Memoria e scrittura, in un’intervista a Carlo Pellegrino

Quando e dove è nato?

Sono nato a S. Giorgio a Cremano il 3/12/1956

Vuole parlarci del libro E dopo venne ieri, che ha di recente pubblicato con la casa editrice Dante & Descartes?

Il romanzo breve E dopo venne ieri viene dall’idea di scrivere una storia che fosse un resoconto di fatti che ciclicamente tornano sia pure in forme e modalità differenti. Raccontare la temperie culturale e politica che seguì al fallimento del compromesso storico ha significato per me andare alle radici di problemi e dinamiche ancora oggi irrisolte e che sono al centro della vita politica del nostro Paese. Se dovessi assegnare una data precisa a quel “Dopo” che compare nel titolo, direi che si riferisce al naufragio della bicamerale, ma la storia è congegnata in modo che vi siano vari livelli di lettura sia verticali, e mi riferisco alla tradizione letteraria cui fa riferimento la vicenda del protagonista, sia orizzontali, quando si tratti di decifrarne i riferimenti alla contemporaneità. Mi piace definire questo genere di impianto narrativo, tecnica della scrittura in controluce, dove i fatti narrati appaiono come immagini in filigrana scaturite da una sovrapposizione a strati delle vicende e dei personaggi.

Vuole raccontarci che genesi ha avuto questa sua storia?

Nessuna storia appartiene veramente a un solo individuo, ogni vicenda personale è inevitabilmente storia generale. La morte di Aldo Moro nel 1978, insieme alla dipartita di Enrico Berlinguer sei anni dopo, aveva messo in fuori gioco, per usare una metafora calcistica, un’intera generazione che aveva sperato in un ragionevole accordo tra le maggiori forze politiche del Paese, la polarizzazione dello scontro, definita Strategia della Tensione, vanificò ogni forma di moderazione e di dialettica democratica. Quando poi succede che nessuna delle forze in campo si propone in maniera convincente e condivisibile, non resta che leggere i giornali in solitudine e provare a capirci qualcosa. In un certo senso è quest’ultimo il punto di vista da cui sono partito per descrivere quegli anni. Sono tornato sull’idea più volte, in particolare ripeto, all’indomani del fallimento della bicamerale, all’inizio mi pareva vi fossero delle analogie con il compromesso storico, nelle dinamiche di avvicinamento fra il centrosinistra e il centrodestra, tuttavia è il caso di precisare che non si trattava più di due visioni del mondo che si confrontavano, ma semplicemente di accordi ai vertici di un sistema politico che aveva accantonato ormai ogni velleità prometeica per appiattirsi brutalmente su questioni di mero potere. Se dunque si può parlare di analogie nella forma, non si può dire lo stesso della sostanza perché sia la destra che la sinistra erano ormai prive del loro portato ideologico e lontane entrambe dal ruolo che tradizionalmente era stato assegnato ai partiti. Questi ultimi dopo il naufragio provocato da Tangentopoli hanno dovuto rimodulare i propri connotati, ma l’intreccio con le grandi trasformazioni che la globalizzazione ha introdotto ha indotto le nuove formazioni partitiche a farsi portatrici di interessi puramente economici tesi a soddisfare domande di ceti più o meno accreditati sulla scena elettorale del Paese smarrendo la visione generale della società. Difatti non sono più presenti sullo scenario politiRomanzo ambientato a Napolico italiano partiti trasversali, abbiamo assistito piuttosto a una frammentazione che oggi rende la situazione pressoché ingovernabile.

Le recenti svolte politiche hanno indotto alcuni a parlare di un nuovo compromesso storico, per altri un paragone improprio. Trova che questi apparenti ricorsi storici, insieme allo spettro di una crisi insanabile, possano trovare qualche rispondenza nella sua storia, oppure stiamo parlando di due mondi irrimediabilmente separati dal tempo?

