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    Parole Potenti

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  • Sono stata all’inferno per una notte, e dall’inferno sono ritornata.
    Più o meno intera.
    Inferno? Forse.
    Ho problemi a definirlo.
    Era freddo,
    e lo so che l’inferno è caldo, bollente. Eppure per me quello era l’inferno.
    Era freddo.
    Era il sudore che scendeva gelido sulla fronte e sulla schiena, facendoti rabbrividire fino al midollo. Ma non di freddo, di paura.
    Era fredda e viscida paura.
    Paura di rimane sola.
    Paura che quella sottile parete di legno non reggesse alla furia degli elementi.
    Paura di venire sballottata da un vento pungente e fiocchi di ghiaccio ghiacciato.
    Paura di soccombere.
    Orrore di dover cedere alla potenza del caos.
    Terrore di essere impotente.
    Sono stata all’inferno per una notte, e dall’inferno sono ritornata.
    Non intera,
    ma completa.
    Qualcuno in quell’inferno freddo mi ha riportato indietro.
    Qualcuno di inimmaginabile.
    Qualcuno che, se l’avessi incontrato in luogo diverso, avrei evitato con una smorfia di disgusto.
    E l’inferno è diventato il posto più bello,
    il posto sicuro dove il turbine viene lasciato fuori.
    È diventato il posto dove tornare
    se,
    nel caso che,
    nell’eventualità probabile non necessariamente desiderata che,
    arrivasse un altro turbine.
    Sono stata all’inferno per una notte, e dall’inferno sono ritornata
    come se fossi stata in paradiso.


    Gli impianti stavano per chiudere, ma c’era ancora il tempo per un ultima pista. Forse due se mi sbrigavo.
    Ero consapevole del fatto che la nera sarebbe stata stupenda a quell’ora. Non ci sarebbe stato nessuno, avrei potuto far andare gli sci senza dovermi preoccupare di aspettare o di investire qualcuno.
    Saremmo stati io e l’ebbrezza della velocità e dell’incoscienza.
    Il vento spietato che aggrediva affilato la pelle del viso e il nodo allo stomaco, segno inconfondibile della prudenza volutamente ignorata.
    Il senso di benessere e di onnipotenza di arrivare incolumi alla fine di quel pazzo, spericolato momento.
    Il gruppo mi chiamò. Li lasciai tornare indietro in albergo. Li avrei raggiunti lo stesso, nonostante i tempi stretti e il brutto tempo in arrivo.
    Sentii la pista che chiamava. Sentii la necessità di buttarmi, di provare per qualche meraviglioso istante quell’ebbrezza mista a paura. Avevo bisogno di avere paura, per sentirmi viva.
    Era sempre stato così, fin da quando mi avevano permesso di uscire da sola, fin da quando ero riuscita a liberarmi della loro pressante prigionia. La prigionia di quella gabbia dorata che mi avevano costruito attorno. Una gabbia fatta di pizzi e pupazzi, di oggetti e niente affetti.
    Sentii i primi fiocchi bagnarmi il viso.
    Era più acqua che altro, ma presto sarebbe diventata neve.
    Sorrisi.
    Mi era sempre piaciuta la pioggia, anche la neve, ma soprattutto la pioggia. Da piccola, quando guardavo fuori dalla finestra e vedevo risplendere il sole, lo odiavo. Odiavo il modo in cui si rifletteva in quel palazzo di marmo e cristallo e porcellana. Odiavo la freddezza, la durezza che trasmetteva quel riverbero.
    Invece la pioggia… Quando avevo sei anni la mia tata mi raccontò una storia, era la storia più bella, più bella delle principesse e delle fate, più bella dei gatti sorridenti e dei burattini viventi. La tata mi raccontò che quando qualcuno sospirava il suo sospiro saliva in cielo e si andava ad unire agli altri sospiri che col tempo diventavano sempre più pesanti. Così ogni tanto il cielo, stufo di dover sopportare tutto quel peso, lo scaricava sulla terra con forza, bagnando tutto e rattristando la gente. Questo per punirli di avergli affidato i loro sospiri, per punirli di aver fatto sì che qualcuno sospirasse e gli affidasse il peso del suo sospiro.
