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    Omicidio in onda

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  • Omicidio in onda

    Prima parte

    Con la mano destra si teneva strette le coppe del reggiseno, mentre con l’altra se lo slacciava. Non smetteva di muoversi sinuosamente. Lui era lì, incantato e ammaliato, aspettando l’istante in cui quel seno prosperoso e perfetto avrebbe fatto la sua comparsa mostrandosi in tutta la sua estatica bellezza.
    Ora ogni mano reggeva una coppa e, con lentezza esasperante, si muovevano in basso. Ancora pochi attimi e tra quei pizzi sarebbero comparsi i capezzoli…
    «Merda, era solo un sogno! Pronto, chi cazzo è a quest’ora?»
    «Capo, sono Danieli, dovrebbe venire subito…»
    «Danieli? Che cazzo è successo? Sono le sei meno dieci!»
    Il commissario Caruso, ancora con parte della mente immersa nel sogno, si alzò a fatica dal letto.
    «Caro, che sta succedendo?», la stridula voce di lei si sommò a quella dall’altra parte del telefono, «Capo, ci hanno chiamati poco fa. Hanno trovato un morto?»
    Caruso ignorò la moglie: «Un morto? Dove?»
    «A Radio Luino. Pare si tratti di uno che parla»
    «Uno speaker intendi…»
    «Si, è quello che ho detto.»
    Per una volta il commissario Caruso non stette a sindacare sull’ormai arcinota ignoranza dell’agente Danieli, che quella notte era di piantone in caserma. Cercò con nervosismo di recuperare una calza finita sotto il letto, mentre tra spalla e collo reggeva il telefonino.
    «Voglio qualche informazione! Hai capito Danieli?»
    «Una ventina di minuti fa ho ricevuto una telefonata. Era una donna che piangeva, e diceva un sacco di cose che non capivo, ma più volte ha detto “morto” e “Radio Luino”, così ho mandato Mirti e Giani, che erano di pattuglia proprio lì vicino. Un attimo fa mi hanno chiamato dicendo che c’è un morto, e di avvertirla immediatamente.»
    «Amooooreeeee mi vuoi dire che succede?»
    Il commissario era ormai vestito: un paio di jeans e un dolcevita blu: praticamente la sua personale divisa quando non doveva usare quella ufficiale della polizia al cui comando, nella sezione di Luino, era ormai da quasi tre anni. Ancora una volta ignorò la moglie e, sempre con il telefonino attaccato all’orecchio si precipitò fuori dalla stanza. «Senti, chiama subito quei due imbecilli e digli di non toccare assolutamente nulla sin quando arrivo, e di calmare la donna che voglio parlarle subito, hai capito Danieli?»
    «Certo che ho capito, non sono mica scemo?»
    «Non devono toccare nulla cazzo, nulla!»

    La sede della radio si trovava in via Felice Cavallotti, a poche decine di metri dal vecchio porto, nel nucleo storico di Luino, una zona ormai quasi ridotta a dormitorio, ben lontana dai fasti e dalla vitalità celebrata da Piero Chiara nei suoi romanzi.
    Il commissario ci giunse in pochi minuti. Posteggiò nella corte antistante agli studi e a passo lesto si diresse verso l’appartamento al pian terreno che ospitava i locali della radio. Appena entrato gli si fece incontro Mirti, l’ultimo arrivato in caserma. Non aveva mai visto un morto in vita sua, glielo si leggeva chiaro in faccia. Il volto ceruleo, gli occhi arrossati e un visibile tremore del corpo gli facevano presagire al commissario che il giovane stava per vomitare. «Mirti, vai fuori a prenderti una boccata d’aria, e stai sulla porta. Che nessuno, dico nessuno entri. Hai capito Mirti?»
    L’altro fece cenno di sì con il capo e si precipitò verso l’uscita.
    A pochi metri era seduta una ragazza di circa venticinque anni. Sul viso i chiari segni di un pianto appena interrotto. Evidenti zig zag di rimmel colati, e il rossetto debordato dalle labbra, avevano trasformato il suo volto in una sorta di maschera di carnevale. All’ arrivo del commissario non si mosse. Sembrava in stato catatonico…
    «Lei è Giovanna Brenna. Ha scoperto il cadavere poco fa. Va in onda alle sei e quando è entrata in studio se l’è trovato davanti. Ha solo detto che è Massimo Molteni… non sono riuscito a farle aggiungere altro»,
    «Ok, ok Giani, tu stai con lei. Dov’è il cadavere?»
    «Nel locale lì a destra.»

