Sul romanzo di emigrazione italiano, intervista a Lucia Giongrandi

Professoressa Giongrandi, quando e perché ha iniziato a scrivere?

Il quando non saprei dirlo, forse l’amore per la scrittura è sempre stato il mito verso cui tendere, verso cui guardare per dare un senso alla vita. Perché scrivere è la realizzazione del mio quando, è una necessità, è mettere a nudo la mia anima e donarla, così come si dona un fiore a chi lo desidera, ma non osa chiedere. Scrivere per ricordare e poi dimenticare per ricominciare, perché saranno i fogli bianchi coperti di parole tracciate a matita a conservare i pensieri piuttosto di far implodere le parole dentro il cuore. Mettere fuori le mie radici, stenderle al sole e farle essiccare, perché io di estirparle non sono capace, diceva Elsa Morante in un suo romanzo. Ecco, questa è la mia anima, ve la porto in dono, non giudicatela troppo severamente, perché è l’unica che ho, non ne ho nessuna di riserva. Scrivere partendo dall’esperienza e poi, come fa un adolescente, andare a cercare altrove, oltre l’orizzonte, perché il mondo è uno scrigno dorato di conoscenze, anche se io sono convinta che sia inconoscibile, soprattutto il nostro io, ed è da questo che bisogna incominciare. Lo scrittore parte dunque da ciò che conosce e poi attraverso la lettura arriva a quello che non conosce. Lettura e scrittura sono inseparabili, sono le due facce della stessa moneta, l’una dipende dall’altra e viceversa, non si può scrivere senza una preparazione basata sullo studio e sulla ricerca. Per me scrivere è il piacere di comunicare, di confrontarmi con un mondo oggi fatto di immagini e di parole sempre più vuote. Io ho imparato col tempo, anche se sono sempre alla ricerca della parola giusta, nella frase giusta, nel contesto giusto. Il continuo confronto con gli altri mi permette di trovare sempre nuovi argomenti, sempre nuove forme narrative, mi permette di misurarmi prima di tutto con me stessa, con le mie capacità, con la mia anima, ma soprattutto e sempre con il mondo.

Vuole parlarci del suo libro Nello scrigno dorato, che ha pubblicato con la casa editrice Aracne? Com’è nata l’idea di scriverlo?

L’unico cassetto che mia madre tiene in perenne disordine è il cassetto del comò dove trovano posto le fotografie. Un giorno mi venne il desiderio di mettere un po’ d’ordine. Cominciai ad analizzare le foto e a separare quelle antiche dalle ultime, quelle della bisnipote. Mentre cercavo di capire e riordinare mi accorsi che mancava la foto di mio nonno, il mitico nonno dei racconti di mia nonna e di mia madre, quel nonno che nessun nipote ha mai conosciuto. Chiesi a mia madre qualche notizia, nulla, poi ai miei fratelli, sempre buio. La foto era proprio sparita nel nulla. Finito di mettere in ordine rimase in me una sorta di vuoto, la foto che mancava era l’unica immagine che teneva legata la mia memoria a quell’uomo. Un giorno mia madre mi telefonò per dirmi che ricordava dov’era finita la foto. L’aveva presa mio cugino per restaurarla visto che la foto era stata scattata agli inizi del Novecento e quindi necessitava di qualche ritocco. Un’e-mail mi riportò quell’immagine, non era l’originale ma guardando quella foto sentii nascere in me improvvisamente la necessità, per non dimenticare, di inserire quella foto all’interno di un racconto, di una storia dove fosse proprio mio nonno il protagonista. All’interno di un libro la foto sarebbe stata al sicuro. Questa l’idea, ma la necessità, quella vera, di scrivere questo libro nasceva dalla volontà di estraniarmi dai miei scritti precedenti che sono ancora gelosamente nascosti in un cassetto e in cui avevo scavato le radici del mio dolore. Parlare del mio passato mi aveva fatto soffrire moltissimo ma mi aveva anche liberata. Adesso mi sentivo pronta, con questo romanzo curavo le mie radici, le bagnavo, le facevo rivivere, le avrei guardate con “sguardo amoroso”. Così prendendo le dovute distanze da me stessa e dal mio passato sono andata con la memoria alla ricerca di quelle radici che sì mi appartenevano, ma appartenevano soprattutto alla memoria di mia nonna e di mia madre, io ho soltanto trascritto quLucia Giongrandi, scrittrice di Torino e autrice del romanzo "Nello scrigno dorato"ello che un’analfabeta, mia nonna, la voce narrante del romanzo, dalla memoria formidabile, mi aveva sin da bambina fatto conoscere e che io fino a quel momento avevo lasciato dormire dentro di me.