    Per questo dalle finestre di quella prigione perfetta ringraziavo la pioggia, la ringraziavo per punirli, per punirli della loro freddezza, per punirli del fatto che non c’erano mai e non c’erano mai stati, per punirli del fatto che mi erano sempre mancati, del fatto che per me erano estranei irraggiungibili.

    (Sale sulla seggiovia insieme a due uomini.
    Iniziano a parlare.
    Uno è Leo, quarantaquattrenne milanese, scrittore fallito.
    L’altro è Walter, settantenne, colonnello dell’esercito inglese.
    Tutti e tre per un motivo o per un altro soli.
    Una solitudine volontaria.
    Una solitudine ingannevole.
    Una solitudine che in realtà è una scusa per nascondere il fatto che non hanno trovato qualcuno con cui stare veramente. Qualcuno che li capisca.
    Qualcuno che capisca che hanno bisogno di stare da soli stando con qualcuno,
    di stare con qualcuno che gli permetta di stare da soli con loro stessi senza venire attaccati da dentro.
    Qualcuno che serva da talismano con l’angosciosa sensazione di essere soli al mondo.
    In questi casi basta uno sguardo
    per riconoscere negli sguardi degli altri
    la propria espressione.
    E riconoscersi, nel bel mezzo del nulla.
    E scendere una pista insieme.
    Poi due.
    Poi tre
    poi
    il tempo peggiora
    così velocemente che neanche un minuto prima si vedevano,
    poi più niente.
    Tempesta di neve.
    Ecco cos’è.
    Urla in mezzo al frastuono del vento.
    Si trovano.
    Si perdono.
    Si ritrovano
    e fanno in modo di non perdersi più.
    Arrivano all’impianto con lentezza infinita, scivolando di continuo sulla pista nera,
    cadendo,
    alzandosi,
    cadendo,
    rialzandosi.
    Si aiutano, uno con l’altro,
    cercando di accorciare i tempi,
    ma sanno
    che erano già agli sgoccioli, i minuti contati, e non arriveranno mai in tempo agli impianti prima che chiudano. Ne servirebbero due, e altre tre piste, per scendere.
    Poi la funivia.
    No.
    Non ce la faranno.
    Non sanno neanche dove stanno andando.
    La nebbia è fitta.
    Camminano.
    È la forza della disperazione, cammini, perché non puoi stare fermo.
    Non puoi stare fermo in mezzo al nulla.
    Non puoi accettare di stare fermo in mezzo al nulla.
    Cammini, sperando di arrivare da qualche parte.
    Perché fa freddo,
    sei stanco,
    e
    fa sempre
    più
    freddo.
    La neve entra nei vestiti, si scioglie e i rivoli freddi ti corrono sulla pelle.
    Gli sci? Chi lo sa.
    Sanno che però gli altri due sono lì, vedono la loro sagoma scura e pensano
    NON SONO SOLO.
    PER UNA VOLTA, NON SONO
    DAVVERO
    SOLO.
    POSSO SEGUIRE LA LORO OMBRA,
    FINCHè POSSO VEDERLI,
    NON SONO SOLO.
    E sono stati soli così a lungo che non essere soli gli sembra la cosa più bella.
    E poi,
    un’altra sagoma scura in mezzo a sagome scure.
    Ma è una sagoma scura bella, è rassicurante.
    Buttano giù la porta,
    è poco più che una cascina,
    ma ha l’odore del posto più bello.
    Si barricano dentro.
    Walter ha un accendino.
    Leo tira fuori la cartina delle piste.
    Appiccano fuoco alla legna trovata nel caminetto.
    Un fuoco timido illumina appena la cascina.
    È piccola, la piccola fiammella basta a illuminarla tutta.
    Un divano.
    Camicie da boscaiolo, due sciarpe, un giaccone, un paio di scarponi da trekking, un fucile, delle cartucce.
    Una sedia.
    Un tavolo.
    Una cesta di legna vicino al camino.
    È sempre un rifugio.
    Poi si guardano in viso e sanno di stare pensando tutti la stessa cosa.
    POSSIAMO STARE QUI.
    FINCHÈ REGGE.
    SPERIAMO CHE REGGA ABBASTANZA, FINCHÈ DURA LA TEMPESTA,
    POI
    FORSE
    CI PENSEREMO.)