Non penso sia possibile paragonare il compromesso storico ai recenti risvolti politici nazionali, credo sia un paragone improprio. Non foss’altro che per il fatto che i protagonisti rivelano un certo rachitismo politico rispetto alle figure di Moro e Berlinguer. Inoltre la necessità del compromesso oggi non nasce dal confronto fra due forze ma fra due debolezze che tentano di accordarsi per sventare un dissenso crescente verso la loro incapacità di governare, si può dire che siamo già alla seconda volta che accade questo, prima con la Lega e adesso con il Movimento Cinque Stelle. A tale proposito mi pare che il gattopardismo sia un male inguaribile, al di là della mia personale condivisione delle ragioni della Lega o del Movimento Cinque Stelle, mi sento di dire che il nostro sistema assorbe nel parlamento le istanze della gente per depotenziarle piuttosto che per ascoltarne le ragioni. Aggiungo infine che le implicazioni internazionali presenti nel compromesso storico e che rappresentavano quote residuali della Guerra Fredda fra i due blocchi oggi sono completamente superate. Si tratta come dicevo soltanto di somiglianze vaghe con il passato e di due mondi irrimediabilmente separati. Per questo il quadro che ne emerge è molto differente, meno tragico forse ma assai più triste in termini di prospettive politiche generali. In quanto alla storia che ho scritto, mi pare di cogliere nei fatti contemporanei un dato condensato nel titolo e cioè l’andamento del tempo che procede in una spirale che traccia cerchi sempre uguali e sempre diversi.

Che rapporto c’è fra la Napoli di cui lei parla nel libro, ambientato nel 1978, e la Napoli di oggi? Che insegnamenti, se ci sono, possiamo trarre da queste esperienze passate?

La Napoli di allora era come tutte le altre città d’Italia una metropoli che discuteva sui problemi perché la sua classe politica, nel bene o nel male, era ancora rappresentata da uomini che avevano radici nella costituente del dopoguerra, che si arrovellavano politicamente sulle soluzioni da trovare, si confrontavano cercando orizzonti di senso che mettessero fine alla spirale di violenza che infieriva e che generava commistioni fra criminalità comune ed eversione politica. Insomma Napoli era una città che attingeva ancora la sua forza propulsiva da tradizioni gloriose di pensiero e da sacche culturali che in qualche modo contenevano l’onda d’urto della spoliticizzazione. La Napoli di oggi è sotto l’assedio di una povertà di idee (e non è peraltro la sola), in preda a forme di libertà fraintesa e di delegittimazione di ogni regola che tuteli la vita collettiva e sociale. Potrei dire che siamo di fronte a un regresso le cui cause non sono ascrivibili ai napoletani, e questo non per discolpare i miei concittadini da responsabilità che pure hanno, ma semplicemente per sottolineare il fatto che il destino di una città non può dipendere soltanto dalla volontà dei suoi abitanti, soprattutto in tempi come questi dove i flussi economici e finanziari decidono da lontano le sorti di un Paese determinandone i fasti o le miserie.

Che finalità può avere la narrativa in rapporto alla memoria e all’oblio? Si scrive, e si legge, più per ricordare o per dimenticare?

La scrittura è una pratica complessa e libera, per questo ritengo che si possa scrivere per dimenticare ma anche per ricordare, dipende dal punto di vista che si assume. Nei casi in cui c’è la necessità di affrontare problemi esistenziali o addirittura psicologici, individuali, allora la scrittura può divenire una forma di terapia liberatoria. La letteratura dei primi anni del Novecento, quella di Svevo, per intenderci, fu una sperimentazione di oblio cercato nella parola scritta. Al contrario si può scrivere con l’intento chiaro di ricordare, di conservare la memoria allorché si tratti di una memoria collettiva, naturalmente mi riferisco a forme di memoria che di solito non vengono registrate dai documenti ufficiali, quelli cioè che vengono usati dagli storici di professione. Molte delle cose che sappiamo del passato vengono dalla letteratura, la quale pur non avendo l’obbligo di provare quel che dice è spesso più eloquente di altri documenti. Quando Pier Paolo Pasolini affermò che un intellettuale può sapere pur senza avere le prove di ciò che sa e ha il dovere di parlare, forse si riferiva proprio al compito da assegnare alla scrittura. In questo senso, L’introduzione del processo a Oreste nella tragedia classica che interrompe la catena di vendette con l’intervento di Atena dopo l’assassinio di Agamennone per mano di Clitemnestra, dice più di quanto abbiano fatto i migliori storici del diritto. Il compito della scrittura è spesso quello di testimoniare il senso comune, più coglibile a mio parere dalla letteratura che non da altre forme di testimonianze.

Che ruolo pensa possa avere un narratore nel parlare di Napoli e del Paese? Pensa che con il filone del romanzo inchiesta portato alla ribalta da Saviano si possano aiutare i lettori a intendere i movimenti essenziali della storia attuale?

