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    L'artista di strada e i ricordi.

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  • Fernando veniva a trovarmi tutti i Martedì alle cinque, giocava per un pò con il mio cappello, posizionato come al solito sul cemento scuro di quella strada antica, lo prendeva, lo scrutava, fingeva di lasciar cadere qualcosa. In realtà aspettava una mia reazione, un commento fugace che come sempre taceva.
    Tutti noi della "Compagnia del Sole" lo guardavamo allegri, negli occhi di quel ragazzino abitava tutta la speranza che spesso i concalamati "adulti" perdono, e di cui noi abbiamo bisogno per vivere. Eppure non gli permettevamo mai di avvicinarsi; l'esplorazione si limitava alle occhiate veloci che noi raccoglievamo di sfuggita.
    Non tutti possono comprendere il nostro mondo, non tutti hanno fiducia. Spesso la gente non comprende la scelta di vivere di arte e di magia, la decisione di far di queste il modo per guadagnarsi il pane.
    Siamo artisti erranti noi, come i pirati non possiamo stare lontani dalla nostra nave; sappiamo che i viaggi insegnano e allora prendiamo il carrozzone e lo trasciniamo verso albe nuove, verso nuova gente, verso nuove sensazioni.
    Era il 1959. Eravamo a Barcellona da tre mesi. Fernando era poco più che un bambino allora, eppure vedevo nei suoi occhi uno sguardo luminoso come il faro del marinaio smarrito, uno sguardo simile al mio. Certo, dei tipi come noi possono incuriosire la folla, ma anche noi abbiamo dei segreti che teniamo stretti, il nostro bagaglio di vita pieno di emozioni violente che ogni giorno mostriamo alla gente in veste di meraviglia.

    Io lo incuriosivo più di tutti, lo incuriosiva la mia pelle scura vestita dei colori più accesi, il bastoncino che tenevo tra le mani, i miei occhi che sorridevano quando mi guardava. Continuava a chiedersi chi fossi, cosa facessi su quella strada fredda, con solo i miei compagni e il mio sorriso accanto. Non capiva perchè da lì dessimo vita agli spettacoli più colorati, perchè facessimo strane acrobazie al ritmo di tamburelli. Cosa ci spingeva a vivere in quel carro malandato, a patire il freddo per gli applausi di gente che non conoscevamo, chi eravamo in realtà.
    Io Fernando lo ammiravo, chiunque cerchi di dare risposta alle sue domande è un individuo pieno di coraggio. E io volevo accontentare la curiosità di quel bambino.
    Era il 12 Aprile quando gli parlai. "Ciao!" gli dissi, tirando fuori dal mio capello una margherita.
    "Non sono mica una femmina! Non hai qualcosa di più bello? rispose adirato.
    "Io no. Ma forse tu sì." e così dicendo raccolsi dal suo taschino un vecchio soldatino di legno. "Questo ti piace?"
    "Sì, anche se non amo la guerra dei grandi. Io voglio vivere di sorisi, non di spade."
    "Parole saggie. Se solo le avessi sentita dire una volta ai cosiddetti 'adulti', oggi il mondo non sarebbe tanto diviso. Dimmi, quanti anni hai?"
    "Tredici. E tu?"
    "Molti di più." dissi trattenendo una risata.
    "E come ti chiami? Stai sempre qui in piazza in silenzio, con i tuoi amici, poi se qualcuno si avvicina e mette una moneta nel tuo cappello inizi a fare delle cose strane; una volta ti ho visto mangiare una spada di fuoco, ieri invece hai fatto sparire il bastone del panettiere Gregg. La gente ammira i vostri spettacoli ma nessuno sa chi siete o da dove venite."
    Mi scappò un sorriso lungo per quel bambino che si parlava con fare tanto deciso ad uno sconosciuto. "Ci chiamiamo artisti di strada. Il nostro compito è far sorridere le persone che incorciamo. Sai, qui passa ad ogni ora moltissima gente, io la osservo. Ho conosciuto i testardi, quelli che non si arrendono all'ennesima rifiuto e anche se sbraitano un pò sono tenaci come pochi. Ho scrutato gli emotivi, quelli con la lacrima facile che cercano di non farsi vedere dalla folla, poi ci sono i tipi sempre allegri, dalla la battuta pronta. C'è chi ride, chi piange, chi è pensieroso e tace. Quando vivi in strada ti basta un tratto particolare per entrare nell'universo di un uomo o di una donna. Quando vivi in strada sei più sensibile. E allora raccogli quei segnali e li trasformi in carica positiva. La missione è allontanare quella gente dai pensieri brutti, dal dolore che talvolta si incrocia. Farli tornare alla freschezza dell'infanzia, la stessa che hai tu dietro quella lingua tagliente."