    Quasi quarant’anni prima, ai tempi dell’università, Caruso aveva lavorato per alcuni mesi a Radio Azzurra, un’emittente privata della sua nativa Napoli. Ricordava lo studio di trasmissione: un banco a forma di ‘U’, pieno zeppo di strumenti: un grosso mixer con una ventina di canali e poi piatti, registratori a nastro e a cassette, il traslatore per mandare in onda le telefonate degli ascoltatori, e cavi che collegavano le varie apparecchiature intrecciandosi tra loro come serpenti nel cesto dell’incantatore. Quello che gli si parò dinnanzi era invece un piccolo locale, sulla destra un tavolo rettangolare e un microfono nel mezzo che pendeva dal soffitto. Dall’atro lato un piccolo banco rettangolare su cui troneggiavano tre schermi, un minuscolo mixer, un apparecchio telefonico, e un lettore cd. Di fianco un piccolo rack con alcune apparecchiature a lui sconosciute. Null’altro… tranne il cadavere.

    Il commissario Caruso, ormai cinquantottenne si era lasciato dietro le spalle una ventina di anni trascorsi nella Polizia di San Giorgio a Cremano, per approdare sulle sponde del Lago Maggiore, dove si trovava da tre anni. Dopo tutto il tempo trascorso in una delle zone con il più alto tasso di delinquenza d’Italia, piombare in quella sonnolenta cittadina del nord era stato come cadere in anestesia. All’inizio l’aveva presa con filosofia: pochissime ‘grane’ da risolvere, a parte le scartoffie e la burocrazia. I primi tempi li aveva trascorsi un po’ come fosse in vacanza, poi piano piano quel riposo forzato aveva iniziato a destabilizzarlo e la noia gli si era insinuata dentro.
    Gli mancava l’adrenalina, che per un ventennio l’aveva accompagnato. Non aveva mai assunto droghe, a parte il caffè che beveva in dosi industriali, ma sul tema ne sapeva molto, tanto da aver la certezza di soffrire di ‘manco’ d’adrenalina.
    Appena vide il cadavere sentì dentro una sorta di scossa: il cuore iniziò a battere a ritmo accelerato, la nebbia che gli avvolgeva le sinapsi del cervello sparì di colpo. D’improvviso si sentì lucido, vitale e carico d’energia.
    L’uomo era seduto su un alto sgabello chino sul mixer, i cui circuiti erano di certo andati in tilt a causa del sangue che vi era colato dentro. Facendo attenzione a dove metteva i piedi, indossò un paio di guanti che teneva sempre in tasca e si avvicinò.
    Osservò da vicino il cadavere, tra il corpo e il banco regia si intravedeva un oggetto metallico: un coltello o un tagliacarte…
    «Fammi entrare! Lasciami passare stronzo! È il mio uomo!»
    Le grida nel corridoio lo distrassero dalle prime conclusioni che il suo cervello stava già elaborando. Si affacciò alla porta e vide una giovane donna che si dibatteva tra le braccia dell’agente Giani.

