Intervista a Ugo Busatti su crisi e crescita economica

 

Si trovano tanti libri che spiegano perché le cose non funzionano, ma libri che indichino soluzioni alternative e fattibili sono rari. Una crescita etica, del dottor Busatti, un ricercatore indipendente e professionista dell’economia e della finanza che risiede a Francoforte, colma un vuoto editoriale importante.

Busatti ci presenta un’analisi documentata e necessaria, che con un taglio divulgativo e insieme ricco di dettagli ci fa capire i segreti e gli arcani del bilancio e ci offre proposte ragionate per uscire dalla crisi economica.

Ugo Busatti (Roma, 18 ottobre 1950), risiede a Francoforte. Laureato in Giurisprudenza, ex pilota militare di aviogetti, ha lavorato al “Sole 24 Ore” e a “Panorama” nel settore economia; dal 1978 al 1980 ha lavorato in Arabia Saudita con propria impresa di costruzioni con un socio arabo, poi dal 1980 al 1983 a Milano in Borsa valori; dal 1983 al 1988 è stato libero professionista nel settore della comunicazione economica e sociale con una propria società. Dal 1992 al 1994 ha sviluppato due start up in California quotate al Nasdaq. Dal 1994 al 2000 è stato amministratore delegato della Betonutepito, società ungherese leader in lavori civili. Dal 2001 al 2011 è stato socio dello studio ITL group di Budapest, società leader in Ungheria per la promozione di investimenti in quel Paese. Dal 2012 a Francoforte collabora con alcune banche di investimento.

Quando e perché ha deciso di scrivere il suo libro Una crescita etica (Robin edizioni, 2014)?

Per natura sono un ribelle e, forse perché sono nato sotto il segno della bilancia, ho uno spiccato senso della giustizia. Lo dico nelle prime pagine del libro: quando ho visto una signora anziana non poter pagare un gelato alla cassa del supermarket, mi sono sentito rivoltare dentro e ho dato corpo, con uno studio puntuale dei conti pubblici italiani, alla fotografia attuale della nostra economia pubblica. Man mano che le cifre prendevano un ordine logico, gli sprechi, le ingiustizie, i grandi drammi si presentavano in tutta la loro gravità e mi hanno suggerito la seconda parte del libro, dove si descrive un sistema nel quale si possano coniugare due parole in apparenza contraddittorie: etica e crescita.

 

Che rapporto esiste fra la politica e le questioni relative al bilancio? Esistono problemi anche di incompetenza in rapporto a questo tipo di problemi?

Il bilancio di uno Stato si basa sulla legge di stabilità, che è frutto di decisioni politiche. Quindi è tutto concatenato. La politica decide dove allocare le risorse che le servono e qui sta il problema. La politica dice: mi serve a, b, c, d, e, f… ho bisogno di x soldi, come faccio a trovarli? E si inventa nuove tasse e imposte, dichiarandosi obbligata a mantenere gli obblighi di controllo di bilancio imposti dall’Europa (vedi Germania) e quindi giustificando una impressionante pressione fiscale con necessità non negoziabili. Finmeccanica negli ultimi due anni ha perso quanto l’IMU sulla prima casa, ma i suoi amministratori si sono messi in tasca bonus milionari. La RAI ha perso 250 milioni nel 2012, ma i conduttori alla Fazio si intascano milioni di euro sciacquandosi la bocca con slogan di sinistra. Abbiamo costi della politica che sono tra i più alti del mondo. I comuni partecipano a 7000 aziende private per gestire servizi che toccherebbero a loro (quasi tutte in perdita). Mi parla di incompetenza o di malaffare? O di entrambi?

 

Lei, vivendo e lavorando in Germania, può vedere la crisi italiana da una prospettiva più ampia e differente. Pensa che ci sia qualcosa che gli italiani faticano a vedere e che lei invece osserva più facilmente dalla sua prospettiva?