    Fernando rimase sorpreso da quella risposta che evidentemente non si aspettava. Probabilmente gli stavo consegnando frammenti di una realtà che lui non aveva mai immaginato. Qualcosa di nuovo da custodire.
    "Il vostro sembra un lavoro divertente. Anche non ho capito bene come si fa."
    Risi sinceramente.
    "Magari un giorno te lo spiego. Ora però torna a casa, che comincia a fare buio."



    Quello fu il mio primo incontro vero con Carlos Miranda. Era il 1959, avevo tredici anni e una personalità variopinta. In realtà mi trascinavo nel suo angolino in Piazza Espana ogni Martedì alla stessa ora, lui era lì con i suoi compagni, erano tutti bravii ma lui era il mio preferito perchè sapeva mangiare il fuoco e fare magie. Così aspettavo una sua parola, un cenno di approvazione. Ma lui stava sempre zitto e continuava ad aspettare un passante che gli si avvicinasse per esibirsi nelle acrobazie più belle che avessi mai visto.
    Non aveva mai risposto al mio saluto fino a quel pomeriggio uggioso di metà Ottobre. Non so cosa lo avesse convinto quel giorno giorno a cedere al mio corteggiamento ma lì ci conoscemmo e da allora non ci separammo più. Io andavo a trovarlo tutti i giorni e lo osservavo esibirsi, far divertire anche chi era sempre triste, sorprendere anche chi aveva la vita più ordinaria del mondo. Ogni tanto, tra un numero e l'altro ci scambiavamo qualche parola, inziiavamo una conversazione che il più delle volte restava sospesa in quella piazza, tra la statua di Garcia Llorca e la Chiesa della Madonna Incoronata.
    Lui e suoi amici si chiamavano "La Compagnia del Sole", e Carlos mi diceva che non sarebbro rimasto a Barcellona ancora per molto, che erano fatti così, dovevano viaggiare sempre altrimenti si sentivano mancare il respiro. Questa notizia mi rese triste, quello che Carlos e i suoi compagni facevano mi sembrava una nota colorata in una città che la guerra aveva reso troppo grigia.
    Le mie visite continuarono per quattro mesi, fin quando il giorno del mio tredicesimo compleanno accadde qualcosa che non so spiegare.
    Mia madre aveva organizzato il solito pranzo con i parenti, aveva cucinato l'arrosto e aveva convinto mio padre ad indossare la cravatta più bella. Quella bizzarra tradizione sarebbe stata un regalo piacevole se non fosse stato per i suoi difetti di base. Giungevano a casa parenti che non vedevo da anni, mi pizzicavano le guance e non indovinavano mai il regalo. Eravamo tutti imbarazzati, ma per qualche strana ragione fingevamo di essere confidenziali amici. Il pranzo era squisito, ma il dialogo a tavola non era buono e la conversazione sfociava sempre in qualcosa di esplosivo. Mio padre non era un gran conversatore e spesso per riempire i silenzi tirava fuori dal cassetto gli argomenti per me più imbarazzanti.
    Quella volta esordì, rivolgendosi a mia madre:
    "Cara, com'è che oggi Fernando ci ha onorati della sua presenza? Ultimamente è davvero raro vederlo, è sempre dai suoi nuovi amici, gli attoruncoli della piazza. Sai, pensavo preferisse festeggiare con loro." quello era il tono di mio padre quando voleva mettermi alla prova.
    "Non dire così Julio, sono bravi. E non resteranno ancora per molto qui in città."
    "Questa è una fortuna. Saranno anche capaci ma tolgono a mio figlio tempo prezioso. Fernando non deve avere grilli per la testa, deve diplomarsi e iscriversi a Legge. Così diventerà un grande avvocato. Il migliore."
    "Julio, nostro figlio ha solo quattordici anni, è un ragazzino."
    "Tesoro, è meglio avercele chiare queste cose. Ad un grande obiettivo bisogna lavorare duramente da subito. Ci vuole tanto tempo per arrivare alla meta."