    «Ecche ccazzo Giani, tieni ch'illa fimmina come un sacco di patate, come si chiama signorina?», fece Caruso avvicinandosi.
    La donna continuava a sbraitare: «Lasciatemi! È il mio uomo, voglio vederlo», «Massimooooo!»,
    «Signorina si calmi, facciamo un patto: adesso l'agente la lascia, però lei si calma d’accordo?»
    La donna, riprendendo un poco il controllo di sé, fece cenno di «sì», con la testa.
    «Allora, per cominciare mi dica chi è e come si chiama, io sono il commissario Caruso.». Lei afferrò il fazzoletto che l’uomo le porse e, tra una soffiata di naso e l'altra, sussurrò: «Sono Nicla Baruta, la fidanzata di Massimo. Cos'è successo, me lo dica per favore»,
    «Signorina, il suo fidanzato è morto pugnalato.»
    La reazione della donna, al contrario di quanto Caruso immaginava, fu una gelida e innaturale calma. I singhiozzi cessarono, così come il fremito del corpo.
    «Lo sapevo... lo sapevo.»
    «Perché dice così?»
    «Per la vita che faceva. Era immischiato in brutte cose... »
    «Cioè?»,
    «Droga…»
    «Venga a sedersi, di là mi sembra di aver visto una specie di salotto.»

    I due si diressero nella sala adiacente. Tra scartoffie d’ogni genere, montagne di cd e apparecchi elettronici aperti, c’era un vecchio divano in pelle, anch’esso semicoperto da oggetti d’ogni tipo. Nicla si lasciò cadere mollemente sul cuscino e Caruso, buttando a terra una pigna di giornali, le si sedette accanto.
    «Che lavoro faceva il suo fidanzato?»
    «Ingegnere informatico, ma da qualche mese era disoccupato. Di notte veniva qui. Gli davano solo cinquecento euro al mese, ma gli piaceva. La musica era la sua passione, ed era molto bravo a parlare. Andava in onda da mezzanotte alle quattro»,
    «Signorina, chi l'ha avvisata?»
    «Nessuno. Mi sono svegliata alle cinque e Massimo non era ancora arrivato, così ho provato a chiamarlo, ma il telefonino risultava libero, così come il numero dello studio. Poi ho acceso la radio, e non si sentiva nulla. Allora mi sono spaventata. Ho avuto paura che fosse successo qualcosa e sono corsa qui.»
    «Signorina, ha idea di chi possa aver ucciso il suo fidanzato?»
    «Gliel’ho detto: Massimo da qualche tempo era entrato in un brutto giro. Sono convinta che l’assassino è da cercare tra i suoi clienti. Magari qualcuno che gli doveva dei soldi.»
    «Signorina Baruta, posso chiederle il permesso di perquisire la sua casa? Potremmo trovare indizi che ci indichino il possibile assassino.»
    «Certo commissario, nessun problema.»
    «Resti qui qualche minuto per piacere. Torno tra un attimo e andiamo a casa sua. Giani, Giani dove sei?»
    «Dica commissario», fece l’agente entrando nella stanza,
    «Dì a Mirti di chiamare in centrale, che ci mandino Cantoni e un'altra pattuglia, qualcuno della scientifica e il medico. Li voglio qui tra cinque minuti. Hai capito Giani?»

    «Direi di procedere così. Si faccia dare i nomi di tutti coloro che lavorano o gravitano attorno alla radio. Devono essere convocati immediatamente. Tra un paio di ore sarò in ufficio e voglio trovare già qualcuno. Ha capito Cantoni?»
    «Si commissario. Me ne occupo io stesso»
    «Ok, fai in fretta che poi andiamo a casa della Baruta.»
    Il vice tenente se ne andò e Caruso riprese a osservare i movimenti del medico legale.
    «La vittima è deceduta tra le due e le quattro. Ha perso molto sangue, credo sia morto all'istante. Pare un colpo netto al cuore.»
    «Non stava parlando al microfono. Il cursore del mixer è abbassato. La persona che l'ha ucciso era in studio con lui. Vicino a lui. Probabilmente aveva appena terminato l’intervento, ciò spiega il fatto che fosse rivolto verso la consolle. È stato pugnalato all'improvviso.» Caruso fece queste supposizioni, guardando il cadavere e parlando più a se stesso che al medico.
    «Ok, io vado. Aspetto l'autopsia al più presto. Ha capito dottore?» E senza attendere risposta, a passo veloce lasciò la radio.

