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    Le morti dell'artista

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  • 1 Luna

    Il riflesso argenteo della luna si specchiava sul mare calmo della sera ed animava, assieme alle onde mansuete, la piccola baia mediterranea.
    Le barche nel porticciolo turistico danzavano leggere, anche loro estasiate da quella calma apparente che si rinnova verso sera.
    Nel piccolo bar una coppia di anziani sorseggiava un martini gin mentre il loro nipote, posteggiato in una carrozzina, malmenava un pupazzo di spugna.
    Accanto a loro una coppia di ragazzi sedeva al tavolino davanti a due whisky e cola e ad una ciotola piena di arachidi; nell’aria il profumo del gelsomino accompagnava le loro parole.
    Nella piazzetta con la grande magnolia due bimbi giocavano a pallone illuminati dalla luce dei lampioni.
    A metà maggio iniziavano ad arrivare i primi turisti tedeschi ed il paesetto marittimo riprendeva vita e colore: le viuzze lastricate si riempivano di gerani rossi, dai balconi scendevano le bouganville, le attività estive riaprivano i battenti e i playboy rispolveravano il loro charme.
    Gli abitanti del posto avevano imparato ad accogliere quella gente dai capelli biondi, vestiti in maniera approssimativa, amanti del buon vino e della cucina italiana.
    A loro volta i teutonici sapevano apprezzare quella particolare accoglienza fatta di capelli scuri, di bocche dalla parlata musicale e dal fascino mediterraneo.
    Mentre il paese ricominciava a vivere qualcuno era ad un passo dalla morte.
    Il mare arrivava sino a riva e carezzava i ciottoli rendendoli ogni giorno più lisci,il suo respiro arrivava fino alla collina dietro al borgo di pietra,dove quella sera un fucile era pronto a sparare.
    La casetta bianca era illuminata dalla luce flebile del porticato e il piccolo giardino era rischiarato da qualche fiammella intermittente adagiata in ciotole di ceramica.
    L’auto rosso rubino era parcheggiata nel retro della casa appena tinteggiata e spiccava brillante alla luce della luna.
    “Ciao che profumino!Mi hai preparato una sorpresa”?
    “Oh si,ne sarai lieta”!
    “Wow adoro le sorprese! Vado a lavarmi le mani”.
    “Muoio dalla curiosità di sapere cosa mi hai cucinato”.
    “Non sarà la curiosità ad ucciderti”!
    “C’è l’acqua che scorre, non ho capito”.
    “Ho detto vieni e lo scoprirai”
    Salì le scalette di pietra ed entrò nel soggiorno e lo trovò più bianco del solito.
    “Hai intenzione di tinteggiare”?
    “Ho steso i teli per non far arrivare gli schizzi da tutte le parti,rovinerebbero i mobili che ti piacciono tanto”.
    “…non me l’avevi detto”.
    “Anche te ultimamente non parli molto”…
    Nel momento in cui tirò il grilletto un urlo accompagnò il boato e tutto quel rancore represso svanì, assieme alla consapevolezza di aver fatto la cosa giusta.
    Rimase immobile a fissare il corpo inerme della donna e poi volse lo sguardo sul tappeto nero, dove una spruzzata vermiglia aveva formato un dipinto di Mirò.
    Rimase colpito dalla bellezza della sua opera involontaria e si chiese come mai avesse indugiato tutto quel tempo per ucciderla.
    Indirizzò la grossa pallottola nel centro della fronte senza lasciare alcuna probabilità al caso, imbracciò l’arma nascosta nel camino della cucina e le sparò mentre spegneva una sigaretta.
    Non seppe mai se a lambire il soffitto arrivò prima il fumo della sigaretta o l’anima di quella donna traditrice.
    A dargli fastidio erano state soprattutto quelle bugie appena accennate, ogni volta sempre meno credibili e sempre più improvvisate, come se non le interessasse ferirlo nel profondo dell’anima.
    Da alcuni giorni i loro dialoghi erano pressoché inesistenti e da qualche mese aveva capito che lei si vedeva con un altro, magari il bastardo lavorava nel suo stesso ufficio: con un po’ di fortuna l’avrebbe scoperto.
    Aveva organizzato tutto nei minimi particolari: l’aperitivo a base di campari e nachos affogati in salsa piccante, la stuzzicante cenetta a base di pesce e condita con un ottimo Donnafugata, fino ad arrivare alla sua dolce morte servita sul tappeto nero.