    Guardammo Walter che si era addormentato sul divano dalla stanchezza, abbandonato in un sonno che era oblio.
    Poi i nostri sguardi si incrociarono e sapemmo di pensare la stessa cosa, sapemmo di voler entrambi stenderci vicino al fuoco e abbandonarci a quel dolce oblio che vedevamo avvolgeva Walter. Sapemmo di esser grati perché lui l’aveva trovato. Lui che se lo meritava più di tutti. Lui che forse, solo nell’oblio, poteva trovare pace. Sapemmo di sperare che in qualche modo quell’uomo, quel vecchio, fosse riuscito a trovare per un po’ la pace dai suoi demoni.
    I nostri invece si nascondevano fra le flebili fiamme del caminetto. Prendevano forma davanti ai nostri occhi nelle lingue di fuoco che prima ondeggiavano, poi si mescolavano, cadevano una sull’altra, ci ipnotizzavano e cadendo e mescolandosi prendevano la forma di incubi spaventosi e si ingrandivano sempre di più e arrivavano quasi ad inghiottirci. Le palpebre scendevano a inumidire gli occhi che bruciavano e subito si riaprivano su un fuoco tornato normale che di nuovo tremava, cadeva, si mescolava, fino a ricreare forme ancora più inquietanti.
    Una gabbia di fuoco. Una bambola che rideva con la risata di una vecchia. Un pagliaccio che mi fissava con occhi sempre più grandi e sgranati. Un uccellino che bruciava vivo, denti di un cane che crescevano a velocità assurda, i miei che si allungavano su una bambina che rimpiccioliva in proporzione a quanto ingrandivano la tata che veniva schiacciata dalla pioggia che amava tanto il pupazzo con cui dormivo che veniva tagliuzzato una pistola che si avvicinava sempre più la terra che sprofondava sotto una ragazza che correva serpenti coltelli bambole infernali gabbie
    Un grido strozzato mi diede la forza di distogliere lo sguardo.
    Alzai gli occhi su Leo e vidi il mio volto riflesso nei suoi occhi. Una piccola bambolina spaventata delle dimensioni di pochi millimetri.
    Sbattei le palpebre e a forza distolsi gli occhi dalla mia immagine.
    -Cosa hai visto?- mi chiese.
    Spalancai gli occhi, consapevole di spalancarli più del normale. Mi rendevo conto dell’aspetto da pazza che dovevo avere. Capelli appiccicati alla fronte e al collo dall’acqua e dal sudore. Occhi spalancati su un bianco iniettato di sangue dal continuo fissare le fiamme. Viso pallido cadaverico.
    Scossi la testa alla sua domanda e sentii le lacrime affiorare.
    Mi strinse e affondai il viso nell’incavo del suo collo.
    Nascosta da lui e allo stesso tempo a lui aggrappata.
    -Lo so, anch’io-. E accarezzandomi i capelli ripeteva: lo so.
    E io ci credevo, perché, ne ero sicura, le sue visioni erano state peggiori delle mie. Me lo avevano detto i suoi occhi prima e me lo diceva adesso il suo abbraccio compulsivo che voleva quasi dimostrarmi che era lui ad aggrapparsi a me. E me lo diceva il suo cuore, che batteva all’impazzata alla destra del mio.
    I nostri respiri affannati rallentarono adattandosi uno al ritmo dell’altro. Uno espirava l’altro inspirava. E per un tempo infinito restammo in silenzio ad ascoltare i nostri respiri e i battiti dei nostri cuori che con acuta insistenza cercavano di sovrastare il rumore spaventoso della furia della tempesta che si abbatteva con furia contro le sottili pareti di legno della cascina. Il legno gemeva ad un livello più alto dei nostri respiri nella scala dei decibel. Ascoltarli divenne sempre più complicato e mano a mano che le nostre orecchie si furono abituate al rumore dei respiri e ai gemiti del legno, la furia delle tempesta si impadronì del nostro cervello così come aveva fatto il fuoco.
    Il rumore del vento e della bufera di neve diventava sempre più pressante alle nostre orecchie. Un’illusione, certamente, così come le immagini di fuoco, ma che in quel momento era maledettamente vera.
    Con lentezza
    arrivò prima la consapevolezza di quanto eravamo piccoli,
    poi
    di quanto eravamo impotenti.
