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    LO SPLENDORE DI DIO

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  • LO SPLENDORE DI DIO

    di Elisabetta

    La storia narra di come sulla spiaggia del Porto di Adriano, nel Salento, sant’Oronzo salvò dal naufragio il discepolo di Paolo di Tarso, Caio Giusto, che imbarcatosi a Corinto recava un messaggio a Roma per consegnarlo all’Apostolo Pietro.
    Daniele, preso e attratto da questa cronaca rinvenuta dagli storici su una pergamena medioevale, rivolgendosi alla madre disse: «Voglio andare a vedere cos’è rimasto di questi luoghi, vuoi venire anche tu?».
    Lei, sorridendo compiaciuta dell’entusiasmo del figlio, si alzò dalla poltrona abbandonando sul tavolino la rivista che stava leggendo e rispose: «Certo che ti accompagno, sono affascinata anch’io da questa vicenda e dalla tua curiosità». E lui alzandosi a sua volta disse: «Andiamo allora, fai preparare i bagagli per cinque giorni di soggiorno, io vado a prenotare i nostri posti sull’aereo».
    E lei: «Sì Daniele, col primo volo disponibile, partiamo subito». E si avviò verso le sue stanze chiamando nel contempo la sua cameriera.
    Atterrati a Brindisi, si fecero portare a Lecce; durante il tragitto, i loro sguardi furono catturati dalla campagna salentina: oliveti, vigneti, alberi da frutto… e nel loro animo scese una serenità dolce e quieta.
    Giunti nella hall dell’albergo incontrarono un loro amico senatore, originario del luogo, e gli raccontarono il motivo del loro viaggio; lui si rese disponibile ad accompagnarli. «Dacci mezz’ora per cambiarci e rinfrescarci un poco, scenderemo subito» disse Daniele, e rivolgendosi alla madre aggiunse: «Se ti vuoi riposare rimandiamo a dopo». «Sarò puntuale, prenderemo l’aperitivo col senatore al bar del centro storico» rispose lei a entrambi.
    Durante l’aperitivo, Carlo, il senatore, rispondeva compiaciuto al giovane Daniele, e Olimpia, l’affascinante madre del ragazzo, si mostrava anche lei interessata alla figura e alla vita del santo. «A quei tempi era difficile vivere; nei momenti incerti dell’impero niente era sicuro, ma la pena era certa» disse Carlo a Olimpia. Daniele riprese a dire: «Quello che più mi attrae è quando Publio ha trovato il giovane discepolo di Paolo di Tarso, Giusto». E il senatore: «In quei giorni era ospite della sua famiglia il nipote Fortunato, con lui andava spesso a caccia, e in uno di quei momenti hanno trovato Giusto riverso sulla spiaggia». Olimpia domandò: «Perché si convertirono al cristianesimo?». Lui, compiaciuto dell’interesse della donna, narrò che Giusto, una volta riavutosi, raccontò la storia, i miracoli, la parola di Cristo. Publio affascinato dalle vicende del Messia volle accompagnare Giusto a Roma perché consegnasse a Pietro la lettera di Paolo ai cristiani romani. Daniele con crescente curiosità chiese: «Presentò i suoi omaggi a Nerone?». E Carlo: «Naturalmente, il padre era il tesoriere dell’imperatore, e poi come diciamo noi oggi noblesse oblige».
    Olimpia gli chiese: «E a Roma Giusto cosa fece?». Carlo riprese a narrare: «Probabilmente, e questa è una mia convinzione, cercò un imbarco per Corinto, dove lo aspettava Paolo, ma poche erano le navi per quella rotta, occupate dai faccendieri dell’epoca, per i materiali e le commende che abilitavano la costruzione del canale di Corinto che Nerone aveva commissionato».
    Carlo guardando Daniele continuò: «Publio per trovare un passaggio sulle navi di Nerone, per sé e i suoi amici, si rivolse a Petronio, conoscendone la sorella che era sua vicina a Rudiae, una matrona romana chiamata Petronilla. Prima di partire Publio si congedò dalla corte romana, Nerone gli disse: “Quindi succederai a tuo padre come tesoriere dell’impero, avrò l’occasione di ascoltare le tue esperienze di viaggiatore”. E Publio: “Sarò onorato di farlo e avrò piacere di essere ascoltato da te, Nerone”».
    A Corinto Paolo di Tarso, commosso dalla passionalità di Publio per la vita di Gesù, lo battezzò col nome di Oronzo, che significa “risorto”, e lo nominò primo vescovo di Lecce, indicando suo successore il nipote Fortunato. Nella passeggiata che Carlo conduceva per le vie del centro, si diresse per la strada che portava alla chiesa dei Frati Minori. Nell’agrumeto di questi, uno scavo casuale aveva riportato alla luce un ninfeo romano. Olimpia, estasiata, non aveva parole per manifestare la bellezza del luogo; Daniele sembrava rapito dall’immagine dell’aquila romana dipinta sul soffitto. Poi rivolgendosi a Carlo chiese: «Perché queste meraviglie non sono pubblicizzate? Perché chi è preposto alle istituzioni non le divulga per farle conoscere a tutti?». Il deputato sorridendo al giovane amico disse: «Sarebbe bello se si potesse fare; voglio che conosciate la mia opinione riguardo al posto che stiamo visitando. L’antica Lecce, ovvero Rudiae, ha dato i natali sia all’imperatore Adriano, che fece costruire il Porto Adriano, oggi San Cataldo, sia all’imperatore Marco Aurelio, nonché a Quinto Ennio e al nostro Publio; ciò che voglio dire è che questo ninfeo doveva far parte della casa patrizia del santo; l’antico agglomerato urbano è distante all’incirca un chilometro, ho visto e studiato alcune mappe antiche e spero di non sbagliarmi».