    Nicla Baruta abitava al quarto piano di un palazzo che sorgeva proprio di fronte alla stazione. Una costruzione che aveva vissuto tempi migliori e che ormai mostrava gli anni e la poca manutenzione. Di contro l’appartamento risultava in perfette condizioni: ordinato, pulito e arredato con gusto e stile.
    «Complimenti per la casa», fece Caruso normalmente poco incline a questo genere di esternazione, «se permette cominciamo a guardarci in giro. Il suo fidanzato aveva per caso un locale tutto suo?»
    «Si commissario, lì a destra. È la stanza che avrebbe occupato nostro figlio…»
    «Intende dire che…?»
    «Si commissario, sono in cinta di tre mesi», dagli occhi di Nicla, due grosse lacrime rotolarono giù per le gote.

    «Cantoni, vieni a vedere!» Da alcuni minuti Caruso stava trafficando attorno a una vecchia cassapanca in legno massiccio,
    «Guarda cosa ho trovato…»
    Da un doppiofondo, abilmente celato, il commissario estrasse una minuscola bilancia di precisione, tre bustine contenenti una polvere bianca e un quaderno.
    «Proprio quello che cercavo: il registro dei debitori. Ci sarà da lavorarci per settimane. Mi sa che ne vedremo delle belle.»
    Il quaderno era pieno zeppo di nomi e di cifre. Alcuni erano barrati con una riga blu, altri cerchiati di rosso.


















    Seconda parte

    Annotazioni del commissario dopo i primi interrogatori.

    A) Giovanna Brenna 24 anni, vive con i genitori, scopre il cadavere. Ha fatto colazione al bar Centrale verso le cinque e mezza. Controllare i tracciati. Troppo sconvolta. Non è lei!
    B) Nicla Baruta, 28 anni, la compagna. Interrogare ancora. Controllare i tracciati N.b: aprire fascicolo droga. Il defunto spacciava. Pare politici implicati. Grane in vista!!! Non è lei!
    C) Luca Beretta, 42 anni, direttore. Dormiva con la moglie. Verificare. Non è lui!
    D) Paola di Domenico, 32 anni. Gran pettegola. Conosce la vita di tutti. Dice che Molteni era uno sciupafemmine e che la fidanzata sapeva di essere cornificata regolarmente. Pare che Molteni avesse litigato con Ettore Paltenghi per via di una donna. Secondo lei, è lui l’assassino. Niente alibi. Vive da sola. Controllare i tracciati. Sospettata!
    E) Giulia Frizzi, 24 anni, segretaria. Era in discoteca a Varese con il fidanzato. Uscita alle 4. Controllare i tracciati. Sospettata!
    F) Ettore Paltenghi, 39 anni. Single. Lavora a tempo pieno in radio. Litiga con Molteni. Dormiva. Niente alibi. Controllare i tracciati. Sospettato!
    G) Alessandro Righi, 34 anni. Single. Infermiere. Lavora in radio part time. Dice di essere andato a Bologna a vedere Vasco Rossi. Sperava di trovare un biglietto dai bagarini ma costava troppo. Ha dormito in auto ed è rientrato al mattino. Controllare i tracciati. Sospettato!
    F) Moreno Fidanza 27 anni. Disoccupato, di buona famiglia. Figlio del Fidanza avvocato. Lavora in radio nel weekend. Ha ammesso di aver acquistato droga da Molteni. Sentire ancora. Sospettato!
    H) Ottavio Panetti, 56 anni. È il tecnico della radio. Ha visto la televisione sino a mezzanotte con la moglie. Poi è andato a dormire. Lui e la moglie dormono in camere separate. Controllare i tracciati .Sospettato!
    I) Gianna Lisenti, casalinga, 59 anni, sposata. Va una volta alla settimana a fare pulizie. Non ha il cellulare. Non è lei!

