La situazione della scuola italiana. Intervista con il Prof. Antonio De Leo – saggi

In questa intervista con il Prof. De Leo parleremo del suo libro La scuola a pezzi. Critiche, cifre e statistiche sullo sbriciolamento dei saperi, appena uscito.

Qual è la principale debolezza del sistema scolastico italiano?

È fra i peggiori d’Europa. Questo in sintesi l’imbarazzante risultato dei rapporti Lea e Ocse, che boccia la scuola italiana e la classifica addirittura agli ultimi posti frLa situazione disastrosa della scuola in Italiaa le scuole dell’Unione Europea. Gli studenti italiani, una volta considerati raggiunti i 15 anni, sono tra i peggiori d’Europa. Su quaranta Paesi inseriti nel rapporto, infatti, l’Italia è al 33° posto per competenze di lettura, al 36° per Credo inoltre, purtroppo, che vi sia una parte di docenti che fa meno del dovuto o per scarsa volontà o per poca preparazione culturale, sempre passiva e reticente. Questa compagine d’insegnanti legge il giornale in classe, corregge frettolosamente e svogliatamente i compiti, svolge l’attività di professore per arrotondare lo stipendio di libero professionista, si assenta strategicamente dalle lezioni creando continui problemi che altri devono risolvere, aderisce a qualunque progetto pur di avere un qualche aumento della remunerazione. Vi sono i sindacati e i partiti politici che per paura di non perdere voti proteggono tutti a discapito di chi nella scuola ci crede, animato da nobili intenzioni educative. Per costoro non è prevista progressione di carriera né alcun percorso professionale in grado di valorizzarli, nessun incentivo, nessun riconoscimento del merito.

Ogni tentativo in questa direzione è stato azzerato dal sindacato, che difende chiunque: anche chi non fa il proprio dovere e si nasconde dietro la bandiera dell’egualitarismo. La scuola non serve per formare studenti ma per creare posti di lavoro, per cui abbiamo una scuola dequalificata che dà poco a tutti. Per questo motivo gli insegnanti sono pagati meno di altri colleghi europei. Solo teoricamente tutti concordano nel volere premiare i meritevoli e punire gli scansafatiche, perché nei fatti nulla accade, i fannulloni e gli assenteisti sono sempre al loro postocultura scientifica e perfino al 38° posto per conoscenza della matematica.

Che cosa ne pensa della figura dell’insegnante?

L’insegnante, per buonScuola disastrataa parte dell’opinione pubblica, rientra in una categoria che lavora poco, che fa troppe poche ore rispetto a un operaio, a una commessa – che ne fa anche quaranta a settimana – o ad altre categorie d’impiegati e lavoratori autonomi. È molto diffusa tra la gente l’opinione che i professori stiano benone e abbiano un sacco di tempo libero.

La realtà dei fatti non è così lineare, se è vero come è vero che stanchezza, logorio, esaurimento e persino pazzia sono ampiamente presenti nella categoria dei docenti. Insegnare stressa e sempre più i professori scappano non appena età e contributi lo permettono. Il malessere serpeggia in ogni ordine di scuola e avvilisce il corpo docente da Nord al Sud.

I docenti (secondo calcoli del settimanale “Tuttoscuola”) che alla fine dell’anno scolastico 2011/12 sono andati in pensione sono circa 25.000.

E la figura del preside?

Quando a settembre 2012 ho lasciato la scuola, dopo quarant’anni e più di servizio prima come professore e poi come preside l’ho fatto senza rammarico né nostalgia. Dentro di me ho sentito chiaramente che si chiudeva un ciclo. Un’epoca storica ormai s’era conclusa da tempo; nel caos della scuola di oggi, il preside, già dirigente scolastico, viene trasformato in manager mediante una miracolosa operazione politico-pedagogica attraverso la frequenza di un assurdo corso di formazione di trecento ore. Ha perso la preminente funzione culturale e didattica per assumere quella, nel migliore dei casi, burocratica di passacarte e controllore dei servizi.

Quali sono oggi le condizioni delle scuole nelle aree geografiche più difficili? 