Cosa c’è di vero nella sua storia e cosa è frutto della sua fantasia?

Quando misi la parola fine al romanzo mi domandai subito se quella storia fosse vera, se attraverso due memorie, quella della nonna e la mia (per non parlare di quella del protagonista), quelle vicende avessero conservato la veridicità di quella realtà o piuttosto, proprio perché la storia veniva filtrata dalle memorie, entrava a far parte di un’altra realtà che non era più quella di fine ottocento ma un’altra. Mi vengono in mente le parole che Pirandello fa dire al Padre nei Sei Personaggi, cioè, parafrasando un po’, una realtà è vera nel momento che si vive, ma se questa è raccontata o ancor meglio rappresentata non è più vera ma entra a far parte del “mito” perché la memoria contamina quella realtà veramente vissuta.

Che tipo di ricerche ha dovuto effettuare prima e durante la stesura del suo romanzo?

La prima ricerca è stata quella di scavare nei ricordi di mia madre prima e durante la costruzione della struttura del romanzo cercando di fare una cernita accurata della miriade di notizie che man mano mi venivano sottomano e che mia madre mi elargiva con grande abbondanza. Ma la ricerca più accurata è stata quella riguardante l’emigrazione di fine ottocento. Ho chiesto una bibliografia all’insegnante di storia dell’Unitre di Rivoli, prof. Ruggiero, il quale generosamente mi ha messo a disposizione del materiale riguardante il fenomeno che sarebbe stato oggetto dei cinque capitoli sull’emigrazione del protagonista. Anche Internet mi è stato di grande aiuto soprattutto per quanto riguarda la mappa di Buenos Aires e di quell’area della pampa in cui si sarebbe ambientata quella parte della storia dove il protagonista aveva trovato lavoro. È stato un lavoro di ricerca storica e di memoria a cui ho fatto riferimento anche durante la stesura vera e propria del romanzo.

Uno dei temi portanti del suo romanzo è quello della migrazione. Quali sono le differenze e le affinità che ha riscontrato con i fenomeni migratori odierni?

L’uomo sin dai tempi più remoti è sempre andato alla ricerca di luoghi dove la caccia era più abbondante, dove poter mettere al sicuro e far prosperare la propria famiglia, dove trovare buone terre da coltivare che non appartenessero a un padrone, insomma ha sempre ricercato una vita lontano dalla miseria, dalle guerre, dalle carestie, dalla sopraffazione, dalle sofferenze. Ed era proprio la “ricerca della felicità”, di una vita migliore, a portare migliaia e migliaia di uomini donne e bambini a percorrere qualunque difficoltà e pericolo a volte riuscendoci a volte lasciando le loro vite su quel cammino che voleva anzi doveva essere di speranza. Quali differenze e quali affinità fra il fenomeno di cui parlo nel romanzo e quello di oggi? Parto dalle affinità, che sono quelle di cui parlavo prima, cioè allora come adesso la ricerca di una vita migliore lontana dal dolore e dalla sofferenza, a costo di perdere la vita, la ricerca di un mondo in cui far crescere i propri figli e appropriarsi di quella fetta di benessere oggi come ieri appannaggio di pochi. Ma ieri non c’era Internet, non c’era la televisione, non c’erano i telefonini o i mezzi di comunicazione di cui oggi il mondo fa uso, si partiva senza avere la più pallida idea di che mondo ci fosse al di là dell’oceano, l’unica comunicazione era i si dice il tam tam verbale o per posta che rassicuravano i migranti alla ricerca di fortuna che laggiù forse c’era la felicità. Durante la navigazione, nessun telefonino per mandare una richiesta d’aiuto, erano soli i migranti nell’oceano, finché qualcuno avrebbe gridato “terra terra”.Romanzo di migrazione, di Lucia GIongrandi

Quali altri temi del romanzo le sono cari?