    Caruso rileggeva quegli appunti da un paio d’ore. Amava lavorare così. Ai tempi di San Giorgio a Cremano aveva risolto non pochi casi con il suo ‘metodo’. Riportava su un foglio di carta i nomi dei possibili colpevoli. Ne segnava accanto i punti salienti tratti dagli interrogatori. Li studiava e li ristudiava sino a che… non arrivava l’intuizione giusta. Certo, al momento era ancora presto. Mancava il controllo dei tracciati telefonici, la verifica di alcuni alibi, la relazione della scientifica e il referto del medico legale.
    Proprio in quel momento squillò il telefono: «Dimmi Danieli»,
    «Commissario, ho in linea il dottor Micheletti»,
    «Ah, ottimo! Passamelo subito, hai capito Danieli?»
    Seguirono una serie di rumori metallici e poi, nuovamente la voce dell’agente: «Commissario, mi scusi. Ho fatto un po’ di casino e la linea è caduta…»
    «Sei un cretino. Sei proprio un gran cretino! Richiamalo immediatamente! Hai capito Danieli?»
    «Si commissario, mi scusi. Lo chiamo subito.»
    Dopo pochi secondi il telefono squillò di nuovo: «Ho in linea il dottore. Questa volta non faccio pasticci. Glielo passo subito…»
    «Buongiorno commissario. Sono il dottor Micheletti. Volevo dirle che ho terminato l’autopsia…»
    «E?» gli si sovrappose impaziente Caruso,
    «Non è risultato nulla di particolare. La vittima era in buona salute ed è morto come supponevo. L’oggetto che l’ha ucciso è passato tra le costole ed è penetrato direttamente nel cuore. Di certo è morto sul colpo. Confermo che il decesso è avvenuto attorno alle tre. Ho consegnato l’arma alla scientifica. Sembra un normale tagliacarte, molto affilato. Aveva ragione lei: l’inclinazione con cui è penetrato nel cuore fa proprio pensare che il colpo sia stato inferto dal dietro. Comunque le farò avere quanto prima un preciso referto scritto»,
    «Grazie dottore, a presto.»

    Dal secondo interrogatorio a Paola di Domenico

    «Signorina, mi racconta del litigio tra Paltenghi e Molteni?»
    «Avevamo appena terminato la riunione generale. Eravamo tutti nell’ufficio di Luca. Ho visto che i due parlottavano sempre più animatamente, poi sono usciti sul balcone e hanno chiuso la finestra. A quel punto Ettore ha iniziato ad alzare la voce, mentre Massimo sorrideva. Pochi istanti dopo sembravano essersi calmati, ma a un certo punto ho sentito Ettore gridare: bastardo, io ti ammazzo!»

    Dal secondo interrogatorio ad Alessandro Righi

    «Allora signor Righi, lei ha dichiarato di essere andato a Bologna per il concerto di… Vasco Rossi, ma di non aver trovato il biglietto.»
    «Si, Vasco è il mio cantante preferito. Sapevo che i biglietti erano esauriti, ma sono partito lo stesso, con la speranza di trovarne uno dai bagarini, ma erano tropo cari, così ho rinunciato. Allora ho cenato e… siccome avevo bevuto un bicchiere di troppo ho preferito dormire in auto, tanto il giorno dopo non lavoravo. Sono tornato a casa la mattina successiva»,
    «Righi, lei fa uso di droghe?»
    «Ma cosa dice signor commissario? No, a parte un paio di canne da ragazzo, non mi sono mai drogato.»