Ci sono scuole in aree disorganizzate, insalubri, sozze, dove regna la violenza, la prostituzione, il traffico di droga. Si tratta di aree cancerogene, baraccopoli abbarbicate alle metropoli moderne o ai centri urbani. In questi insediamenti umani vivono, in condizioni socioeconomiche precarie, le popolazioni più diverse, immigrati clandestini, rifugiati politici, spacciatori, ladri. Lì si trovano gli “studenti difficili”, spaesati a scuola perché vivono in ambienti e in situazioni distanti anni luce da quelli presupposti dal sistema scolastico tout court. Per i docenti che si trovano a operare in questi contesti appare difficile capire e istruire questi allievi, portatori di culture diverse ereditate da famiglie e ambienti ai margini di ogni contesto civile.

Qual è il caposaldo di un buon sistema scolastico?

La ricerca dell’“Economist” afferma un punto sul quale c’è ampia convergenza di opinioni tra gli esperti del settore: per un buon sistema d’istruzione uno degli elementi che più conta è la qualità degli insegnanti, che si ripercuote nel lungo periodo anche sul futuro lavorativo e occupazionale dei giovani discenti. Bisogna fornire agli aspiranti insegnanti la giusta formazione, sia “iniziale” sia nel corso della loro carriera professionale. Una lezione arriva dalla Corea del Sud, dove da circa vent’anni i docenti fanno corsi d’aggiornamento informatico e tutti i libri di testo delle elementari sono già digitali.

Necessario è attrarre i migliori laureati verso la professione dell’insegnamento: è da qui, infatti, che comincia un efficace sistema di reclutamento.

Esiste nel mondo un modello di sistema scolastico a cui potremmo ispirarci?

Finlandia e Corea condividono una classe docente di alto livello. La professione d’insegnante in Finlandia è ritenuta una professione prestigiosa, la formazione dura cinque anni dopo la maturità (fino al master o laurea di secondo livello) ed è imperniata sulla ricerca scientifica.Libri scolastici, ebook scolastici

E se dovesse tracciare il profilo dell’insegnante ideale che cosa risponderebbe?

Semplicemente provo a formulare in base alla mia esperienza alcune caratteristiche del bravo insegnante. Premetto di avere incontrato nella scuola tanti insegnanti capaci e motivati, non saprei dire quanti, secondo alcune indagini non supererebbero il 10%, anche se come scrive Paola Mastrocola “con una tabella si potrà scoprire quanti insegnanti ci sono, ma mai quanti sono gli insegnanti bravi”.

L’insegnante valido deve essere preparato e aggiornato nella propria disciplina. Deve dimostrarsi capace di farsi capire dagli alunni e se questi hanno dubbi non deve farli sentire a disagio, altrimenti non faranno più domande per non essere considerati somari: quindi deve chiarire i punti non compresi.

Non deve intimorire uno studente all’interrogazione, ma cercare di farlo sentire a suo agio, in modo da potersi esprimere al meglio.

Deve trasmettere agli alunni non solo dei saperi ma anche il desiderio di apprendere e di scoprire da soli attraverso l’acquisizione d’un metodo di studio. Per giungere a quest’obiettivo è assolutamente necessaria una relazione improntata alla fiducia e all’empatia.

Deve saper modellare il proprio insegnamento dato che in classe possono essere presenti allievi con conoscenze, culture ed estrazioni sociali diverse.

Deve avere pratica con le nuove tecnologie ed essere aperto ai cambiamenti.

Deve creare nella classe un’atmosfera serena e tranquilla.

L'importanza delle nuove tecnologie nella scuolaLe nuove tecnologie da un lato, con l’inondazione informativa che creano, sembrano costituire un rivale per il sistema scuola e anche per l’idea stessa della necessità di una scolarizzazione, ma dall’altro i sistemi scolastici vincenti, come lei suggerisce nel suo libro, sembrano essere quelli più capaci di assimilare velocemente le nuove tecnologie di comunicazione. Gli insegnanti italiani sono capaci di stare al passo dei propri studenti in quanto a capacità di aggiornarsi e di accedere alle nuove informazioni? Quanto è importante l’influsso esercitato dalle ultime tecnologie sulla qualità di un sistema scolastico? Come dovrebbe porsi il sistema scolastico italiano nei confronti di computer, ebook, ereader, Internet e in generale verso i nuovi mezzi di comunicazione?