    Dopo anni sentii di nuovo l’impotenza che saliva dallo stomaco. Saliva la sgradevole sensazione di non poter decidere del mio destino, la sensazione che non importava niente a nessuno se non potevo farci niente.
    Sensazione di abbandono assoluto.
    Ormai non era neanche più terrore, o paura, di rimanere bloccati lì a vita, ma la paura sottopelle dell’annullamento completo, del rimanere inoffensivi come i pupazzi che picchiavo da piccola quando mi sentivo
    sola
    in quella grande casa bianca e rosa,
    in quei tenui colori pastello che sembrava volessero spegnere anche te,
    ammortizzarti,
    smussarti,
    affievolirti
    e
    assottigliarti.
    Essere dopo anni bambina in quel modo, preda della stessa paura di perdermi nel nulla e nella solitudine. In un silenzio
    chiaro e scuro allo stesso tempo,
    un silenzio in bianco
    e nero,
    una scala di grigi che ora velocemente ora lentamente variava in scala
    dal nero al bianco,
    dal bianco al nero.
    -Sai…- cominciò e io alzai lo sguardo su di lui, ringraziandolo già per avermi distolto dal gorgo bianco e nero dei miei pensieri.
    Incontrò il mio sguardo e sorrise. Un sorriso stanco e anche un po’ amaro.
    -Anni fa pensavo che se potevo dare un nome a una cosa, scriverla, racchiuderla in qualche catena, allora quella cosa non sarebbe stata più così difficile perché ero riuscito a darle un senso. Pensavo che dovessi solo scriverlo. ‘Se lo scrivo’, pensavo, ‘tutto andrà per il meglio, perché l'avrò scritto’. Perché quando scrivevo e le parole si formavano da sole senza che io le decidessi, allora in quel momento era un mondo migliore. Finché non smettevo di scrivere. Dopo pregavo sai? Dicevo… ‘Da dovunque veniate non smettete di arrivare. Dovunque siate non smettete di esserci. Penna, non ti fermare. Componi parole. Fammi sapere cosa vogliono che io dica’. Perché non lo sapevo finché non lo vedevo già scritto. Io non decidevo niente, era questa la cosa meravigliosa. Le parole decidono. Loro hanno potere. Loro possono. Hanno tutto il potere del mondo dentro e sembravano sussurrarmi che me lo avrebbero svelato-
    Sorrisi scettica, totalmente rapita dalla sua voce. Era stranamente calma, dolce, quasi sognante. Era stupendo ascoltarlo, e mentre lo ascoltavo tutto il resto svanì, si assottigliò fino a rimanere una vaga consapevolezza in fondo allo stomaco.
    Avrei potuto ascoltarlo per sempre.
    -A ripensarci mi sembra abbastanza assurdo anche a me- disse.
    -Eppure da come me l’hai raccontata sembrava una cosa così importante, così maledettamente vera per te. Perché ora non è più così?-
    Abbassò gli occhi e si rabbuiò. Ecco, si rabbuiò di più e il dolore che aveva cercato di trattenere mentre fissava il fuoco gli esplose in viso.
    -Non me lo chiedere. Per favore-.
    Lo fissai ancora più curiosa da quella frase lapidaria ma lui, lui resse lo sguardo impassibile nel suo dolore.
    Mi sistemai contro la sua spalla e lui si appoggiò alla parete di legno.
    -Da piccola, prima di addormentarmi, ricordo che ero triste e avevo paura del buio. Allora la mia tata si sedeva nel lettone con me e mi faceva appoggiare così, sulla sua spalla…- mi persi nei corridoi della mia mente, percorrendoli a velocità inimmaginabile, anzi, forse è più corretto dire che io ero ferma, e le pareti del corridoio, pareti fatte di immagini, correvano attorno a me. Poi l’immagine di quella cameretta che odiavo si addolcì alla vista di Tata Lisa che mi abbracciava.
    -E poi?- mi richiamò Leo.
    Sorrisi. -Poi mi proponeva un gioco-.
    -Un gioco?- Ed eccolo, lo scetticismo di un adulto che crede che un gioco non possa scacciare via la paura del buio.
    -Sì- confermai. –Vuoi farlo? Ti prometto che dopo ti sentirai meglio-.