    Dal secondo interrogatorio a Nicla Baruta

    «Signorina lei sapeva che Massimo frequentava altre donne oltre a lei?» La ragazza, per un lungo istante stette zitta, evitando lo sguardo di Caruso, poi: «Certo che lo sapevo»
    «E lei accettava senza dir nulla?»
    «Caro commissario, quando si è innamorati come io lo ero di Massimo si vede solo ciò che si vuole vedere, e io vedevo solo il suo amore. Sì, certo, qualche scappatella l’ha fatta, ma amava solo me, ne sono certa, e questo mi bastava…»
    «Signorina Baruta, chi crede abbia ucciso Massimo?»
    «Gliel’ho già detto, io credo c’entri la droga. Una volta mi aveva detto che tra le persone che riforniva c’erano anche dei politici: mi ha accennato a qualcuno che lavora in comune, però non mi ha mai fatto dei nomi. Penso che il bastardo che me l’ha portato via sia da ricercare in quell’ambiente.»

    Dal secondo interrogatorio a Ettore Paltenghi.

    «Allora Paltenghi, mi racconti ancora una volta del litigio con la vittima.»
    «Io e Massimo eravamo molto amici, e tra amici si raccontano anche i fatti privati, così un giorno gli avevo detto che mi piaceva una ragazza, una certa Donatella, una cantante locale che avevamo ospitato in radio. Poi una sera sono andato al cinema e proprio davanti a me chi ti vedo? Massimo che limona con Donatella. Al momento sono stato zitto, ma il giorno dopo gli ho detto che era uno stronzo. Sapeva che mi piaceva quella ragazza e poteva anche lasciar perdere…»
    «E lui cosa rispose?»
    «Che in guerra e in amore non ci sono regole. L’ha detto con quel suo solito sorrisino sulle labbra che, che…»
    «Che l’avrebbe ucciso?»
    «No commissario, cosa dice? Certo al momento l’avrei preso a botte, ma era alto trenta centimetri più di me!»
    «Paltenghi, qualcuno l’ha sentita minacciare Molteni…»
    «Sarà stata la ‘lavandaia’»,
    «Chi?»
    «Paola. In radio la chiamiamo così perché è una gran pettegola… comunque è vero commissario. Ho detto che l’avrei ammazzato, ma sono quelle cose che si dicono in un momento di rabbia, ma non sospetterà mica che sia io l’assassino!?»
    «Sino a che qualcuno non è condannato io sospetto sempre di tutti e di nessuno», disse Caruso in tono caustico, «Paltenghi, lei sapeva che Molteni spacciava?»
    «Massimo spacciava? No, non lo sapevo. La cosa mi è nuova…»
    «Uhm» fece Caruso dubbioso, pulendosi gli occhiali con l’apposito straccetto, «strano, perché sembra che lo sapessero tutti. E secondo lei la Baruta sapeva che il suo fidanzato era, come dire: molto attratto dall’altro sesso, tanto da essere considerato uno sciupafemmine?»
    «Beh, certo che lo sapeva. Lo sapevano tutti. Pensi che in radio girava una battuta…»
    «Quale battuta?»
    «Ehm…»
    «Me la dica! Ha capito Paltenghi?»
    «Nicla Baruta: felice e cornuta.»

    Dal secondo interrogatorio a Moreno Fidanza

    «Sa Fidanza che conosco bene suo padre? L’ho incontrato a un processo qualche tempo fa, ma questo non centra, piuttosto mi vuole spiegare questa cosa del telefono? Mi sono arrivati i tracciati, ed è venuto fuori che lei ha fatto bloccare il suo numero Wind, denunciandone lo smarrimento, è corretto?»
    «Si commissario. Ero andato con la mia ragazza a fare palestra di roccia a Maccagno, e una volta tornato in auto mi sono accorto di non aver più il cellulare, così l’ho fatto bloccare e ne ho preso un altro.»
    «Uhm», fece Caruso grattandosi il mento, «e come si guadagna da vivere Fidanza?»
    «Diciamo che sono in attesa di occupazione.»
    «Si dice ‘disoccupato’, ha capito Fidanza? Ah, un’altra cosa: lei comprava droga dalla vittima?»
    «Si, un paio di volte è successo…»