Questa è una bella domanda. Non possiamo dare la colpa o i meriti di quello che accade ai governi solamente. Ci sono i popoli che compongono la società. Basta guidare l’auto per accorgersi quali sono le differenze. In Germania i fari si fanno per dire, “prego, passi pure…” da noi si fanno per dire, “sta’ fermo, passo io”. Se vai in un posto a farti una lastra, ti chiedono l’indirizzo (senza verificarlo sul documento) e ti mandano il conto a casa. Nessuno penserebbe mai di dare un indirizzo falso, come credo avverrebbe normalmente da noi… Si tratta di essere fondamentalmente corretti e consci del proprio dovere e anche dei propri diritti. Da noi si vedono solo i propri diritti… La crisi italiana viene da lontano, e comunque non è italiana, è prima europea e poi mondiale. È una crisi di un sistema che non funziona più. I ricchi di una volta, l’Occidente, si sta rendendo povero delocalizzando e creando crisi di consumo interno. I Paesi dove si delocalizza sono sfruttati dalle multinazionali che non consentono loro di diventare ricchi, e quindi un mondo di poveri non è più un mondo di consumatori. Molto semplice. Ovviamente questo fatto si vive diversamente in Paesi diversi, ma la spirale al ribasso è comune a tutti. Gli italiani dovrebbero responsabilizzarsi di più e cominciare a sostituire la parola diritto con dovere.

Si sente dire che la Germania si trova economicamente in una posizione privilegiata rispetto all’Italia anche per via del fatto che l’euro così come concepito e realizzato in questo contesto avvantaggerebbe l’economia tedesca. Secondo altre voci, neanche in Germania si starebbe esageratamente bene attualmente, c’è per esempio chi lamenta salari troppo bassi anche per via di una tendenza generale a maUgo Busatti, autore di un libro per uscire dalla crisi economicassimizzare la competitività sul lato delle esportazioni. Come si sta in Germania a suo parere? E c’è qualcosa che possiamo imparare dalla Germania?

L’euro è stato il più grande affare che la Germania potesse fare, anche perché dispone di un apparato industriale di prim’ordine. Diciamo che è piovuto sul bagnato. Se ci fossero state le valute nazionali, il marco si sarebbe rivalutato nei confronti della lira/pesetas/franco francese, e queste economie non sarebbero state bastonate da una sopravvalutazione di una valuta che avvantaggia solo la Germania in grado di offrire prodotti migliori. Se una Audi o una Mercedes costano come una Fiat, cosa compra lei? La risposta è nelle strade. Se loro fanno auto belle e tecnologiche, e noi facciamo finanza (anche se presto i trucchi di Marchionne verranno a galla con le tragiche conseguenze che comporteranno) e affamiamo famiglie italiane per produrre in Paesi che offrono defiscalizzazione e lavoratori a basso costo, cosa pretendiamo? Su questa situazione, che è oggettiva, ovvero la qualità normalmente superiore dei prodotti, aggiungiamo che i tedeschi in casa comprano tedesco per nazionalismo, e che la signora Merkel – con la scusa delle politiche di bilancio – costringe gli altri Stati ad aumentare le tasse interne riducendo ancora di più la competitività per i maggiori costi, spread compreso, per non voler attuare una politica di eurobond, il quadro è completo. Gli industriali tedeschi negli ultimi dieci anni hanno aumentato le quote di esportazione anche grazie ai fallimenti delle aziende strozzate dal sistema europeo. I salari in Germania non sono affatto bassi, di norma sono il doppio che da noi, salvo quelli legati a contratti per giovani o stagionali che possono essere considerati bassi in rapporto con gli altri. In Germania personalmente sto bene in quanto mi sento rispettato dallo Stato e dalle persone. Vivo con un maggiore senso di sicurezza che in Italia e l’ordine personalmente mi gratifica. Ovviamente questo si paga in esuberanza e allegria, in calore umano e solitudine. Ma sono considerazioni personali. Dalla Germania dovremmo imparare a essere più disciplinati e corretti, ma forse è non avere sempre queste doti che ci rende così unici.

 

Il suo libro offre un approccio nuovo al problema della crisi e della crescita. Quali sono gli aspetti che finora sono stati più trascurati, dalla classe politica da un lato e dagli economisti dall’altro, in rapporto a questi problemi urgenti?