    Ascoltavo quella conversazione in silenzio, con la stessa espressione ebete che avevano i miei parenti; loro volevano solo godersi quelle leccornie, non erano certo venuti a festeggiare il compleanno del loro nipote scocnosciuto per appesantirsi la testa con drammi familiare. E io volevo solo fingere di non coltivare dentro quella voglia di evadere che mi faceva desiderare di essere lontano da lì, di girare il mondo, di essere libero dalle aspettative decise, come Fernando. Il boccone di arrosto mi diede la forza per dare voce a quei pensieri.
    "Io non voglio diventare un avvocato, non voglio lavorare nel tuo studio che puzza di vecchio ed è pieno di oggetti senza colore. Io voglio una vita che sia piena di colori e piena di passione, non di facce smorte come quelle che c'avete tutti quanti voi, padroni solo della vostra vita sempre uguale e dei vostri orari. Tu disprezzi tanto Fernando e i suoi amici, perchè pensi non siano responsabili. Ma io li ho conosciuti e so che hanno dei valori così fortemente impressi nella pelle, valori a cui danno ascolto per vivere, valori che li smuovono dentro. Loro fanno ciò che amano e grazie a questo sogno realizzato possono dare colore alla giornata di molte altre persone."

    Non ricordo bene cosa accadde dopo. Ma mentre il sole tramontava io ero in strada e correvo tra le vetrine dei negozi che stavano chiudendo, il vento era fortissimo, l'inverno ululava ma io non sentivo niente se non una grande voglia di non fermarmi più. In piazza c'era Fernando che suonava la fisarmonica, non c'era nessun passante che aspettava il suo numero, faceva troppo freddo. i suoi amici si erano riparati nel carrozzone.
    "Hei temerario, cosa ti porta a correre a quel modo con questo gelo? Da queste parti non si usa più far festa il giorno del proprio compleanno?
    Continuava a suonare, quasi come se avesse conosciuto i miei passi dal solo rumore delle scarpe.
    "Come sai che è il mio compleanno"
    "Noi artisti di strada siamo degli attenti ascoltatori".
    Ci fu un silenzio carico di pensieri. "Sono scappato di casa" dissi piano."
    "Il giorno del tuo compleanno? Allora deve essere una cosa seria.", stava ridendo, e questo mi infastidì. Mi infastidiva vederlo ridere dei miei problemi.
    "D'accordo", disse, e posò la fisarmonica nella sua custodia. "Anche io sono scappato alla tua età. Sono stato fuori per tre giorni, mi nascosi a casa del mio migliore amico."
    "Io invece mi sono nascosto qui da te. Forse perchè sei tu l'amico più fidato che ho."
    Non rispose. Guardava dritto davanti a sè, un punto che non riuscivo a riconoscere. "Carlos io non ti conosco per niente. Ma sento che tu sei la persona più coraggiosa che io abbia mai conosciuto. Raccontami la tua storia. Oggi è il mio compleanno." e così dicendo mi accovacciai tra l'incavo della sua spalla e il bracco, quasi per sigillare quella richiesta che così facendo non avrebbe potuto ricevere rifiuto.
    "Io non sono un eroe, Fernando, sono un sognatore felice. E un giorno ho preso in mano la mia vita e l'ho modellata in modo che potesse essere come me, come l'avevo sempre desiderata. E allora tutto è stato bello, anche quando era il mio compleanno e faceva freddo."
    "Parlami, Carlos. Parlami."


    "Ero un ragazzino curioso e agitato come te. Vivevo nella campagna catalana, e ogni pomeriggio andavo a correre nal bosco, mi tuffavo nel fiume, rincorrevo le libellule rumorose e facevo prendere ogni volta un grande spavento a mia madre che mi chiamava a gran voce dal cortile. Le regole non mi piacevano perchè erano limitative, mi stavano strette al petto, io vo essere libero come l'usignolo che sentivo cantare all'alba dalla finestra. Invece la società della mia generazione di quelle regole era piena, decideva lei il tuo destino, stabiliva quando dovevi lavorare, quando dovevi smetterla di fare il bambino, quando dovevi sposarti e costruire famiglia. E decideva anche quale era la professione più indicata per te, quale quella meno rispettabile, e se non stavi attento ti avrebbe detto anche quale donna tra tutte dovevi abbracciare.
    Mio padre possedeva una grande catena di cappellerie, era intimo amico del sindaco, mia madre una pianista che aveva smesso di suonare forse perchè non esisteva musica per quella cittadina così stretta.
    Mio padre voleva diventassi "una persona importante", allora io gli chiedevo "Come come facesse giudicare il grando di importanza di un essere umano" e lui mi rispondeva sempre che "Una persona importante la si vede dal contributo che dà alla società".
