Intervista a Carlo Pellegrino, sul romanzo Dente di Cane e altri temi di letteratura

Intervistiamo oggi il professor Carlo Pellegrino, già autore dei romanzo E dopo venne ieri (Dante & Descartes, 2012) e Prima del tempo (Ad Est dell’Equatore, 2014), che oggi pubblica il romanzo Dente di cane (Manni).

Il romanzo Dente di cane, che ha appena pubblicato con la casa editrice Manni, è il suo terzo libro di narrativa lunga, vuole parlarcene?

Romanzo di Carlo PellegrinoInnanzitutto voglio ringraziare per l’attenzione che lei dedica alle mie opere. Dente di cane racconta la vicenda di un maestro elementare che tiene a battesimo generazioni di scolari nel trentennio che va dagli ultimi anni cinquanta sino alla fine degli anni ottanta. Si tratta di decenni cruciali nella storia della Repubblica italiana, come Lei sa nel corso di quegli anni accaddero molte cose. Ho provato a parlarne affrontandole dal punto di vista di un maestro, la scuola rimane un luogo dove si addensano le trasformazioni culturali, dove mutamenti comportamentali, linguistici, sociali, ideologici, sono più che altrove tangibili, per questo mi è parso che la figura di un educatore, potesse rappresentare un centro radiale, un caleidoscopio puntato su luci e ombre di un trentennio. Al centro della narrazione c’è la memoria, la necessità di trasmetterla e di conservarne gli aspetti più significativi collettivi e individuali. Il maestro Gilberto Raimo, protagonista del romanzo, è un uomo di poche parole, dice poco di sé, racconta ai suoi scolari frammenti della sua infanzia vissuta sotto gli ultimi colpi di coda del fascismo e nel pieno dell’ultima guerra; e tuttavia nelle voci dei suoi ex scolari egli non è un ricordo, ma un modo di essere, di agire, un modo di stare al mondo ricevuto in alcuni casi come un’epifania, e qui mi riferisco ai personaggi positivi, in altri come opportunità tradite e travisate. Malgrado venga riservato al maestro un trattamento oltraggioso, messo in atto da un manipolo di corrotti che ne temono l’impegno sociale, la figura di Raimo resiste all’agguato del tempo gettando invece nell’oblio i suoi detrattori grazie alla pertinacia di chi ne ha bene afferrato il senso della vita, le convinzioni e il paradigma valoriale di un uomo integro. Un suo ex scolaro, Antonio Melfi, persegue fino in fondo il disegno di un riscatto. Si tratta di pagine che tendono a sottolineare la frattura generazionale che a partire dagli anni ottanta è giunta nella forma della disgregazione sociale fino a noi. I nostri giorni ci dicono di una mancanza di fiducia, di un discredito gettato continuamente, fino all’ingiuria sul mestiere bello, tremendo e delicato dell’educatore. I genitori che hanno perso di vista il rispetto per chi educa i loro figli vanno in questa direzione, segnalano un analfabetismo civico che si riverbera ovunque fino a produrre l’illusione che l’istruzione, la formazione, la consapevolezza civile siano inutili. L’idea secondo cui la mia ignoranza vale quanto la tua istruzione alimentata dall’illusione che i network possano rimpiazzare ogni rapporto pedagogico, è la causa di tutto questo e gli esiti mi pare siano sotto gli occhi di tutti. Ecco, in qualche modo ho provato a parlare di queste cose, partendo dagli anni in cui cominciarono ad affiorare, spingendo fino alle estreme conseguenze una vicenda che doveva essere allegorica e nello stesso tempo leggibile immediatamente nei suoi risvolti tragici; tuttavia ho voluto immaginare un finale in cui vi fosse una qualche possibilità di rimedio. Del resto senza quest’ultima nemmeno più lo scrivere avrebbe senso.

 

Come le è venuto in mente il titolo?

Il titolo nasce da una comparazione un poco giocosa e un poco legata al rapporto speculare fra le cose piccole e quelle grandi, una suggestione proveniente forse dalle letture di Calvino che amava la contaminazione fra letteratura e scienza, soprattutto nella raccolta Le Cosmicomiche. Il dente di cane è un parassita delle cozze che cresce sul dorso delle valve e rassomiglia a un piccolo vulcano, a volerne definire i caratteri scientifici appartiene alla famiglia dei balanidi, la sua forma richiama il Vesuvio, è infatti simile a un piccolo cratere, è una creatura che predilige i confini di bagnasciuga si insedia sulle murate lungo le linee di galleggiamento delle barche, oppure nei punti di risacca del mare dove c’è roccia, e così via, persino sui dorsi dei cetacei, delle balene.