    «Commissario posso entrare?»
    «Venga, venga Cantoni. Stavo guardando i tracciati telefonici. Sembrerebbero confermare gli alibi dei sospettati»,
    «Sospettati?»
    «Sino a che un caso non è risolto io sospetto sempre di tutti e di nessuno, ha capito Cantoni?»
    «Certo commissario, ha ragione… volevo dirle che è arrivato il referto della scientifica. C’è qualcosa di interessante.»
    «Ah bene, vediamo… Uhm e lo chiama interessante?»
    «Ma commissario, hanno trovato evidenti tracce di cocaina sull’impugnatura del pugnale. Mi sembra un indizio interessante.»
    «Come no. L’assassino ha utilizzato dei guanti, è evidente visto che non ci sono impronte digitali. Ti pare normale: uno ha l’avvertenza di non lasciare tracce ma non si accorge della droga? Ha tutta l’aria di uno specchietto per le allodole.
    Ti dico io come è andata Cantoni. Il nostro uomo è entrato in studio e si è messo a parlare con la vittima. Era alle sue spalle mentre il Molteni faceva il suo intervento al microfono. Si è messo i guanti e, non appena l’altro ha chiuso il cursore del mixer, l’ha ucciso.»
    «Secondo lei è stato qualcuno della radio?» chiese il vice tenente seguendo il filo del discorso,
    «Quasi certamente si. Molteni era un tipo molto diffidente, del resto con l’attività che conduceva è più che comprensibile. Non avrebbe mai aperto, nel cuore della notte, a qualcuno che non conosceva bene. Ha capito tenente?»











    Terza parte

    Due mesi dopo

    «Ti ho detto mille volte che prima di entrare nel mio ufficio devi bussare, hai capito Cantoni?»
    «Mi scusi commissario, ma Danieli ha appena ricevuto una strana telefonata.»
    «Sentiamo.»
    «Ha chiamato un certo Ulisse, il proprietario di uno sfasciacarrozze. Dice che ha trovato un cellulare attaccato con il mastice al parafango di un camion.»
    Caruso scattò come una molla. Il caffè si rovesciò dalla tazzina inondando la scrivania, ma lui non ebbe neppure il tempo di lanciare una delle sue solite imprecazioni. Il suo cervello era già in piena attività per elaborare la notizia appena appresa, «dove si trova questo sfasciacarrozze?»
    «Qui vicino, alla Malpensata.»

    «Signor Ulisse, mi racconta cosa è successo?»
    «Stavo smontando il parafango di un vecchio Man, quando ho sentito con le dita qualcosa all’interno. Una volta tolto mi sono accorto che era un Iphone, attaccato con il mastice. Un Iphone 6 maresciallo, sa io me ne intendo di…»
    «Si si, Ulisse. Ce lo fa vedere?»
    «Certo capitano, venite»,
    «Commissario, sono commissario, ha capito Ulisse?»
    «Oh, sì mi scusi commissario.»
    «Ecco il parafango, su quel banco, e come può vedere all’interno c’è l’Iphone ancora attaccato. Sa, a me è sembrata subito una cosa strana, così non l’ho toccato. Sa io vedo sempre Csi e…»
    «Senta Ulisse, non le fa nulla uscire e lasciarmi solo con il tenente?»
    «Certo maresciallo, nessun problema?»
    «Che ne pensi Cantoni?»
    «Mah, non so. Non capisco. Perché attaccare un telefono, che oltretutto costa un sacco di soldi, al parafango di un camion?»
    «Lo so io perché. Lo so io… vai a chiedere a quel logorroico da quanto ha qui il Man. Hai capito Cantoni?»
    Pochi attimi dopo mentre Caruso, indossati i guanti, stava staccando il telefonino facendo leva con l’aiuto di un grosso, tornò il tenente: «Ulisse dice di aver ritirato il camion un paio di mesi fa…»
    «Cazzo!»
    «Che cosa commissario, mi spieghi…», ma Caruso era già uscito di corsa dall’officina.
    «Ulisse, dove ha preso questo camion?»
    «L’ho comprato alla Laghi Trasporti. Ormai aveva più di vent’anni, e il vecchio Man non poteva che essere rottamato.»
    «Laghi Trasporti, ha detto? È a Voldomino se non sbaglio.»
    «Sì, esatto, sul rettilineo.»