    Arrivò la bellissima dirigente dell’antica libreria del Convento, accompagnata da un addetto alle pubbliche relazioni. «Ho appena saputo del suo arrivo onorevole ed eccomi a riceverla, posso esserle utile?» chiese avvicinandosi agli ospiti mentre Daniele non le toglieva gli occhi di dosso. Carlo volgendosi verso gli amici disse: «Le presento donna Olimpia e suo figlio Daniele, molto interessati alla vita del nostro patrono». Olimpia, percependo lo smarrimento del figlio, disse alla giovane: «Credo che il mio ragazzo voglia conoscere più dettagli su questo ninfeo; sia gentile, ci illustri le antiche vicende degli antenati». E prendendo il braccio del deputato si soffermò sulle pareti dipinte con le immagini del grano in fasci di spighe che ornavano il ninfeo. Poi, avvicinandosi alla vasca, Carlo continuò: «Sì, sapevano vivere nella bellezza, e certamente, anche se pagani, la loro anima era felice, soddisfatta del quotidiano». Daniele, intanto, socializzava con Manuela; la giovane donna ne era attratta, lui era un bel ragazzo ed era cosciente di questo. L’argomento fra i due si sviluppò fino al momento che la matrona romana Petronilla (sorella di Petronio), raccolse le spoglie dei due martiri Publio da Rugge (l’antica Lecce) e Giusto da Corinto, discepolo dell’apostolo Paolo.
    Carlo e Olimpia si avvicinarono a loro, e Daniele rivolgendosi alla madre le disse con la passione che lo distingueva: «Non ti dispiace tornare senza di me a Roma? Vorrei restare ancora per fare delle ricerche più precise».
    Carlo lo guardò stupito, Manuela sorpresa, Olimpia contenta per l’uomo che vedeva nel figlio (era come suo padre, dalle decisioni immediate). Assentì sorridendo, poi Manuela si offrì come guida per una visita alla chiesa del Convento; Daniele le posò il braccio sulle spalle e si avviarono seguiti dagli altri due ospiti. Entrati nel tempio, le finestre gotico-romane coloravano l’ambiente sacro; la giovane donna, anfitrione del luogo, mostrava l’altare maggiore al suo accompagnatore, mentre nel preciso istante in cui Olimpia guardò l’enorme raggio color zaffiro che scendeva obliquamente illuminando i due giovani, ebbe la visione di Dio sul trono di zaffiro, in alto, che guardava i due ragazzi. Carlo, che le teneva il braccio, avvertì il cambio di tensione avvenuto in lei. «Olimpia, non stai bene?» le chiese; lei annuendo col capo e con gli occhi chiusi disse: «Sto bene, non è niente», decidendo di tenere la visione solo per sé. Daniele e Manuela si avvicinarono agli altri sereni e felici; anche loro avevano vissuto la stessa esperienza, ed entrambi neanche reciprocamente ne parlarono. Fuori dalla chiesa, il deputato disse ai suoi amici: «Daniele, sarai ospite mio fin quando vorrai, io accompagnerò tua madre nella Capitale e per qualunque cosa disponi pure di me». Il giovane, mettendosi al fianco della madre, rispose: «Facevo già affidamento sulla tua cortesia, grazie Carlo». Manuela disse: «Ti annoierai con così poco da fare».
    Intervenne Olimpia: «Carlo, potresti vedere se presso l’università salentina ci sono corsi per appassionati dell’argomento?».
    E lui: «Sicuro, telefono subito». E si allontanò col suo cellulare.
    I tre, rimasti soli, si guardarono stringendosi le mani, e Olimpia a voce bassa disse: «Anche voi avete visto, vero?». E Daniele: «Sì, mamma, era come lo zaffiro, tutto azzurro, Dio ci ama, e gli uomini non capiscono». E la madre accarezzandoli entrambi: «Daniele, è questo l’amore divino, questo suo immenso amore per i suoi figli è lo Splendore di Dio». Carlo tornando presso di loro intuì un’atmosfera mistica, e rompendo il silenzio disse al giovane amico: «Tutto fatto, domani mio fratello ti accompagnerà, ti presenterà al professore che conduce gli scavi all’antica città».
    «Grazie amico mio, non lo dimenticherò» rispose Daniele. Carlo prendendo il braccio di Olimpia le disse: «Posso dirti ora ciò che dovevo tempo fa».
    Ma la donna ricambiando la stretta del braccio disse: «Non ora, non adesso». E insieme tornarono dai ragazzi, ormai innamorati.

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Ciccio51
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Ciccio51 (#56) - 587 giorni fa
Il racconto è molto bello,ha descritto bene la vera storia di sant'Oronzo.Peccato che lo stesso sia stato poco pubblicizzato. Un applauso ad Elisabetta

Francesca
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