    Non capivo. La notte scappavo. Avevo incontrato una ragazza e me ne ero innamorato subito, di corsa, perchè è di corsa che si presentano i sentimenti veri. Si chiamava Rosalyne e i suoi genitori erano inglesi. Amavo il suo accento del Nord e le sue guance rosse, e amavo il coraggio che mi dava, il modo in cui teneva acceso il sogno di portavo dentro. Ogni Giovedì c'era il mercato e io nella piazza suonavo la fisarmonica o facevo dei numeri di magia che avevo imparato da mio nonno quando mio padre era fuori per lavoro. Rosalyne mi accompagnava ballando e cantando con il suo tamburello. Ma ciò che amavamo di più era la recitazione e a volte ci esibivamo in piccole commedie scritte da noi che avevano come protagonisti re e regine, servi scaltri e principesse imprigionate, recitavamo insieme ad altri ragazzi che come noi amavano l'arte. La gente si divertiva, ci buttava dei soldi nel cappello. Ci chiedeva come ci chiamassimo e chi fossero i nostri genitori perchè avevamo talento e dovevamo continuare. Io e Rosalyne eravamo felici dello spiraglio di gioia che regalavamo a quelle persone, e questo ci bastava per tornare a casa soddisfatti della giornata, pronti a sopportare le regole che ci aspettavano.
    Quando la voce dei nostri spettacoli arrivò a mio padre, stavo tornando a casa da una delle mie passeggiate al fiume e lui mi aspettava sulla porta, con quello sguardo torvo che indossava quando qualcuno aveva infranto uno dei suoi codici più preziosi. Mi proibì di vedere Rosalyne. "Da domani studierai con un maestro privato e sarai più responsabile." disse. "Non voglio che giochi il tuo futuro per delle sciocchezze da adolecenti."
    La mia vita dal giorno dopo divenne un groviglio di fili neri, tutte le giornate mi sembravano uguali. Riuscivo a vedere Rosalyne solo dopo la Messa, o quando convincevo suo fratello a portarla al fiume. Le scrivevo lunghe lettere che nascondevo sotto un sasso a due miglia da casa sua.
    Così crebbi stanco ma non chiusi mai gli occhi, non abbadonai mai il me che volevo essere anche se tutte le circostanze mi remavano contro e i giorni si inseguivano senza che io potessi coglierne l'essenza.
    Il nero non cessò di colorare la mia vita anche quando pensavo che non sarebbe potuta andarmi peggio. Per non rendere troppo amare le mie notti, mi piaceva pensare che ci fosse qualcosa o qualcuno che mi stesse mettendo alla prova prima di lasciarmi essere felice per sempre.
    Il 14 Giugno 1940 arrivò a casa una lettera che non mi mandava Rosalyne, no, me la mandava il nero. Un mese dopo partii per la guerra. "E' un onore combattere per la patria" mi dicevano, ma io non riconoscevo quella come un'impresa eroica e anche in questo pensiero mi distaccavo dalla mia famiglia che, nonostante il suo spirito patriottico, quando partii non riuscì a trattenere le lacrime più salate.
    Allora rimpiansi le mie regole, rimpiansi i modi di fare di mio padre, rimpiansi le finestre che mi tenevano fermo in quella casa. Scrivevo ogni settimana lunghe lettere che inviavo ai miei genitori pieno di amarezza e la sera mi mettevo a letto sognando Rosalyne.
    La morte si presentò a me prepotentemente, era arrabbiata con l'uomo per una colpa ignota, se la prendeva con persone innocenti che se ne andavano piano. Io non potevo far sorridere nessuno in quella prigione senza sbarre, non c'era spazio per i pensieri leggeri, c'era solo la guerra, che occupa ogni spazio abitabile.
    Avevamo tutti paura di non tornare a casa, i nostri timori diventavano così uno soo, che ci decretava fratelli in quei giorni e per sempre.
    Io tornai a casa, ma molti di quegli amici non ebbero lo stesso privilegio e i loro nomi sono ancora stampati nel mio cuore. Era il 13 Settembre 1945 quando calpestai di nuovo il selciato terroso del mio cortile. Alle spalle avevo i ricordi della prigionia che tutti noi soldati spagnoli dovemmo patire per aver combattuto a fianco di un partito che era stato sconfitto ma del quale non condividevamo gli ideali. Adesso capivo ancora più sinceramente che la libertà era perfetta, che non esistono guerre vinte o guerre perse, la guerra è solo guerra e rimane tale, anche se alla fine dei giochi la tua bandiera grida vittoria.