Questa rassomiglianza, associata alla mia predilezione per le cozze e all’abitudine dalle mie parti di mangiarle cucinandole in vari modi, mi hanno fatto pensare a un elemento distintivo antropologicamente chiaro e inequivocabile intorno al quale costruire addirittura il titolo di un romanzo. Naturalmente la relazione fra il titolo e la storia la si trova nel corso della narrazione, posso dire che pertiene all’idea del confine, dei popoli rivieraschi e alla specificità del vivere su una riva di terra fra mare e montagna che in questo caso è la costa vesuviana.

 

Che cosa l’ha ispirata nella stesura del manoscritto?

In realtà il romanzo Dente di cane chiude una trilogia che ho meditato a lungo, da tempo avevo in mente di rivisitare temi classici assegnando loro i connotati della contemporaneità, è mia convinzione che un classico è tale perché non smette mai di dire. Mi riferisco in particolare alla tragedia greca a Eschilo, Sofocle, Euripide. Il mio primo lavoro intitolato E dopo venne ieri come Lei sa era ispirato all’Edipo Re il secondo, che ha come titolo Prima del tempo pone al centro della narrazione il sacrificio di una Ifigenia che prende il nome di Elena e di un Agamennone i cui tratti prendono il volto di un politico moderno alle prese con una guerra molto personale e in nome della quale decide di sacrificare una ragazza immigrata e senza protezione, uno dei numerosi casi di persone fantasma orfane delle leggi perché prive di documenti e dunque prive di diritti. Ma veniamo a Dente di cane, in questo caso si tratta di una vicenda ispirata all’opera di Euripide e in particolare all’Elettra, naturalmente in tutte le opere abbiamo a che fare con la frattura esistenziale dove il rapporto fra volontà e destino è lacerato dagli eventi, dall’impossibilità di determinare la propria sorte quando ci si imbatte in forze che ci sovrastano irrimediabilmente. Elettra a mio parere è un personaggio di grande modernità, ovviamente mi riferisco alla figura euripidea, quella, per intenderci, che in qualche modo approda alla tragicommedia. Siamo nel tempo della sofistica, ovvero il tempo in cui la rappresentazione del fatto prende il sopravvento sul fatto stesso sofisticandolo fino a privarlo della sua veridicità; a guardar bene, i fatti tremendi che accadono perdono la loro essenza tragica divenendo notizie ordinarie attraverso i media, in questo siamo di fronte al trionfo della finzione, Euripide celebrava con la sua opera quel passaggio, sanciva il tramonto della tragedia come testimonianza di una koinè e apriva la nuova temperie culturale con una drammaturgia scolastica che assecondava il gusto del pubblico ma non assolveva più a quel compito di purificazione, in cui Aristotele avrebbe individuato il processo catartico e liberatorio della coscienza individuale e collettiva. Insomma ho inteso dire che in qualche modo il tragico spettacolarizzato ottunde la coscienza e rende l’umanità insensibile pure di fronte agli scenari più orribili. Naturalmente si tratta più di un’evocazione che non di un richiamo fedele a Elettra, il destino di Tina, una delle protagoniste della storia, in questo caso è assai differente e tuttavia i temi restano, sia pure rimescolati in una trama rivisitata.

 

Che tipo di ricerca ha dovuto affrontare prima e/o durante la scrittura del suo romanzo?

Prima di tutto ho messo in ordine alcuni libri che avevo letto per fare in modo che certi passaggi si avvalessero proprio di libri, mi spiego meglio, questa è una storia fatta anche di libri, le opere disseminate lungo la narrazione fanno compagnia ai personaggi e addirittura ne determinano le scelte, almeno in alcuni casi, è mia convinzione che i libri aiutino a vivere e volevo che questa idea emergesse in modo tangibile fino ad assegnare loro un ruolo di veri e propri personaggi attivi, ma credo che questo aspetto si possa comprendere a fondo solo leggendo la storia. In secondo luogo ho intrattenuto lunghe chiacchierate con un amico geologo, ricercatore presso il dipartimento di vulcanologia dell’Università di Napoli, ho frequentato dizionari marinareschi e pagine sulla fauna e la flora dei nostri territori. Ho letto diversi romanzi per confermarmi nell’idea che mi passava per la testa. Ho tratto da alcune notizie di cronaca locale i fatti a cui è ispirata la vicenda del maestro Gilberto Raimo e ho ripescato qualche ricordo autobiografico che mi ero appuntato anni fa sapendo che prima o poi l’avrei adoperato in qualche mia pagina.