Veda! Napoli è una città che suscita curiosità a volte morbose, coloro che non la conoscono, ammesso che la si possa conoscere, e le si avvicinano si aspettano sempre qualcosa di speciale, di insolito, insomma pone questioni delicate a ogni napoletano che ne voglia parlare in maniera sobria senza inciampare nelle sue trappole folkloriche. C’è una letteratura sterminata, piena di abusi, di espedienti facili per garantire divertissement e successo ma che non rende merito a una città che invece offre suggestioni straordinarie alla creatività e alla bellezza. Tutto questo nuoce alla cultura profonda e tremendamente seria di cui è intriso il suo tessuto antropologico. Non mi riferisco solo a una certa comicità o generica simpatia del modo di rappresentarla nella letteratura, la musica il teatro, il cinema, la pittura e l’arte in generale, ma anche alla tragicità che indulge a una certa genialità del crimine rivendicandone quasi un primato nell’inventiva criminogena. Parlare di Napoli diviene per uno scrittore una specie di esercizio di coscienza, di pratica del rispetto per l’umanità che la abita, scrivere a Napoli obbliga alla sopportazione di un dissidio fra resistenza e resa, stanziamento e fuga, amore per il prossimo e misantropia. In quanto al Romanzo di inchiesta, come lei definisce il libro di Saviano, credo ci sia bisogno di una precisazione. Non ho mai considerato l’opera di Saviano un lavoro letterario. Si tratta di giornalismo puro passato erroneamente sotto la voce di romanzo. La letteratura a mio parere è molte altre cose ma non questa, non ha compiti pedagogici e nemmeno quelli di denunciare o svelare alcunché, la letteratura per me è una creazione dello spirito che fa della realtà un’occasione di riscatto indipendente che non invoca null’altro che se stessa. Non penso che il mondo raccontato da Saviano aiuti a capire la storia, al massimo fornisce uno spaccato della società partenopea che sia pure raccontato coraggiosamente rimane ancorato a un mondo che è lontano dal muovere le leve di un intero sistema politico ed economico.

Che significato assume lo sport nel suo romanzo?

Lo sport ha un’importanza enorme nella mia vita e credo nella vita in generale. Conserva la memoria ludica dell’uomo che in fondo trova nel gioco una delle forme di felicità aurorale. Il gioco tiene in vita la dimensione della competizione senza lo scopo del dominio, sono convinto che se gli uomini giocassero di più potrebbero addirittura dimenticare l’idea della guerra. Uno dei ricordi a cui associo la felicità è lo spogliatoio dei campi di calcio, vi ho conosciuto la più gradevole delle stanchezze e le liti più innocue della mia vita.

Che rapporto ha con i suoi personaggi, al di fuori del singolo libro? Continuano a stare nella sua vita o se ne vanno una volta che scrivi la parola fine?

I personaggi del mio libro tornano in altre forme, sono compagni di viaggio della mia immaginazione, evolvono o spariscono, li tratto come individui che ho conosciuto che potrei rincontrare oppure perdere per sempre, non posso usare la parola fine a meno di non decidere di smettere di scrivere.

Esiste una lettura che pensa l’abbia resa migliore?

La lettura in generale mi rende migliore e tuttavia se dovessi indicare un libro che mi ha cambiato la prospettiva sulla letteratura e in un certo senso la vita, direi che si tratta del romanzo di R. Musil L’uomo senza qualità.

Quando e perché ha iniziato a scrivere?

Molto tempo fa, quando ero poco più che un ragazzo, spesso però ho abbandonato preferendo la lettura. Ho scritto per qualche giornale negli anni ottanta, pubblicato un breve racconto per una rivista locale: “Quaderni vesuviani.” Quando ho sentito l’urgenza di dedicarmi alla scrittura di un libro sapevo che doveva contenere la mia visione del mondo, condensare i temi sui quali ho riflettuto a lungo e rispettare il canone della brevitas, a cui sono particolarmente affezionato. Oggi continuo a farlo con una certa regolarità ma senza smanie di pubblicazione, anche perché la cortesia nei confronti dei lettori consiste nel fare in modo che il loro tempo dedicato a un mio libro rappresenti un’esperienza e non un gesto di consumo sotto l’ombrellone.

La scrittura di storie ha uno scopo? Se sì, quale?

Credo che tutti dovrebbero scrivere, è un esercizio che rende più attenti, educa all’uso più consapevole delle parole, soprattutto insegna a riflettere sulle cose semplici, in qualche modo restituisce il mondo agli occhi e ai sensi in generale che spesso sono fiaccati dallo stile di vita che conduciamo. Ci sono storie mai raccontate belle, interessanti, tristi, atroci, divertenti, solo perché si ha l’idea che per scrivere bisogna essere speciali, io dico che chiunque dovrebbe poter scrivere, lo scopo di una storia è la storia stessa, che si fa dono per l’altro, esperienza a distanza che semina pensieri, edifica ponti di parole intorno alle quali si raccolgono riflessioni e perché no consolazioni per la moltitudine di solitudini.

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