    Pochi minuti dopo la Lancia di Caruso si fermò all’imbocco della stradina sterrata che conduceva all’azienda di trasporti.
    Il commissario scese dall’auto, fece qualche passo e restò lì, impalato, osservando la villetta unifamiliare che sorgeva a ridosso del grande capannone che fungeva da riparo ai camion.
    «Commissario, che succede?» Chiese Cantoni.
    L’ufficiale pareva perso in chissà quali pensieri. Se non fosse stato per il ritmico battito di ciglia sarebbe apparso a un attento passante una sorta di statua di sale.
    «Commissario, non sta bene?»
    «Sto pensando! Sto pensando, hai capito Cantoni?» si ridestò seccato il commissario.
    Passarono altri lunghi, interminabili minuti di silenzio, in cui il tenente ben si guardò dal proferire altre parole, sino a che Caruso, quasi fosse stato punto da una vespa, non scattò verso l’auto: «Andiamo Cantoni!»,
    «Dove commissario?», chiese il tenente sempre più allibito, mentre Caruso era impegnato in un’azzardata manovra di retromarcia per tornare sulla provinciale, «Dal giudice. So chi ha ucciso il Molteni.»

    «Caruso, mi vuole spiegare?»
    Il commissario raccontò al giudice la visita allo sfasciacarrozze e il ritrovamento del cellulare. «Dottor Grassi, perché qualcuno dovrebbe nascondere un cellulare nuovo e costoso nel parafango di un camion?»
    «Me lo dica lei commissario.»
    «Semplice, per depistarci con i tracciati telefonici. Il nostro uomo ha messo il suo telefono nel camion per far credere di essere lontano, mentre in realtà si recava alla radio e metteva in pratica il suo piano.»
    «Ok, sino a qui la seguo. E il motivo che avrebbe spinto l’assassino a uccidere la vittima quale sarebbe stato?»
    «Un debito di oltre ventimila euro, maturato per l’acquisto di cocaina. Il suo nome figura su un quaderno in cui la vittima riportava le entrate della sua attività di spacciatore.»
    «E a questo punto mi vuole dire chi è questa persona che avrebbe ucciso il Dj?»
    «Vede dottore, quando ho visto il telefono nel parafango del camion, ho capito quale ne fosse lo scopo, però non ho messo subito a fuoco chi potesse esserne responsabile. Allora io e il tenente siamo andati a Voldomino per interrogare il responsabile della Laghi Trasporti. Indovini chi abita proprio a ridosso dell’azienda di trasporti?»
    «E basta con i quiz Caruso. Mi dica il nome!»
    «Alessandro Righi. Per lui è stato facile osservare i movimenti dei camion che facevano viaggi a scadenza regolare. Sapeva che il Man sarebbe andato a Bologna e, una volta caricato, avrebbe fatto ritorno a Voldomino il mattino dopo. Così ha fabbricato su misura la storiella del concerto e della notte trascorsa in auto. Purtroppo non poteva immaginare che il vecchio camion, il giorno dopo, sarebbe andato in pensione, altrimenti avrebbe recuperato il cellulare e noi non l’avremmo mai scoperto. Ha capito dottor Grassi?»
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