulmano, mi ha raccontato alcune leggende arabe, cioè legate in qualche modo all’Islam, ma non contenute nel Corano, e mi ha spiegato aspetti sconosciuti del loro modo di combattere, per esempio il significato simbolico che secondo loro avrebbe la decapitazione di un uomo. Ma tutto questo sarà contenuto nel terzo volume della trilogia, quindi ora non posso svelare di più!

 

C’è stato un momento in cui ha detto basta e ha pensato di interrompere la scrittura?

Sì, dopo quattro anni di lavoro per raccogliere e riordinare il materiale, e poi per redigere il romanzo, mi sono trovata a due passi dalla pubblicazione e ho avuto una crisi inaspettata: ho pensato che in fondo era stato tutto inutile, che alla maggior parte del mondo non interessa tutto questo, che l’insaziabile curiosità con la quale mi sono spinta a contatti e-mail con mezzo mondo per procurarmi quanto più materiale fosse possibile non avrebbe avuto nessuna risonanza nel resto del mondo. A questo aggiungiamo il mondo editoriale, che non prende mai in considerazione uno scrittore esordiente. È stato il “cronistadaifronti”, autore degli articoli riportati nel romanzo, che attraverso nottate intere passate a scambiarci e-mail dall’Afghanistan all’Italia, mi ha convinto a portare a termine il progetto iniziale. A breve scoprirò se aveva ragione lui a insistere o se avevo ragione io a dire che ho solo perso un sacco di tempo in cose che non interessano a nessuno!

 

Le ultime tecnologie esercitano un influsso sulla sua scrittura? Qual è il suo rapporto con computer, blog, SMS, ebook, ereader, iPad, tablet e via dicendo? Possono essere strumenti validi per pubblicare un libro con successo?

Ecco un argomento terribile per me; io non amo la tecnologia, ma devo ammettere che, senza il PC e Internet, non avrei potuto scrivere quasi nulla: vede, i mercenari sono persone particolari, a onor del vero ho conosciuto anche un carabiniere che è partito in missione come mercenario per puro desiderio di arricchirsi in breve tempo, ma la maggior parte di loro è psicopatica o ha un passato di delinquenza di vario genere, avere contatti personali con loro può alla fine costare molto caro soprattutto ad una donna. Non parliamo poi della possibilità di intervistare uno dei mullah che sul passo del Khyber aspetta che transitino i reparti di mercenari per decapitarne il comandante e uccidere gli altri uomini in nome della Jihad! Se non avessi avuto la possibilità di stare comodamente “nascosta” dietro un nickname qualunque, non avrei potuto raccogliere tutto il materiale che possiedo oggi.

Io spero che chi legge questa intervista si stia chiedendo in che lingua comunicavo con il mullah, così posso aggiungere una cosa che mi sta a cuore: comunicavamo in italiano, perché lui ha studiato medicina in Italia, e arti militari sia in Italia che in America, questo significa che per molti anni ha convissuto con altri compagni di studio, come uno qualunque di loro, fra le mura di un ateneo della Lombardia, per poi tornare nella sua terra a combattere per la Jihad, che nelle loro intenzioni non è guerra di difesa, ma è una guerra totale di conquista.

 

C’è un messaggio che le piacerebbe lanciare al mondo?

Sì, vorrei che il mondo politico fosse più attento ad arginare l’avanzata dell’Isis, che è ben altra cosa rispetto alla religione musulmana del Corano, nel Corano non c’è traccia dell’Allah a dir poco severo di cui parlano gli integralisti.

In un’e-mail del 2009 il mullah mi ha scritto testuali parole: Islam sarà il mondo Sarah, non sono stato io a deciderlo, così è scritto e così ha deciso Allah. Ecco, io oggi sento risuonare le parole del mullah come una terribile profezia. Credo varrebbe la pena riflettere.

 

La pagina Facebook dell’ebook:
https://www.facebook.com/LibroGuerraAfghanistan



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