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    Sacrificio e speranza

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  • SACRIFICIO E SPERANZA
    Notte.
    Tenebre.
    Silenzio. Ovattato. Lugubre.
    Buio.
    Solo i fari riempivano il vuoto di una luce fioca senza speranza.
    Il nulla.
    La strada deserta.
    Solo gli pneumatici di una berlina battevano la strada alla ricerca di libertà.
    Futuro.
    La certezza di una dannazione perpetua.
    Presente.
    L’incognita della morte aleggiava su di lui.
    Potente.
    Ingombrante.
    Nel cuore della notte solo una macchina e il suo autista.
    Sembrava concentrato nella guida.
    La vista fissa sulla striscia di luce avvolta dalle lingue delle tenebre che avvolgevano il mezzo.
    La strada la conosceva.
    L’aveva fatta già altre volte per dirigersi a Santa Fe per lavoro: stupide conferenze su argomenti già noti che si risolvevano in una gran mangiata di carne alla griglia e in mattinate di vita inutilmente perse nella certezza del sapere.
    Ma andava bene così.
    Il vivere altri momenti inutili sarebbe risultato più rassicurante dell’opprimente presente.
    Ma il passato era l’unica variabile che non aveva più la facoltà di poter modificare.
    Era meglio non guardarsi indietro: i mostri lo avrebbero addentato con i loro canini insanguinati, strappandogli e lacerandogli le carni e lasciandolo senza vita sull’asfalto, sul bordo polveroso di quella strada infinita.
    Diritto lungo la via.
    Diritto dove il passato non aveva più luogo e l’oscurità avvolgeva le ossa intorpidendo la mente.
    Nulla più come prima.
    Una via di sola andata verso l’ignoto.
    Sangue impazzito a scorrere nel corpo.
    L’adrenalina che divaricava gli argini.
    L’essenza del non essere.
    Non stava vivendo quel momento, non stava realizzando cosa stesse facendo.
    Solo pensieri immateriali.
    Un corpo senza forma, sabbia insanguinata a fare da impalcatura ad un corpo imploso nel dolore.
    Si sarebbe potuto anche credere che la sua mente fosse concentrata sulla strada che dilaniava il paesaggio circostante.
    In verità non riusciva a eliminare le memorie del passato, acqua torbida che gli inondava i polmoni.
    Accanto a sé la sua foto.
    Aveva solo cinque anni quando gliela aveva scattata, un bel mattino di novembre, quando l’aria iniziava ad essere frizzante ed il vento ti ricordava che stavi vivendo il presente.
    Era felice.
    Erano felici.
    Golden Gate Bridge in lontananza, sfuocato, alle spalle dei lunghi ricci biondi del suo amore, fermo, sul prato del Presidio con lo sguardo sorridente e la posa di chi voleva già comandare nonostante la tenera età.
    Un paio di nuvole all’orizzonte minacciava di guastare una stupenda giornata irradiata dal sole, ma ricordando e scovando nel passato si ricordava che nulla di tutto ciò era accaduto.
    Avevano trascorso l’intera mattinata nel parco del Presidio.
    Sembrava che nulla avrebbe potuto dividerli.
    Sembrava.
    Aveva già pianificato il futuro del suo bimbo: il college ed il posto fisso nella squadra di football americano della scuola. Quarterback, il giocatore cardine di tutta la squadra. Come già lo era nella vita. Un futuro radioso come quello che ogni padre sogna per il proprio figlio, l’incontro con un’incantevole ragazza al ballo della scuola, quando i cuori sono aperti e pronti per essere fecondati dall’amore altrui.
    Vederlo crescere, realizzarsi, sposarsi e vedere crescere figli stupendi, nipoti, verso i quali riversare tutto l’amore di cui la sua forza vitale era piena, colma.
    Tutto era logico, tutto era verosimile.
    Ma non per lui.
    Non in questa vita.
    La macchina continuava la sua ricerca nell’oscurità della notte.
    Nulla che potesse disturbarla.
    Nulla attorno a sé.
    L’uomo continuava a guidare senza una meta.
    Le mani insanguinate appoggiate delicatamente sul volante, quasi in ossessiva reverenza.
    Sangue non suo.
    Sangue della sua metà.
    Incontrata una sera di pioggia.
    Era appena uscito dal lavoro, una banca tanto importante quanto fanatica nel mantenere i propri dipendenti stretti al guinzaglio dei controlli ossessivi, con la pronta volontà di farla finita con il passato, di incominciare a vivere la vita, il presente, e pensare a quello che il futuro avrebbe potuto riservare ad un aitante trentenne con troppe idee in testa e la paura di sbagliarle tutte.
    E lei era li, fuori da Starbucks a sorseggiare un caffè, a riscaldarsi, a trovare un po’ di tepore nella freddezza dell’anonimato cittadino. Già dal primo istante che l’aveva vista aveva iniziato ad amarla, senza rendersene conto, senza riuscire a contrapporsi a quell’irrefrenabile sentimento che gli sgorgava dalle viscere, che l’avrebbe fatto stare male, che l’avrebbe reso felice di essere al mondo, che l’avrebbe reso padre.
    Nulla sarebbe potuto andare storto, il destino non poteva essere così folle da accanirsi su una giovane coppia desiderosa solamente di essere lasciata in pace e nutrirsi del proprio desiderio.
    Ma il logorio era come una serpe che scavava lentamente all’interno del tessuto debole.