    Il botto fu più forte di come se l’era immaginato, l’assenza di grossi alberi fece propagare in ogni dove quel tuono di morte.
    Ripose il cadavere nel grosso telo di plastica nero e lo spinse giù dal balcone facendolo atterrare accanto alla MiTo.
    Arrotolò il tappeto e poi prese a detergere alacremente alcune gocce rosse che erano arrivate fino al soffitto.
    Indossò dei guanti di pelle, ripulì il fucile dalle impronte e raggiunse l’auto, poi mise il corpo nel bagagliaio e si diresse verso la villetta nel bosco.
    Dopo dieci minuti la sua corsa finiva davanti ad un cancello nero con due grosse aquile a sormontare delle colonne in marmo.
    Aprì la porta del seminterrato e lo accolse un forte odore di umido; sistemò Anna nella cassa del congelatore adagiandola tra un sacchetto di funghi porcini e qualche bistecca di manzo.
    La luna lo guardava dall’alto illuminandogli il cammino verso il laghetto immerso nella boscaglia a circa duecento metri dall’abitazione.
    Lanciò il fucile nel cerchio d’acqua e mentre tornava sui suoi passi iniziò ad apprezzare il sapore della vendetta.



    2 Vendetta

    Tutto quel lavoro gli aveva messo appetito, così decise di assaggiare gli spaghetti cacio pepe e cozze di sua creazione, una leccornia spolverata con foglie di prezzemolo appena colto.
    La cena era stata interrotta dall’occasione che va sempre colta al volo, Anna si era alzata per prendere le sigarette lasciate accanto al cellulare sul tavolino da fumo, accanto al divanetto rosa, proprio il luogo destinato all’omicidio.
    “Buonissimo il tuo drink, ma ho bisogno di fumare”.
    Così si alzò anche lui e raggiunse la cucina.
    “Sai questa sarà la tua ultima sigaretta”.
    “Cosa dici? Non smetterò mai di fumare”.
    Poi Paolo si era alzato di scatto e prima di premere il grilletto vide la sorpresa dipinta sul volto della moglie tramutarsi in terrore.
    Perlustrò velocemente la stanza alla ricerca di qualche traccia ma niente faceva pensare al luogo di un omicidio, fu felice di ricordare la strana abitudine della defunta di non portare appresso nessuna borsa.
    Il cellulare lampeggiava sul tavolino e c’erano tre chiamate perse, l’ultima era delle ventidue e quarantasette.
    Sorrise leggendo sul display il nome di chi l’aveva cercata: idraulico.
    Ogni volta che te ne serve uno non lo trovi mai, invece la moglie ne aveva uno tutto per lei, era stata ingegnosa nell’affibbiare quel falso nome all’amante.
    Decise di agire subito così inviò un messaggio tentando di stuzzicare la sua curiosità.
    “Ci vediamo domani sera al molo vecchio verso le dieci. Ho voglia di giocare!”
    Decise di correre il rischio e nascose l’opera d’arte che un tempo era stata solo un tappeto nello sgabuzzino e dopo rimosse i teli impregnati di sangue incrostato.
    Mentre si versava del Pernot sentì trillare il telefono,ma non era il suo.
    “Sarò puntuale,non vedo l’ora!!!” era la telegrafica risposta.
    Andò sul balcone e prese a curiosare leggendo gli altri messaggi ricevuti; niente di rilevante, la moglie non era poi così stupida da lasciare tracce, ma proprio mentre stava per spegnere il telefonino lesse: “è stato stupendo amarti in quel modo, mi manchi immensamente, Andrea”.
    Andrea?
    Avrà sbagliato numero, addirittura due amanti, la maledetta era insaziabile…
    Compose il numero immaginandosi la voce del bastardo dall’altra parte ma nessuno rispose.
    Riprovò di nuovo ma ancora niente.
    Decise che tutte quelle novità in un giorno potevano bastare e richiuse il balcone lasciando fuori il buio della notte.


    3 Sorpresa!

    Mentre la cassiera gli restituiva la carta di credito Paolo già immaginava la sua prossima opera impregnata dal sangue della vittima sacrificale.