Questa domanda chiederebbe il libro come risposta. Evidentemente dovrò essere più breve, quindi sommariamente posso dire che alcuni economisti di prestigio internazionale, premi Nobel come Paul Krugman e altri, insistono sul fatto che la ricetta dell’austerity si può applicare in fase espansiva e non in recessione, altrimenti si uccide tutto, come sta avvenendo. Inoltre servirebbe una sana inflazione, diciamo del 3-4% che consentirebbe una migliore distribuzione della ricchezza, incidendo maggiormente sui capitali fermi e favorendo i commerci. Ma ciò va contro gli auspici della signora Merkel per ovvi motivi di vantaggio tedesco. Allora si tratta di vedere come venirne fuori, rispettando i vincoli imposti dall’Europa e dando subito, non fra cinque anni forse, più soldi in tasca ai lavoratori e agli imprenditori per favorire una ripresa immediata. Il libro è un esercizio teorico – che potrebbe avere dei riscontri pratici importanti se condivisi – per dimostrare come dobbiamo cambiare paradigma: oggi lo Stato si chiede: quanto mi serve per fare tutto quello che ho in programma? E non si preoccupa che la cifra è insostenibile per la popolazione. Nel mio sistema lo Stato si chiede: cosa serve realmente ai cittadini per farli stare meglio? Il minimo per raggiungere il massimo risultato. La mia risposta è 600 miliardi invece che 800, con i quali potremmo avere un welfare non solo non tagliato, come provano a fare oggi, ma addirittura all’avanguardia in Europa, un modello da copiare. Tutto il resto si chiude, si vende, si taglia, si lascia senza soldi…

Drastico? Sì, ma senza misure drastiche finiamo male. Considerato che il grande fustigatore morale, nuovo presidente del Partito Democratico, non lascia neanche la poltrona di sindaco… ci dobbiamo liberare di questa zavorra, e se cominciamo noi può stare sicuro che ci seguono in molti. È un nuovo paradigma: la politica oggi fa gli interessi dei poteri economici forti e si trattiene la mancia, ignorando il benessere dei cittadini. Con il nuovo paradigma la politica deve legiferare per trasformare lo Stato in una macchina amministrativa perfettamente funzionante per il benessere dei cittadini, nel contempo deve liberare dalla burocrazia chi vuole fare impresa e lavorare. Se continuiamo a pensare all’art. 18 e a finanziare gli amici degli amici, non andiamo da nessuna parte. L’urgenza dunque non è la legge elettorale, o le riforme dello Stato, anche se loro vendono bene le loro ragioni. L’urgenza sta nel cambiare l’approcciCome uscire dalla crisi economica italianao del fisco e nel rilanciare subito l’economia. Come hanno scritto bene i Forconi, i poveri non possono aspettare.

 

Negli ultimi tempi il tema della possibile uscita dall’euro inizia a essere affrontato sempre più come una possibilità concreta da discutere e da affrontare seriamente. Per alcuni economisti, in mancanza di modifiche ai trattati sull’euro, l’uscita sarebbe addirittura una conditio sine qua non per risolvere la crisi. Per altri invece l’uscita dall’euro ci proietterebbe nel disastro di un default e metterebbe a rischio persino la pace in Europa. Altri ancora auspicano soluzioni intermedie come un doppio euro del Nord e del Sud oppure la doppia circolazione del tipo lira-euro. Qual è la sua posizione in merito?