    E loro sembravano tanto forti in apparenza quanto invece deboli alla realtà dei fatti.
    Liberamente esposti a qualsiasi tumore.
    E il tumore li aveva colpiti, li aveva stravolti, li aveva lasciati indifferenti nella consapevolezza di poter risolvere la situazione come se fosse solo un malanno passeggero, li aveva uccisi.
    Era bastato un ragazzo gioviale, allegro, leggero, a sconvolgere la loro vita, a rappresentare la novità per una donna che ormai si era imbalsamata nella vita quotidiana.
    Erano bastati un po’ di carne e sangue per portargliela via.
    E allora, dalla piccola fiammella, era divampato il fuoco dell’odio, della vendetta, della distruzione.
    E aveva preteso il suo bottino di carne e sangue.
    La notte.
    L’oscurità.
    Le tenebre.
    Di quella stessa notte.
    Era entrato in casa sua, incurante delle possibili impronte digitali, incurante che qualche vicino di casa ficcanaso potesse sorprenderlo, incurante del fatto che quel tumore preventivasse di venire dilaniato dall’odio che lui stesso aveva creato.
    Li aveva trovati nel soggiorno.
    Una normale famiglia.
    La sua famiglia.
    Quello avrebbe dovuto essere il suo posto.
    E se non fosse stato in grado di riprenderselo, di sicuro non l’avrebbe ceduto a nessun altro.
    Il suo amore aveva cercato di frapporsi all’inevitabilità degli eventi, non si poteva controllare il destino.
    Non quella notte.
    La macchina avanzava nell’oscurità.
    La nebbia interiore si stava spargendo anche all’esterno.
    Il rimorso.
    La coscienza stava prendendo il sopravvento.
    Aveva sempre cercato di mantenere il controllo totale sulla sua vita. Era sicuro di averlo.
    L’aveva perso quella notte.
    E non avrebbe mai più potuto avere una seconda possibilità per redimersi, per recuperare dalle torture che il vivere gli stava infliggendo.
    Il suo amore era svanito.
    La luce si era spenta.
    Non avrebbe potuto illuminare più nulla.
    L’asfalto caldo stava sciogliendo le speranze di redenzione.
    Meglio.
    Forse era proprio quello che voleva.
    La redenzione non faceva più parte della sua vita.
    La macchina prese una buca sulla lunga scia di asfalto.
    Un paio di occhiali da sole sussultò sul cruscotto.
    Non caddero.
    Erano per mimetizzarsi una volta che l’alba fosse fuoriuscita all’orizzonte.
    Non sarebbe sfuggito alla polizia.
    L’avrebbero scovato, a costo di dispiegare forze sufficienti per rintracciare il fuggitivo più abile. Forse era quello che voleva.
    I giornali l’avrebbero raffigurato come un mostro, una specie di serial killer come i tanti che infestavano la terra delle libertà infrante.
    Lo avrebbero maltrattato, l’avrebbero picchiato. Li avrebbe lasciati fare.
    Voleva il dolore, era un’esigenza, come ultima fonte di espiazione per quello che aveva compiuto.
    Li avrebbe lasciati fare.
    Come avrebbe potuto spiegare ad assetati di sangue che la morte di suo figlio era stata involontaria, un incidente negli attimi di scarsa lucidità che avevano contraddistinto quella dannata follia?
    L’amore della madre per il figlio.
    L’amore di un figlio per la madre.
    Il disperato tentativo di salvare colei che lo aveva generato.
    Il frapporsi sulla traiettoria tra l’odio del padre e la disperazione della madre.
    La lama dell’ascia, insanguinata della vita conquistata dal tumore che aveva distrutto la felicità di una famiglia, si era scagliata contro il corpicino di un essere innocente, della vita a lungo cercata e ora spentasi nel modo più orribile.
    La tragedia aveva avuto il suo epilogo.
    Non ancora.
    L’espiazione sarebbe durata ancora a lungo per lui.
    L’avrebbero scovato.
    L’avrebbero ucciso.
    La morte fisica non aveva più alcuna importanza, un dettaglio inutile.
    La morte della mente era già avvenuta.
    La morte dell’anima.
    Il figlio, l’amore di una vita, le speranze di una vita, vanificate da lui stesso, dalla sua stessa follia.
    E ora meritava solo la pena.
    Il sacrificio.
    Il coraggio di porre fine a un’esistenza già finita.
    Non ancora.
    Codardo.
    Uccidere il proprio seme era stato più facile.
    No.
    Avrebbe cercato di farsi uccidere, accerchiato dalle canne dei fucili puntate contro la sua carne ormai morta.
    Avrebbe aspettato di udire il rumore secco del colpo partire.
    Le campane della libertà.
    Inno alla gioia.
    Solo in quell’istante l’espiazione avrebbe avuto termine.
    Solo allora avrebbe potuto cercare una redenzione per l’eterna dannazione di vivere anche solo un minuto in più in quell’inferno.
    Aveva deciso.
    Avrebbe cercato di farsi uccidere.
    Era l’unica soluzione.
    Strinse a sé la foto del figlio.
    Un rivolo di sangue sporcò il suo viso innocente.
    L’odore della morte.
    Tutto attorno il silenzio.
    Lugubre.
    Solo i fari riempivano il vuoto di una luce fioca senza speranza.
    La macchina si dirigeva verso il buio.
    Verso le tenebre.
    Verso la fine.



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