Oggi gli studenti hanno accesso ad altre fonti di informazione che non sono solo la scuola e l’insegnante ma che provengono dalla televisione, da Internet, dai mass media in genere. Il docente dovrà essere capace di interpretarli, indirizzarli e selezionarli in modo che l’allievo possa essere orientato a sviluppare queste conoscenze in senso positivo. La rivoluzione digitale è entrata dentro la scuola, attraverso principalmente l’uso di fondi europei, molti istituti si sono attrezzati di laboratori multimediali, lavagne interattive, reti Internet, ma come risulta da una indagine condotta sugli studenti dal sito di Skuola.net la metà delle aule informatiche non è usata perché “Le tecnologie ci sono ma i prof non sanno usarle”.

Dalla ricerca risulta che quasi la metà delle scuole medie ha un’aula computer che non viene usata, risposta data dal 41% degli studenti consultati; un altro 8% precisa che non viene usata perché «i prof non sanno usare il computer». Alle superiori la percentuale scende di poco, il 40% in totale non usa i laboratori, di questi il 9% è formato da giovani, i quali ammettono che i loro professori non sanno usare il pc.

Peggio per le lavagne multimediali «Lim». Acquistarle costa un bel po’ di soldi e sarebbe un sussidio utile per le lezioni. Eppure alle medie il 17% ce l’ha nella propria scuola, ma non la usa (il 4% perché i professori non la sanno usare). Alle superiori la percentuale sale al 21%. Ma solo il 6% la usa ogni giorno alle superiori; e il 16% alle medie. Quasi la totalità dei ragazzi di medie e superiori (il 97%) afferma di non utilizzare alcun pc o Ipad per le lezioni.

Basti pensare che la Corea del Sud prevede entro il 2015 un investimento massiccio di circa 2 miliardi di dollari e attiverà un piano di informatizzazione capillare della scuola che porterà all’utilizzo di un tablet per tutti gli studenti compresi quelli dell’elementare, WiFi gratuite in tutti gli istituti, una digitalizzazione totale dei libri scolastici.

Come andrebbe concepita un’autentica riforma della scuola?

La scuola italiana è tra le scuole del mondo quella che subisce più riforme sulla carta, per lo Stato a costo zero. Anche nel corso dell’ultimo anno scolastico gli interventi in merito sono stati numerosi: reintroduzione dei voti numerici, voto di condotta determinante per il giudizio finale dell’alunno, vincolo della sufficienza in tutte le materie per la promozione. Non sembra che le cose siano migliorate, la nostra scuola è sempre al di sotto degli standard europei. Perché?

Il primo motivo è quello che politici e sindacalisti ci girano sempre a torno, ma non hanno il coraggio di prendere il problema di petto, per paura di perdere adesioni. Serve selezionare personale valido ed eliminare quello scadente.

Ciò è ritenuto fondamentale per gli Stati che possiedono una scuola di tutto rispetto; vale per tutti l’esempio della scuola finlandese. Gli insegnanti della Finlandia hanno un fortissimo livello di preparazione. Durante la fase di selezione il 90% dei candidati viene scartato, sono salvati solo i migliori. È più difficile accedere ai corsi per diventare insegnanti delle elementari che entrare a un corso di medicina. Il prestigio sociale della professione è molto alto, e l’insegnamento attrae alcuni degli studenti più brillanti.

In Italia è difficile che lo stipendio di un insegnante aumenti negli anni. In altri stati, la carriera di “docente” è riconosciuta. Da noi l’organizzazione funzionale e amministrativa della scuola è fortemente centralizzata, è in uso un modello iper-centralista. La legge che riguarda l’autonomia della scuola, del 1997, è anch’essa puramente funzionale. Non è un’autonomia reale. La scuola non è altro che un ufficio decentrato del ministero. Nei Paesi dove la scuola funziona meglio, sono le scuole e i comuni che decidono chi assumere, valutando, chiaramente secondo degli standard nazionali, se una persona è in grado di fare l’insegnante o meno. Nel nostro Paese i corsi di studio hanno troppe materie – da undici a quattordici – e alcune vengono svolte molto superficialmente; la scuola finlandese ha un curriculum ridotto all’essenziale, gli alunni hanno molto tempo libero, nella convinzione che così possano trovare gli spazi per sviluppare le loro particolari attitudini. Inoltre, la nostra organizzazione della didattica è molto teorica, mentre quella finlandese è manuale e pratica: usano moltissimo il laboratorio e hanno poche lezioni frontali.



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