    Mi allontanò un attimo da sé per fissarmi in viso.
    -Promettilo- chiese di colpo con assoluta serietà.
    Annuii. Poi continuai:
    -Vedi forse il buio fa paura perché non si vede e quello che non si vede, non si sa, si teme. Ma però la realtà, quella che al buio non si vede, che se ne sta nascosta, la puoi reinventare come vuoi, tanto nessuno lo saprà.
    -Hai ragione, in fondo è nel buio che si inventano le storie migliori-.
    -Sai di che colore era il mondo che inventavo?-
    -No, dimmi-.
    -Verde, viola e arancione- risposi pur sapendo che avrebbe riso di me, ma era quello il mio scopo: farlo ridere. Di colpo sentivo il bisogno di ridere.
    -Perché?- disse con nel tono di voce una nota di divertimento.
    Esultai interiormente, ero sulla strada giusta.
    -Perché era insensato. Ogni cosa nella mia vita aveva un’armonia, un ordine preciso e perfetto. E lo odiavo da morire-.
    Silenzio.
    Una pausa bella.
    Non era più silenzio spaventoso.
    Non so perché.
    -Come si fa?-
    -Disse lo scrittore che non sapeva più inventare mondi a una ragazzina- commentai.
    Sbuffò.
    -Stanotte l’età non conta. Ti sento più vecchia e saggia di me-.
    -È un’altra illusione- precisai.
    -Illusione?-
    -Lascia stare-.
    -Allora, mi insegni questo gioco?-
    -Come facevi quando dovevi scrivere?-
    -Che senso ha rispondere a una domanda con un’altra domanda?-
    -Lo hai fatto anche tu-.
    -Non mi ricordo-.
    -Come fai a non ricordartelo?-
    -Smettila con le domande-.
    -Tu rispondi e io la smetto-.
    -Non me lo ricordo e basta-.
    -Tu non vuoi ricordarlo-.
    -Hai ragione, non voglio. Come si fa?- ripetè esasperato.
    La scena si replicò nella mia mente
    e
    risi.
    Risi di gusto.
    Perché…
    Perché litigavo con un estraneo come se fosse il mio migliore amico e come se la nostra età complessiva non superasse i dieci anni di età.
    In quel momento capii come si dovesse essere sentita Tata Lisa a insegnarmi a sognare.
    -Chiudi gli occhi- dissi seguendo il mio stesso ordine.
    -Fatto- rispose.
    -Bene. Dove sei?-
    -Al buio-.
    Sbuffai.
    -Sei senza fantasia. Sei uno scrittore senza fantasia. Mi fai schifo-.
    -Grazie-.
    -Che colore vuoi?-
    -Azzurro-.
    -Perché?-
    -Era il colore preferito di mia figlia-.
    -Era?-
    -Lascia stare-
    -Ok. Sei in mezzo all’azzurro?-
    -Sì-.
    -Bene, anch’io. Mettici qualcosa-.
    -In che senso?-
    -Per esempio, se lì ci mettessimo un po' di rosso?-
    -Dove?-
    -In centro in alto-.
    -Fatto. Una bella macchia rossa in mezzo all’azzurro-.
    -Ora tocca a te-.
    -Una palla da calcio arancione e viola-.
    -Dove?-
    -Boh, saltella qua e là-.
    -C’è qualcuno che la spinge?-
    -No, rimbalza da sola-
    -Ok. Poi?-
    -C’è una bambina che legge su un’altalena-
    -Descrivimela-
    -È bellissima. Cioè, è di schiena, ma so che è bellissima. Bellissima e viva-.
    Abituata a questo gioco riconobbi l’importanza dell’ultima parola che aveva detto.
    -Chi è? Tua figlia?-
    -Sì-.
    -Com’è vestita?-
    -Ha una gonnellina arancione a balze e scaldamuscoli bianchi. E… una…-
    -Una?-
    -E una camicetta a fiori blu e lilla. Ecco adesso ha lanciato in aria una scarpa, si volta e ride sventolando il libro in aria. È felice-.
    L’immagine mentale di una bambina si inserì nel quadretto assurdo che avevamo creato.
    -E lì ci mettiamo un sole?- proposi.