    Decise di pendere la station wagon così avrebbe adagiato comodamente i tre tappeti colorati: uno bianco per l’idraulico, uno beige per Andrea ed un altro di riserva, perché non si sa mai quello che può riservarci la vita.
    Si era preso un periodo di vacanza dal lavoro, faceva il fotoreporter, aveva tanti soldi e poteva prendersela comoda: con tutta calma decise di ammazzare il tempo e anche un paio di persone.
    Abbandonato il centro commerciale dovette affrontare un paio di semafori e qualche minuto di traffico, poi prese per la stradina sovente sgombra di veicoli.
    C’era una leggera brezza sulla costa e Paolo decise di aprire il tettuccio dell’auto per consentire al sole di accarezzargli la nuca pelata, un paio di gabbiani sfruttavano la corrente ascensionale per poi tuffarsi in mare.
    La radio suonava un pezzo dei Blues Brothers dove si diceva che ognuno di noi ha bisogno di qualcuno, niente di più vero.
    Dopo qualche curva cieca il viaggio assolato era giunto al termine: prese il lungo rettilineo che portava alla salita di casa sua e vide la sua Alfa in compagnia di un'altra auto.
    Una Smart nera metallizzata aveva la portiera aperta e l’arroganza che appartiene alle micro-car.
    Spense il motore e la curiosità gli fece affrettare il passo, guardo nel giardino e buttò un occhio più in là fino alla piscina, ma senza vedere nessuno, fece per prendere le chiavi dalle tasche ma non trovò niente.
    Salì i gradini con gli occhi puntati alla porta e vide il mazzo nel buco della serratura pendolare dolcemente, accompagnato dal vento.
    Aprì la porta e rimase senza parole.
    “Buongiorno! M’ha fatto prendere uno spavento”.
    “Ah! Questo è il colmo! Lei è in casa mia ed io l’ho spaventata”!
    “Mi scusi tanto ma posso spiegarle”!
    “Ok ma solo se ci diamo del tu, sei così giovane da farmi sentire vecchio”.
    “Mi chiamo Andrea ed ero in apprensione per colpa di Anna”.
    Non diede a vedere lo stupore, avvertì una lieve coltellata in petto e soppesò il colpo di fortuna che aveva di fronte.
    “Ah, Andrea e com’è che conosci mia moglie”?
    “Sono personal trainer nella mia palestra e l’aiuto a mantenersi in forma”.
    “Capisco, io sono Paolo e sono il marito di Anna. E quindi stavi così in pensiero da scomodarti ed arrivare fin qui”?
    “Beh avevamo un appuntamento, dovevamo pranzare assieme oggi, lei è sempre così puntuale, aveva il telefono spento e così”…
    “Immagino sia da molto che vi frequentate: se sai anche dove abitiamo”.
    “Ci conosciamo da quasi un anno”.
    “Te non sai dove possa stare? Non ti sembra strano questo suo atteggiamento”?
    “Avrà avuto dei problemi al lavoro e le si sarà scaricato il telefono. Andrea scusa se approfitto, ma ti dispiace se mi dai una mano a portare su un tappeto”?
    “Sì certo,non c’è problema”.
    “Sei un appassionato di tappeti”?
    “Mi servono per dei lavori, ma adesso mi occorre solo questo beige”.
    Posizionarono il tappeto sul balcone accanto al vasetto di prezzemolo e a quello della salvia, poi Paolo fece accomodare l’ospite su una sedia in ferro battuto.
    “Avete una bella casa e la vista è eccezionale, perfino il porticciolo si vede”.
    “Bevi qualcosa? Ti porto un campari o preferisci un martini con ghiaccio”?
    “Sei gentile Paolo, vada per il campari”.
    “Sai tua moglie ha un fisico ancora scolpito, non dimostra affatto la sua età”.
    “Ah grazie. Scusa te lo chiedo ma te invece quanti anni hai”?
    “Ventisei”.
    “Ti porto degli stuzzichini per ammazzare il languore di stomaco, intanto”.
    Andrea lasciò questo mondo con le spalle coperte di sangue, la promessa di un aperitivo e lo sguardo rivolto al mare.
    Il suo errore fu quello di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
    La lama del coltellaccio da cucina affondava e riemergeva, una volta, due volte, venti volte e la tela appena comprata si inzuppava di linee verticali, segni caldi, ed era costellata qua e là di sferette di diverse grandezze.