Altri temi che ho amato sono quelli dell’amicizia, della fierezza, della bellezza, dell’amore, della famiglia, della dignità, tutti temi che portano in sé quei valori, quella tradizione, quel sano desiderio di riscatto e di crescita che fanno del romanzo una fotografia, forse un po’ idealizzata di quel tempo passato. Non posso certo dimenticare i temi della luna e del sogno, temi che ho amato moltissimo. La luna è quasi sempre presente nei momenti più importanti del racconto. Dalla visione dei presunti fantasmi, alla visione del lupo o durante l’addio di Peppino ai cugini in partenza per l’America eccetera. La luna amica e nemica insieme. Amica perché illumina i passi notturni del bambino Peppino, illumina quel buio che lo terrorizza, nemica perché deforma la visione della realtà. La luna assume il valore simbolico del mistero che ci terrorizza ma che ci attrae contemporaneamente. Il tema del sogno, per finire, si snoda durante tutto il racconto. Peppino crede nei sogni e da questi cerca non soltanto la spiegazione ma anche la soluzione ai suoi problemi. Il sogno come premonizione è qualcosa che il protagonista sente far parte della sua vita. Nel sogno vede il padre che lo sprona a farsi largo nella vita e a non avere paura, gli si presenta poi la visione o meglio l’immagine reale della sua bambina che gioca ogni notte sulle sue ginocchia, e quando non la sogna più ha la certezza di qualcosa di funesto. Il protagonista non vive di sogni, ma crede nei sogni.

Cosa le piace fare per divertirsi o rilassarsi quando non sta scrivendo?

Passeggiate nel verde, leggere qualcosa di non impegnativo e frequentare l’Unitre di Rivoli che mi dà l’opportunità di confrontarmi, dialogare e apprendere sempre cose nuove che appagano il mio desiderio sempre vivo di curiosità.

Lei è nota anche come poetessa. Per lei viene prima la poesia o il romanzo?

Poesia e romanzo sono due modi di sentire, due condizioni mentali che però hanno in comune l’amore per la Parola messa al posto giusto e nel giusto contesto. Ho amato per prima la poesia, che mi dava l’opportunità di esternare e di placare quel “dolore” che mi attanagliava. Certo, ho amato e amo la poesia che, come ho accennato prima, è una condizione mentale e aggiungo particolare dove lo studio e l’emozione si intersecano per far scaturire quella sintesi che è l’unica possibile, quel verso che solo esprime quel particolare momento interiore, ma amo anche scrivere romanzi dove la parola si dilata diventando pagina da cui è più immediato e forse più semplice cogliere il significato, anche il più profondo, che lo scrittore desidera esprimere.

Come riesce a coniugare la vita quotidiana e familiare con la scrittura? Ha il supporto dei suoi cari?

Quando si scrive non esiste nient’altro. Corpo e anima uniti nello sforzo della creazione vivono in un mondo fatto soltanto di parole, di emozioni, un mondo dove non possono convivere, e se lo fanno lo fanno con immensa fatica. Da un lato quotidianità, realtà e dall’altro fantasia e studio. Io sono molto fortunata ad avere una famiglia che asseconda questa mia “follia”, questa necessità che come dicevamo prima nasce da un bisogno e poi non ho più problemi di lavoro, così posso dedicarmi quasi a tempo pieno a questa mia passione.

C’è un autore classico che l’ha resa migliore? E uno contemporaneo? E se sì, perché? Che cos’è successo dopo quella lettura?