 

A quale personaggio o evento del libro è più affezionato e perché?

A questa domanda non è facile rispondere, i personaggi in qualche modo sono frammenti di quell’io che nella scrittura si sgretola dando vita a proiezioni immaginarie, oppure distilla da esperienze e figure incontrate nella vita tratti che definirei come un gioco di sovrapposizione di volti e comportamenti fino a creare figure nuove, per questi motivi sono un po’ affezionato a tutti anche a quelli che affiorano soltanto. Tuttavia direi che Gil è la figura a cui sono più legato, c’è una forma di consentimento che mi lega al maestro. Ma voglio precisare che si tratta di una risposta parziale.

 

Come si rende possibile la trasmissione dell’esperienza e in che cosa consiste l’insegnamento?

Risponderò lapidario: con l’esempio, l’esempio, l’esempio genera un modo di stare al mondo più di ogni parola o precetto. Insegnare non è soltanto trasferire un mestiere una competenza, ma è soprattutto uno sforzo per fare in modo che si faccia buon uso degli insegnamenti. Mi riferisco al fatto che la conoscenza è come il coltello, ci si può tagliare il pane o ammazzare la gente e questo dipende dal grado di umanità che un educatore sa infondere nei suoi scolari.

 

Quando e perché ha iniziato a scrivere?

Molti anni fa, ero appena un ragazzo, naturalmente ho interrotto e ripreso più volte per motivi di tempo, di incertezza, di consapevolezza che la scrittura è una cosa seria, le parole sono la cosa più importante che abbiamo se non avessimo la lingua non sapremmo mai con chi stiamo avendo a che fare, per questo nutro una specie di venerazione per le parole e cerco di farne un uso quanto più dignitoso possibile. Leggere e scrivere per me è come respirare, un’attività indispensabile del mio quotidiano, ciò accade sia per il mestiere che faccio sia per necessità fisiologica. E poi parlare bene significa pensare bene e pensare bene significa orientarsi meglio nelle proprie scelte.

 

Quali sono le esperienze più frustranti e quelle più gratificanti nel diventare autori pubblicati?

Se intendiamo la frustrazione come sentimento che deriva da una vanità insoddisfatta, da una smania di celebrità, allora confesso che non mi appartiene, se invece siamo frustrati nel senso dell’impedimento a pubblicare perché si è scomodi e di conseguenza poco commerciali allora il problema si fa serio perché c’è di mezzo la libertà, i rapporti con il potere e così via, in quel caso la scrittura al di là di ogni esito diviene un’attività delicata e urgente. Mi è capitato di essere rifiutato per questi motivi e mi sono sentito frustrato. In quanto all’essere pubblicati dico che fa piacere a chiunque essere letto da un numero quanto maggiore di persone, ma anche in questo caso bisogna fare attenzione al rapporto fra qualità e quantità. Se si scrive per vivere transeat la quantità, del resto è un mestiere anche lo scrivere, ma se si scrive per dire quello che si pensa nella forma della letteratura allora è tutta un’altra storia.

 

Qual è il ruolo delle nuove tecnologie nella scrittura odierna e qual è il tuo rapporto con computer, Internet, SMS, ebook, ereader, tablet, iPad e via dicendo? Possono essere strumenti validi per pubblicare un libro?

Se vengono usate come mezzi sono molto utili, si risparmia tanto lavoro, è più facile l’organizzazione della ricerca, si trovano libri collocati fisicamente in capo al mondo e questo rende possibile fare molte cose prima impensabili, naturalmente se si confondono i mezzi con gli scopi, allora si è fuori strada, possiamo avere le migliori ricette e i migliori attrezzi del mondo, ma se non sappiamo combinare gli ingredienti perché reputiamo inutile la quota di creatività indispensabile resteremo dei cuochi mediocri, e per me questo esempio vale quasi per tutto.

 

Come trova l’ispirazione?