    Paolo rimase in piedi ad ammirare la sua seconda creazione di sangue, sotto agli occhi era viva, rossa, ed esprimeva il movimento della vita e la depravazione della morte.
    Solo un giovane gabbiano fu testimone del massacro e della stupenda rappresentazione artistica.
    Una risata satanica si impossessò di lui ed il suo sguardo spiritato si andò a fermare sulla lunga chioma bionda della ragazza.
    Quel corpo ora tumefatto era stato un insieme perfetto di muscoli e curve, quelle mani affusolate rimasero serrate per sempre in una morsa di dolore.
    Adagiata sulla sedia Andrea non avrebbe mai immaginato di trovare l’oscurità eterna in quella casa così luminosa.
    E Paolo che pensava si trattasse di un lurido uomo.
    La moglie aveva saputo scegliere.
    Poggiò il coltello sul tappeto e decise di farsi un martini gin per festeggiare il suo secondo omicidio artistico.



    4 Appuntamento


    Si trovava a suo agio in quel vortice di morte, arte e vendetta, si sentiva fottutamente vivo, avrebbe quasi voluto ringraziare la sua amata Anna.
    Il sangue si era ormai rappreso grazie anche all’aiuto del sole, quindi avvolse il tappeto beige e lo portò nel ripostiglio accanto a quello nero.
    Entro sera ci sarebbe stata un morto in più e nello stanzino lo spazio si sarebbe ristretto.
    Prese il sacco nero, ci infilò la donna palestrata e poi prese il coltello conficcandoglielo nel ventre piatto.
    Posò il cadavere nel bagagliaio della station wagon e salì in cucina a prepararsi qualcosa da mangiare.
    Mentre finiva il panino al prosciutto pensò a quanto la vita possa cambiare in poco tempo e alla fortuna che aveva di poter decidere della vita degli altri.
    Finì la birra e si stese sul divano davanti alla televisione, si addormentò col sottofondo di una stupida televendita.
    Si svegliò con la notizia che l’ennesimo barcone della speranza era approdato sulle coste italiane.
    Preparò un caffè e iniziò ad affinare il piano della sera.
    Aveva circa mezz’ora per prepararsi e pensò che se Andrea fosse rimasta ancora un po’ nel bagagliaio non se la sarebbe presa più di tanto.
    Indossò una LaCoste grigia su dei comodi e freschi pantaloni di lino bianchi e scese in cantina a caricare la sua amata Beretta.
    Prese l’Honda Civic nera per non dare nell’occhio, ma solo dopo aver steso sul balcone il tappeto bianco.
    Parcheggiò l’auto in un vicolo buio e stretto a pochi passi dell’appuntamento e raggiunse a piedi la vicina rosticceria del molo dove ordinò due crocchette e una fetta di pizza margherita.
    “Lucio sei sempre il migliore con i fritti, si sciolgono in bocca”.
    “Sei troppo buono, devi assaggiare anche il calamaretto, l’ho appena tuffato nell’olio bollente”.
    Già sentiva la croccantezza del pesce sotto al palato quando vide arrivare una Mercedes grigia metallizzata davanti al locale; all’interno un tipo sulla quarantina molto elegante, con una barba sale e pepe ben curata.
    Finì la pizza e prese un sorso i minerale proprio mentre l’idraulico s’accendeva una sigaretta.
    “Assaggerò il pesce un altra volta, quanto ti devo Lucio”?
    “Offro io, è sempre un piacere rivederti! Passa a trovarmi più spesso”.
    “Grazie, lo farò! Una cortesia: avresti una sigaretta”?
    “Ma non avevi smesso”?
    “Sto cercando di ricominciare”
    “Bah, contento te, tieni”.
    “Grazie e buona serata”.
    La luna stava sempre in alto e il tizio alzò lo guardò istintivamente vedendolo uscire dall’unico locale aperto.
    Paolo teneva la sigaretta in bocca e faceva finta di cercare l’accendino, poi si accostò all’auto lentamente: “scusi permette? Ha da accendere”?
    Il tempo di tirare giù il finestrino e si ritrovò una pistola in bocca.
    “Passa al lato del passeggero e non fare un fiato, andrà tutto bene”.
    Il finto idraulico si lasciò guidare dalle parole e dalla saggezza e si spostò dal lato guida.