Migliori o peggiori si diventa a volte prescindendo dalle esperienze di studio o di vita, anche se i libri e i loro autori a volte in anime sensibili lasciano segni indelebili e non sempre e necessariamente benevoli. Io ho amato e amo molti autori sia classici che contemporanei ma sicuramente quelli che hanno lasciato un segno nel mio cuore e mi hanno fatto crescere sono Lucrezio e Saffo tra i classici e Morante e Montale tra i contemporanei. Questi autori li ho letti in momenti diversi della mia vita: Lucrezio quando credevo possibile e raggiungibile un mio rapporto benevolo con la Natura e con il mondo intero prima che la mia vita trascorresse inesorabile “così mai cesserà di prodursi una cosa dall’altra: la vita non è data in possesso ad alcuno, ma in uso a noi tutti. Mira anche come sia stata nulla per noi la vetustà del tempo eterno, trascorsa prima che nascessimo. Questo è lo specchio che la natura ci offre del tempo che infine trascorrerà dopo la nostra morte” (Lucrezio). Ho amato e letto Saffo quando non credevo nel mio corpo d’amore e nella mia “bellezza”. E poi molti anni dopo Elsa Morante, i cui temi che attraversano tutta la sua opera – la morte e la maternità – mi hanno fatto riflettere e meditare sui miei errori. E infine Montale e il suo “male di vivere” che mi ha definitivamente fatto capire “il dolore” universale che è parte inscindibile dell’uomo.

Al di là degli scrittori, esistono artisti figurativi, musicali o di altro tipo, oppure film o opere d’arte che hanno influenzato la sua scrittura? Chi sono e perché hanno esercitato un ascendente sulla sua scrittura?

Un uomo e a maggior ragione uno scrittore non può prescindere dalla sua vita e dalle sue esperienze artistiche e umane. Ogni artista, sia esso pittore o musicista, scultore o regista, insomma in qualunque forma d’arte esso si esprima lascia la sua impronta a quell’uomo o a quella donna che le si avvicina e la fa sua. Io amo ogni forma d’arte perché è grazie a questa che l’umanità progredisce. Certo amo Mozart, Chopin, Beethoven e come dimenticare pittori come Caravaggio in cui vita e opere si coniugano perfettamente o registi come Fellini, no, non riesco a fare una classifica di artisti che hanno influenzato la mia scrittura. Di tutti quelli da me conosciuti – forse è un po’ lungo l’elenco – ho carpito qualcosa, ho rubato quel tanto che mi ha permesso di esprimere quel poco, ed è veramente poco, che mi ha portato a scrivere.

Che cosa significa per lei pubblicare un libro?

Qualche anno fa avevo timore a far conoscere i miei scritti, forse avevo anche un po’ di pudore perché nulla come la scrittura mette a nudo l’anima di chi scrive. Adesso che il cerchio magico si è rotto le confesso che provo una grande gioia nel sentire la gente far commenti sul mio libro, e anche soltanto sapere che l’hanno letto. Sì, è bello e a volte molto gratificante.

A quale personaggio o evento del suo libro è più affezionata e perché?

Mi permetta di spendere qualche parola in più per rispondere a questa domanda.

I personaggi sono quelli che fanno il racconto. Con essi lo scrittore vive le loro vite, a volte si innamora di un personaggio o può anche disprezzarlo, può provare tenerezza, dolore e persino piangere per la loro sorte. Io ho molto amato quasi tutti i personaggi, dalla figura leonina di nonna Mariannina, alla malizia bonaria di don Filippo, alla fragilità di Giuseppa, alla fierezza dolce di Saro e del figlio protagonista del romanzo Peppino, alle ingenue ma fraterne figure di Michele e Giacomo, alla delicatezza di donna Carolina. Ma vorrei soffermarmi sulla figura di don Calogero, il possidente filantropo.

Don Calogero è un uomo ricco ma profondamente onesto e autorevole a cui non piace la genuflessione dei suoi contadini, anzi prova per loro sincero rispetto e fiducia. È un uomo dal carattere paterno non paternalistico, sa riconoscere la fierezza e la rispetta, non certo l’orgoglio o l’amor proprio, ma proprio la fierezza. Don Calogero non ha figli, Peppino non ha padre, in entrambi, non in modo volgare o palese, si instaura un reciproco rispetto rimanendo ognuno nel proprio ruolo ovviamente.