    -Sì, ci sta bene. E delle fragole, e delle pesche. Uva. Della frutta. Poi pensavo, qui più in basso, qui davanti a me, se ci mettessi un sorriso qui?-
    Aspettai. Aveva la stessa voce stupenda che aveva già avuto prima, quella che avrei ascoltato per ore.
    -Sarebbe bello, sì, sarebbe un bel sorriso. E poi magari… Sì, devo metterci lei, per forza, perché quel sorriso, ora che ci penso, è il suo-.
    E credetti di immaginarmela, la donna di cui parlava, quella che con un sorriso lo aveva stregato. E me lo immaginai lì, in quel mondo nel mondo, e ci calzava a pennello.
    Aprii gli occhi, e mi accorsi che anche lui l’aveva fatto, proprio in quel momento.
    -Grazie- disse. E quel grazie fu la cosa più bella che avessi mai sentito.
    -Di niente-.
    -No, davvero. Grazie, grazie di avermi fatto stare con loro ancora una volta-.
    Sorrisi.
    Mi sentivo importante,
    credo,
    e per la prima volta,
    utile.
    -E?-
    -Non c’è un ‘e’-.
    -Si c’era-.
    -No, non è vero-.
    -Ti vengono male le bugie-.
    -Colpevole-.
    Risi.
    -E per averla resa una cosa meravigliosa invece che estremamente dolorosa-.
    Sorrisi ai suoi occhi lucidi ma scintillanti.
    La bufera cercava ancora di abbattere la piccola cascina, eppure in quel momento mi sembrammo solidi come una roccia.
    Inventammo un altro mondo.
    Era pieno di libri e macchie di colori e foto e uccelli. Ed era racchiuso in una stanza, una stanza piena di quadri.
    Alcuni li inventammo noi, altri erano quadri visti da qualche parte. Poi, in mezzo, c’era una scultura di marmo bianco. Una vecchia che affondava il viso in un mazzo di fiori.
    E a forza di magari ci perdemmo in quei mondi che creavamo, che erano nostri nonostante tutto, fino a che, non avemmo più presente quali fossero i confini fra realtà e fantasia, quali fossero gli elementi reali dei nostri mondi, e gli elementi inventati.
    Però, era bello, sentire la sua voce che descriveva questi mondi. Sentivo piano piano riaffiorare prima l’eco, poi l’essenza di quello che era stato una volta, probabilmente la stessa persona che aveva affascinato più di una donna prima di rimanere in trappola a sua volta. Il suo modo di raccontare. La facilità con cui intrecciava pezzi di fantasia con pezzi veri, reali. La sincronia, l’armonia, che avevano i mondi che creava. Tutto te li rendeva così perfettamente immaginabili. Erano lì, davanti a te, come se niente fosse, come se fossero normali e non montati con poche parole da quello che in fondo era soltanto un uomo.
    Un uomo meraviglioso. Un uomo che, se lasciato a briglia sciolta, poteva farti fare un viaggio in mille posti diversi rimanendo nello stesso posto, usando solo la propria voce.
    Era inquietante.
    Ma era anche bello,
    il modo in cui ti faceva perdere contatto con la realtà,
    il modo in cui ti guidava dove voleva,
    in cui ti faceva
    vedere,
    provare,
    quello
    che voleva.
    Trasudava potenza.
    Chiunque, dopo averlo ascoltato, avrebbe voluto poter infondere in ogni cosa quella potenza.
    E invece, sarebbe potuto non succedere più nemmeno a lui.
    Ogni tanto il suo sguardo si perdeva e, fra un racconto e l’altro, sembrava dire Potrei non riuscire più a esprimere una cosa così bene. Vorrei durasse per sempre, che le parole, dovunque siano, non smettessero di esserci, dovunque arrivano, non smettessero di arrivare. È già successo che mi abbiano abbandonato, potrebbero rifarlo.
    Poi il suo viso si illuminava di nuovo.
    E ricominciava a tessere storie come un ricamatore di seta. Stendeva prima la stoffa, lo sfondo, poi particolare dopo particolare, seguendo una geometria precisa ma non banale, ricamava la sua opera.
    Così,
    di getto.