    “Vi trattate bene voi idraulici eh? Sfido io: con quelle parcelle che chiedete”!
    “Ma chi è lei? Ha sbagliato persona”.
    “Aspettavi una donna e hai incontrato un uomo sulla tua strada”.
    “Ma cosa vuole da me? Posso darle tutti i soldi che vuole”.
    “Aspettavi Anna e te la volevi fottere alle mie spalle non è vero”?
    “Non sono un idraulico”.
    “Lo so, l’ho capito, sei solo un bastardo che si scopa la donna di un altro”.
    “Dove stiamo andando?”
    “Ti porto a casa mia così facciamo quattro chiacchiere sei d’accordo”?
    Iniziò a tremare e una chiazza scura si allargò all’altezza della patta dei pantaloni.
    “Vedrai diventeremo dei buoni amici e presto avrai tanto tempo per riflettere sui tuoi sbagli. Lo sai? Anche se hai l’auto delle persone arricchite devo dire che non è niente male”.
    Il passeggero si era chiuso in un mutismo totale e Paolo decise per finire il resto del viaggio in completo silenzio.
    “Accomodati ti preparo qualcosa di forte ne avrai bisogno”.
    Poggiò la Beretta sull’isola della cucina e mischio gin, vodka rum con mezza bottiglietta di sonnifero.
    “Beviamo alla tua salute bastardo”!
    “Dove siamo”?
    “Non ti deve interessare”
    “Cosa ci hai messo dentro”?
    “Mi dai del tu mammoletta! Chi ti ha dato il permesso”? “Cos’è non ti piace il mio cocktail? Vedi di finirlo e subito”!
    “Ha un sapore schifoso”.
    “Bevilo ho detto, non ti ho portato a casa mia per fare una degustazione di bottiglie d’annata”.
    “Visto che ti è piaciuto? Adesso vieni con me all’aria fresca ti farà bene”.
    “Togliti la camicia voglio vedere i tuoi muscoli”.
    Sul balcone lo posizionò al centro della tela rettangolare e d’un tratto gli percosse più volte il braccio con un taglierino.
    Gli prese la mano e indirizzò gli schizzi verso terra mentre l’idraulico lo guardava incredulo e le sue urla raggiungevano il cielo stellato.
    “Sei pazzo, lasciami andare”!
    “Sta zitto schifoso”!
    Sentiva la morte avvicinarsi e le forze abbandonarlo, le urla si fecero sempre meno acute e lasciarono spazio alla rassegnazione.
    L’ultima opera aveva preso forma disegnando macabre linee ondulate e schizzi di paura.
    Adagiò il corpo privo di sensi a terra e prese a tamponare tempestivamente le ferite poco profonde.
    Trascinò il corpo giù per le scale e lo buttò nel baule della Mercedes.
    Accese il motore e col sorriso sulle labbra, si diresse verso la villetta nel bosco dove l’attendeva la moglie distesa e congelata.
    Doveva affrettarsi se non voleva rischiare che il bastardo si risvegliasse, dopo un quarto d’ora riuscì a caricarla accanto all’amante.
    Prese la giacca dell’uomo elegante per impossessarsi del portafogli, lo trovò rigonfio di soldi nella tasca destra eaccanto all’american express gold la trovò.
    La patente. Di quelle ancora vecchie, cartacee. Pochi eletti, tra cui me, hanno il privilegio di possederla ancora.
    Il lasciapassare per l’ultimo viaggio di quell’artistica serata: via degli Olmi 35.
    Impostò il navigatore e una voce femminile gli consigliò la strada più veloce verso una zona residenziale di una piccola cittadina a ridosso della collina verdeggiante: se la passava bene l’arricchito.
    Fermò l’auto a ridosso del numero 33 e si accertò che non ci fossero luci accese all’interno dell’abitazione, poi parcheggio in retromarcia nel vialetto.
    A delimitare la villetta c’era un’alta siepe verdeggiante, considerò l’ora tarda e l’oscurità notturna e pensò che con un pizzico di fortuna sarebbe andato tutto bene.
    Nel vano sotto al freno a mano trovò un piccolo telecomando, lo pigiò e la luce gialla e intermittente gli confermò che era quello del garage, entrò e spense il motore.
    Una porta conduceva all’interno dell’abitazione tramite uno stretto corridoio.