Don Calogero è lontanissimo dalla mentalità mafiosa che vede il potente riverito, il potente che deve far paura, che vuole obbedienza assoluta e che nulla concede che non gli venga restituita centuplicata, che vuole vedere il povero sempre con le spalle curve e il cappello in mano e con la bocca sempre pronta a baciargli la mano e a dire sempre sì. Nel delineare questa figura mi sono tenuta dunque lontano dagli stereotipi che siamo abituati a vedere o a immaginare e ho messo in luce, come dicevo prima, la fierezza e l’onestà. Man mano che il personaggio prendeva forma mi rendevo conto che a mia insaputa stava diventando una metafora, quella dell’uomo che deve guidare e governare il suo popolo senza ferirne o umiliarne la dignità.

In verità in quasi tutti i personaggi ho voluto rappresentare il popolo siciliano, soprattutto con Peppino. Da troppo tempo ho visto la fierezza e la nobiltà di questo territorio e della sua gente calpestate e violate dal malaffare. Il mio è un grido, celato dietro i personaggi, rivolto a quel popolo a riprendersi la fierezza e la dignità, non che manchino in esso, ma io le vedo nascoste dietro una sorta di rassegnazione che mal si concilia con le nobili radici del popolo siciliano.

Se don Calogero è la metafora del buon governo, Peppino, il quale lotta con volontà e determinazione contro un destino a volte avverso, è la metafora del popolo siciliano che può, fuor di retorica, costruirsi un futuro degno della sua storia. Man mano che la storia andava avanti nasceva in me, oltre a quanto detto, la necessità di rappresentare una realtà lontana dagli stereotipi che hanno reso la Sicilia famosa nel mondo: la coppola e la lupara, in una parola la mafia. Ambientata fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento la storia vuole abbattere i luoghi comuni mettendo, come ho detto, nella fierezza di Peppino la fierezza del popolo siciliano. Il protagonista dunque rappresenta la vera sicilianità, quella di signori come Verga, Pirandello tanto per citare due giganti, ma anche quella della gente comune, umile, onesta e lavoratrice, quella che io definisco eroi del quotidiano, che con il loro lavoro e sacrificio contribuiscono a fare grande un popolo.

Forse ho mitizzato un po’ ma in questo romanzo c’è la storia di un riscatto, la storia di una volontà ferrea capace di capovolgere un destino avverso. Attualizzando il racconto si capisce benissimo che io non riconosco la Sicilia dei Riina, ma quella dei Falcone, dei Borsellino e di quella gente comune che è in fondo la prima vittima del malaffare. Per tornare alla sua domanda e concludere dunque don Calogero rappresenta il buon governo, i suoi interessi coincidono con quelli dei suoi contadini, è ricco ma non ostenta la sua ricchezza, non si pone mai con superbia e superiorità davanti ai suoi contadini perché comprende il valore del lavoro e della fatica, del sudore e del sacrificio. È consapevole infine che la terra appartiene a chi la lavora e non a chi la detiene e, aggiungo io, a volte non la merita.

Se potesse vivere in un qualunque luogo del mondo in cui ha ambientato una sua storia, quale sarebbe, e quale storia le piacerebbe vivere?

Sicuramente dove vivo attualmente e senza essere presuntuosa vorrei vivere la stessa vita che ho vissuto con tutti gli errori, le gioie e dolori che mi ha riservato.

Prima e durante la scrittura segue abitudini o rituali propiziatori particolari?

Ho già detto che scrivere per me è una condizione mentale in cui non c’è posto per nessuna abitudine o rituale, tranne privilegiare la notte, che mi concilia con il foglio bianco.

Se Robinson Crusoe trovasse una copia del suo libro, come potrebbe aiutarlo?

Sicuramente l’aiuto consisterebbe nella determinazione del protagonista di andare avanti anche con una piccola zattera, osare fino a oltrepassare l’orizzonte perché prima o poi anche lui riuscirà a gridare “terra terra” e forse a trovare la felicità che consiste, come diceva il Poeta “nella virtù e nella conoscenza”.



One Comment

  1. Raffaele wrote:

    …brava mamma!!!

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Per procedere ti chiediamo di rispondere a questa domanda di matematica, così sappiamo che sei un essere senziente...


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