L’errore è stato entrare nell’euro, a mio avviso, senza prima aver deciso quale politica bancaria e finanziaria adottare insieme a Paesi con così grandi differenze strutturali. Inoltre era prevedibile che la Germania avrebbe avuto un vantaggio competitivo indiscutibile e che avrebbe poi gestito lei di fatto la politica dell’euro. Se è stato un errore entrare, sarebbe un errore ancora più grande uscire per tornare alla moneta singola. Il nostro debito pubblico è denominato in euro. Se, come necessario e auspicabile (per tutti meno che per i Paesi del Nord Europa), si facesse una svalutazione dell’euro, che non vale 1,4 dollari, i vari debiti pubblici (compreso quello tedesco, che non è così piccolo come sembra dato che non conteggiano una piccola partita di 400 miliardi di euro) ne trarrebbero vantaggio con una momentanea disaffezione degli investitori internazionali, che comunque ritornerebbero perché l’economia europea, veramente europea e non solo tedesca, sarebbe oggi la prima del mondo. Ma se usciamo dall’euro, entriamo in una lira svalutata che quindi farebbe aumentare il debito pubblico, nominalmente, almeno del coefficiente di svalutazione. Si parla dal 20 al 40%. E non ne abbiamo certo bisogno. Allora dovrebbe intervenire l’inflazione a due cifre, a riportare il tutto nel campo della solvibilità virtuale… ma è uno scenario che non vorrei vedere. A mio avviso abbiamo due strade percorribili: una, che propongo nel libro, è di rientrare nei parametri europei con una violenta cura, che però dia spazio alla vera ripresa. L’altra, mantenendo i politici attuali e il sistema di corruzione presente (chiamato lobbismo) sarebbe di fare un club di coloro che non sono contenti e di fare una moneta unica diversa con la quale rilanciare le varie economie, obbligando i ricchi che non ci vogliono aiutare a rivalutare e a diventare meno competitivi. Pagheremmo qualche scotto, ma sempre meno che essendo soli. Basterebbero Italia, Francia Spagna Portogallo Irlanda e qualche altro satellite per fare una zona economica estremamente forte e tecnologica.

 

Negli ultimi anni che cos’è stato fatto di positivo dai governi e che cosa non è ancora stato fatto, pur essendo prioritario?

Di positivo francamente non mi viene in mente nulla, a parte il riconoscimento dei pari diritti fra figli naturali e legittimi, e forse qualche altra cosa tipo il divieto di gettare le carte nel corridoio del transatlantico, o le cicche per terra. Quello che non è stato fatto: studiare misure per rilanciare l’economia attraverso una riduzione drastica del cuneo fiscale. Migliorare la scuola. Ristrutturare la sanità pubblica. Avere cura del territorio. Eliminare i costi superflui. Eccetera. Nel libro sono elencate e dettagliate tutte queste cose.

L’ultima, solo per provare la malafede di queste persone: finanziamento pubblico dei partiti. Gli italiani non lo vogliono, lo hanno espresso in un disatteso referendum nel 1993, se ricordo bene. Adesso trionfalmente hanno detto che lo hanno eliminato: in quattro anni si andrebbe a scalare del 25% all’anno, e la sostituzione avverrebbe con fondi detraibili fiscalmente. Allora dove sta la differenza fra il dare soldi provenienti dalle tasse e il far detrarre dalle tasse le donazioni? Nel fatto che le donazioni sono volontarie anziché obbligatorie come le prime? Ma sono sempre soldi che avrebbero potuto essere spesi per dare assistenza ai disabili, per esempio, se entrati nelle casse dello Stato.

Renzi, il giovane fustigatore della vecchia classe politica, ci sta insegnando che fare il sindaco di una grande città come Firenze non è un lavoro a tempo pieno. Come la vecchia classe politica, le poltrone, e gli stipendi, non si lasciano mai. E il partito democratico che continua a esaltare il risultato dei tre milioni di votanti alle primarie perché vuole ancora i soldi dallo Stato invece che dai suoi fedelissimi sostenitori? (50 euro a persona sarebbero 150 milioni…)

In quanto al Decreto Salva Roma, con tutti gli sprechi connessi… e dopo le proteste fanno le miniriforme di facciata. Non c’è nulla da fare: o li si manda tutti a casa, o siamo condannati. Non hanno ancora capito che i poveri non possono aspettare.

 

A proposito dell’etica cui fa riferimento nel titolo del suo libro, c’è un messaggio che desidera lanciare ai politici, agli economisti e ai comuni cittadini?

Etico viene usato in questo contesto come giusto. E giusto è riconoscere pari dignità a tutti, ma veramente, non solo a parole. La dignità calpestata della metà dei pensionati italiani che non arriva a mille euro, dei giovani che non vengono messi in condizione di competere e di inserirsi a pieno titolo nel mercato del lavoro, dei disoccupati senza alternative e spesso anche senza sussidi, eccetera. Bene, queste dignità sono restituite all’interno di una crescita economica resa possibile fin da subito da una riduzione drastica del cuneo fiscale, la sola cosa importante da realizzare immediatamente. I poveri non possono aspettare, quindi da subito meno tasse per lavoratori e imprese, meno burocrazia, e tagli a tutto ciò che non sia il bene della collettività.



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