    Prese il corpo dell’uomo e se lo caricò sulle spalle per gettarlo pesantemente sul divano in pelle della sala da pranzo, poi gli prese le dita della mano e le strinse sul calcio del fucile, sulla canna e infine sul grilletto.
    Raggiunse la stanza da letto per poi entrare nell’ampia cabina armadio, vide una valigia Vuitton e capì d’aver trovato la giusta collocazione all’arma del delitto.
    Chiuse la lampo e mentre si sfilava i guanti di pelle sentì un rumore arrivare dalla sala da pranzo.
    Il tipo si era ridestato e stava cercando invano di alzarsi in piedi ma l’effetto del cocktail avrebbe fatto barcollare anche un cavallo, così ancora stordito rinunciò e si accasciò a terra.
    “Buongiorno, dormito bene”?
    “Dove mi trovo? Cosa hai fatto al mio braccio bastardo”?
    “Ehi calmo, modera i termini, non serve a niente se ti alteri: stattene buono”.
    “Mi hai invitato a prendere un drink a casa tua non ricordi? Poi hai alzato un po’ il gomito e ti sei addormentato”.
    “Ma che cazzo dici? Sei un pazzo, che hai in mente”?
    “Semplice: chiamerai la polizia e dirai di avere ucciso la tua amante dopo una lite animata. Ho nascosto il fucile con le tue sporche impronte da qualche parte nella tua casa.
    Gli sbirri penseranno che le ferite sul tuo braccio te le abbia procurate lei per difendersi dalla tua follia omicida.
    “Mio dio!...Perchè dovrei chiamare la polizia”?
    “A te la scelta. O morirai con una pallottola nelle tempie o marcirai in galera”.
    “Ti prenderanno, non dire scemenze, ti farò arrestare”!
    “Mmm, sei veloce a pensare, hai già scelto la seconda opzione”.
    “ Dove l’hai nascosta Anna? Dov’è adesso”?
    “Sta all’inferno. Ti lascio un minuto per rilassarti poi prendi quel cazzo di cordless, chiami le forze dell’ordine e dici di essere un bambino cattivo che ha fatto la bua alla sua amichetta”.
    “Non la passerai liscia, gli racconterò tutto”.
    “Sei così stupido da sperare d’essere creduto? Ti facevo un tantino più furbo”.
    Prese la sua pistola e gli punto la fredda canna sulle tempie sudate.
    “Chiama ora e dì loro di venirti a prendere”.
    Appena ebbe riattaccato sprofondò nel divano e cadde preda di un attacco di panico, bianco e tremante fu certo di stare ad un passo dalla morte.
    “Ti saluto bello, ci vediamo presto”.
    A passo leggero si nascose dietro ad una chiazza di verde a cento metri dall’abitazione, dopo dieci minuti vide arrivare una volante a sirene spente e poi dalla porta uscì un uomo ammanettato con due poliziotti ai lati.
    Paolo si complimentò con se stesso e mentre muoveva i primi passi accostò al marciapiede una pantera della polizia, proprio mentre l’altra schizzava via veloce, lasciando un odore di gomma bruciata nell’aria .
    Avrebbe passeggiato ancora per un po’ e un taxi l’avrebbe riaccompagnato a casa verso mezzanotte e mezza.
    Prese una Tuborg ghiacciata dal frigo e ne ingollò un bel sorso, andò sul balcone e d’un tratto si ricordò dello scomodo passeggero dentro la sua auto.
    Ad andatura moderata col finestrino mezzo aperto si fece accompagnare da una musica hip hop che secondo lui calzava a pennello in quella sera piena di violenza, sangue e adrenalina.
    Dopo venti minuti fermò l’auto in una piccola discarica a cielo aperto dove i copertoni delle auto e qualche water formavano una perfetta installazione post-industriale.
    Si infilò i guanti e grazie ad un lampo di genio posizionò il cadavere seduto e piegato in avanti proprio sulla tazza del gabinetto, gli sembrò perfetto chiudere la serata con quel gesto teatrale e ironico.
    Quando rientrò in casa si preparò una tequila con rum e ripensò a quella giornata così densa di emozioni, agli istanti pregni di sangue e vendetta, sperò che qualcun altro da lì a breve gli mancasse ancora di rispetto, per poter proseguire la sua carriera d’artista.

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