    Certe volte fai qualcosa di getto, in fretta. Non è granché, forse non la capisci neanche tanto. Dentro però la senti giusta. Certe cose ci metti secoli, attenzioni, impegno. Eppure saranno sempre sbagliate. Mancano di sincerità, sono studiate. Non sono istintive, sono vuote. E per te, forse per qualcun'altro, non saranno mai belle come le altre. Quelle le senti dentro, e fin dall'inizio sono giuste. Vere. L'istinto, quello, non può mai essere sbagliato, perché è istinto. Non il frutto di un ragionamento. A volte non si sa cosa si ha dentro, forse affidarsi all'istinto è una delle poche maniere per vederlo.
    E io lo vedevo quello che aveva dentro, lo percepivo. Aveva tanta voglia di cominciare, e non fermarsi più,
    tanta voglia
    di gustare
    ancora e per sempre
    il potere
    che le parole gli prestavano.
    E quel potere era crudo.
    Era vero.
    Era bello.
    Di una bellezza devastante e tremenda.
    Mi entrava dentro e mi scuoteva l'anima.
    Vibrava attraverso la sua voce e incantava me e lui.
    Le parole. Le emozioni. Le storie. Le immagini. Le sensazioni. Le parole. Alla fine sono sempre loro, le parole. Mi attiravano nella loro tela e avevo la sensazione che saremmo rimasti lì per sempre. Lui a parlare, io ad ascoltare.
    Suadenti.
    Agghiaccianti.
    Dolci.
    Potenti.
    Le parole.

    Sono stata all’inferno per una notte, e dall’inferno sono ritornata.
    Il mondo era più bello sai?
    Non so,
    era successo qualcosa,
    qualcosa era successo dentro di me,
    qualcosa si era…
    smosso.
    Sì, smosso.
    È la parola giusta.
    Qualcosa mi sussurrava che un giorno avrei trovato qualcuno a cui dire
    Grazie,
    grazie di tutto,
    grazie di esistere.
    Ed è stata una parola che ha fatto nascere in me quella speranza,
    un solo
    semplice
    grazie.
    Una parola,
    potente
    e
    spietata,
    che non lascia spazio,
    scritta in penetrante inchiostro nero sul foglio bianco della mia vita,
    un foglio bianco, sì, perché ancora non c’era stato niente che fosse penetrato a fondo come quella parola e tutte le altre che erano seguite. L’inchiostro era penetrato nelle fibre della carta rimanendo indelebilmente impresso.
    Erano parole bellissime, anche le più terribili, avevano un suono meraviglioso,
    un suono di libertà.
    E adesso, dopo anni a cercare sue interviste, leggere i suoi libri, mandargli lettere, il fatto che lui non ci sia più mi sembra una cosa orribile e senza senso.
    Per quale motivo l’unica persona al mondo che io abbia mai rispettato ed amato doveva morire d’infarto a soli cinquantanove anni? Lui che mi aveva fatto cambiare con poche, semplici, meravigliose parole.
    Ci sono momenti
    in cui sento che sto per lasciarmi andare,
    è il momento prima,
    ecco
    scende come una pace, spegne il cervello e senti il tuo corpo.
    Pulsa, lo senti vivo.
    Senti il sangue pompato ritmicamente nelle vene, una lieve pulsazione sotto la pelle.
    Poi
    magari
    ti raggomitoli tutta,
    e
    forse,
    scende anche una lacrima.
    Perché non è di giorno,
    non è ''di solito''
    che ci fai caso,
    ma è lì,
    nella notte,
    quando sai che ti stai per addormentare
    che spunta fuori e ti morde da dentro,
    perché ormai è dentro di te
    ed è la voglia che le cose fossero andate diversamente,
    che vadano diversamente.
    E pensi che è triste che l'ultima cosa a cui penserai prima di addormentarti sarà proprio quella. Forse è sbagliato definirla una cosa,
    anzi,
    di sicuro,
    meglio personificarla, darle il suo nome,
    ma è proprio quel nome il problema, quel problema a cui non vuoi pensare, mai più, ma che torna a tormentarti
    perché è dentro di te,
    e finché vivrai resterà lì, portandosi dietro
    ogni volta
    l'intero bagaglio di ricordi.

    Vorrei trovare un altro Leo.
    Uno che faccia sognare.
    Uno che mi appartenga.
    E non lasciarlo più andare.
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