Concedendomi tempi apparentemente morti dove sembra che non stia facendo nulla e invece mi sto guardando intorno, osservando cose, persone, fatti, vicende piccole a volte apparentemente insignificanti, ho tratto un grande insegnamento da un libro di Walser La passeggiata c’è un momento in cui viene chiesto al protagonista cosa stia facendo mentre se ne sta a guardare il paesaggio ed egli risponde: Sto lavorando.

 

Come rende i suoi personaggi credibili?

Assegnandogli i connotati di persone comuni, spogliandoli da ogni carattere di eccezionalità, pensando alla gente che conosco, con cui mi intrattengo a chiacchierare magari anche in circostanze.

Proverbialmente noiose come le assemblee condominiali.

 

Ci sono stati momenti in cui ha sperimentato dubbi circa la sua attività di scrittore?

C’è un passaggio fra le pagine di Dente di cane, in cui parlo di questo dubbio, il cronista Antonio Melfi, a cui assegno la funzione di io narrante, deve mettere ordine fra gli scaffali della libreria di un amico, di fronte a quell’oceano di pagine avverte un improvviso scoraggiamento e si dichiara più incline a leggere che a scrivere, ma la scrittura per quanto mi riguarda come autore è una questione di punti di vista, se consideriamo la nostra vita in relazione ai miliardi di uomini che hanno vissuto, vivono e vivranno ci appare come un granello di pulviscolo nell’universo, e tuttavia quella è la nostra vita e per quanto insignificante rispetto al corso del cielo rimane pur sempre la nostra vita, ecco i libri sono un poco come gli uomini, una storia anche se piccola ha una sua ragione d’essere e fosse solo per questo vale sempre la pena raccontarla. Penso come ho già anticipato prima, che non bisogna lasciarsi dissuadere dal fatto che ci siano tanti libri, a meno che non si soccomba alla smania di celebrità, di successo, all’idea del bestseller a tutti i costi, ma questa è un’altra cosa. Per quanto mi riguarda non sono ossessionato dall’idea della fama, desidero com’è naturale che i miei libri vengano letti da un numero quanto maggiore possibile di lettori, ma il mio lavoro di insegnante mi rende libero, non devo inventarmi storie per impegni contrattuali scrivo quando mi pare e adoperando le parole che più mi piacciono senza inseguire mode né assecondare esigenze commerciali, certo non ci sarebbe nulla di male nello scrivere per vivere e tuttavia bisogna riconoscere che un editore a quel punto non è diverso da un padrone qualunque, con l’aggravante che la mente e la creatività non sono braccia che funzionano a comando, le conseguenze di tutto questo sono spesso libri ripetitivi che inseguono le mode per ragioni ovvie. In qualche modo questa condizione mi mette al riparo da una trappola che il regista Wenders ha ben rappresentato in un suo film a cui sono particolarmente affezionato, il titolo è Non bussate alla mia porta, la storia di un attore che fugge dal set cinematografico e si mette in cerca della propria identità perché la celebrità lo ha reso estraneo a se stesso, lo ha condannato a una vita inautentica, quel film è a mio parere uno dei discorsi più potenti sulla dannazione e la solitudine generata dalla fama. Il protagonista condannato a vivere in un paradiso di plastica agognerà per sempre all’anonimato come a una forma di felicità degli affetti irrimediabilmente perduta. Confesso che su quel film ci ho costruito qualche lezione per i miei studenti, fra i giovani è frequente la smania di diventare famosi. Ecco, in questo modo mi tengo al riparo dai dubbi dello scrivere e quando pratico la scrittura è sempre con il piacere di starmene in una solitudine affollata dai miei personaggi.

 

Che cosa desidera lasciare più impresso nella memoria dei suoi lettori?

Non saprei, i libri fanno capriole incredibili nel loro rapporto con i lettori, a me succede di ricordare cose di certi libri che forse gli stessi scrittori non avevano neppure immaginato, perciò a risponderle stando dalla parte di chi scrive direi che mi piacerebbe lasciare più una sensazione, magari uno stato d’animo penso che queste cose siano più forti e durevoli rispetto alla memoria di un fatto o l’aspetto e il carattere di un personaggio, la rilettura fino allo stremo di quello che scrivo insegue quest’ambizione, suscitare una memoria dei sensi, come quella olfattiva, del gusto del tatto fino a divenire se possibile memoria di un sentimento, magari ineffabile ma indelebile come quella che tutti posseggono delle proprie esperienze più profonde.



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