    Quando entrai in casa mia madre mi abbracciò così forte che se ci penso adesso sento ancora il suo profumo tra le mani, e vidi mia sorella così luminoso che non lo dimenticai mai più.
    "Il mio sogno più grande si è avverato." ripeteva piangendo tra le mie braccia. Piangevamo tutti e tre vicini, ma mancava un pezzo del quadro.
    "Dov'è papà? chiesi istintivamente.
    "Tesoro, tuo padre è morto." mia madre parlava piano, come se non l'avesse mai detto ad alta voce. "Non ha sofferto, si è addormentato mentre leggeva il suo giornale preferito. In silenzio."
    Il tempo si fermò, non sentivo più nulla, ero entrato in una bolla di fuoco in sui vedevo solo mio padre che mi fissava, io scrutavo i suoi occhi, avevo una voglia tremenda di abbracciarlo ma lui diventava aria e si perdeva nei ricordi.
    Adesso cosa sarebbe stato?


    Mi sembrava doveroso nei confronti di mio padre continuare la sua attività. Rosalyne si era sposata in quei quattro anni di guerra. L'amore può nascere anche tra le macerie, e io dal fronte non le avevo mai scritto perchè sapevo che era giusto che lei si desse una nuova possibilità con quell'amore nuovo. Un amore macchiato di sangue non può germogliare nel bosco. Così divenni titolare della catena di cappellerie di famiglia e indossavo i suoi vestiti eleganti per sentirlo ancora più vicino. Mi traformai in un "lui" in miniatura perchè questo allontanava da me il pensiero di averlo deluso. E anche se non mi riconoscevo in quell'immagine allo specchio, nessuno intorno a me pensava che quello che stavo facendo fosse sbagliato.
    Tutti tranne mia madre, che una notte prima che mi addormentassi venne a farmi visita.
    "Carlos, lo so che non sei felice." disse, accarezzandomi le guance come facevo quando ero bambino.
    "Mamma, io non lo so più cos'è la felicità."
    "Invece lo sai, e lo so anche io. Felicità è seguire i sogni che si coltivano nel cuore. E tu vuoi regalare colori alla gente. Sei un artista, mio figlio è un artista. Cosa credi? Che quando ti esibivi in piazza, io non ti vedevo? Io mi nascondevo ogni volta dietro al muretto della Chiesa. Ero orgogliosa di te, perchè quando recitavi con Rosalyne le persone diventavano improvvisamente contente anche se prima avevano un viso buio. Amore mio, tu sei luce. E allora vai a portare quella luce là fuori, che il mondo ti aspetta. Togliti questi vestiti che non ti appartengono e vai a conquistare il tuo mondo."
    "Mamma, le cose sono cambiate. Adesso papà non c'è più."
    "Tuo padre voleva vederti brillare. Lui lo sapeva che tu eri luce e anche se forse non te l'ha dimostrato nel modo giusto, lui non avrebbe mai voluto spegnerti. Adesso è qui con noi e ti sta dicendo "Lascia che ciò che accada, sia."

    Partii tre giorni dopo, alla ricerca del mio posto, che trovai quando incontrai "La Compagnia del Sole", capii subito che loro erano come me e da quel giorno di Aprile noi andiamo in giro per il mondo a portare i nostri colori, ad offrire una risata. La gente non capisce che stare chiusi in una gabbia d'oro non equivale ad essere responsabili. Responsabilità è diventare ciò che si vuole essere. Quello che facciamo ci fa sentire vivi. Non conosco cosa più meravigliosa.


    Il racconto era finito, ma la vita era appena iniziata. La mia.
    ."Non hai più visto Rosalyne?" fu la prima cosa che gli chiesi.
    "Una sola volto dopo quella guerra devastante. Ci incontrammo al mercato, mentre accompagnavo mia madre a prendere la frutta fresca. Lei era bellissima e luminosa e si avvicinò a me, come una goccia di rugiada può baciare la foglia della rosa più bella del giardino di Dio. Non ci fu bisogno di scuse o giustificazioni, non ci fu bisogno di raccontarsi nulla, nè di dirsi false verità. Lei mi disse solo "Sei ancora tu, Carlos. Lo sarai sempre." E io le dissi che l'amavo ancora, per sempre.
    Ora lei vive nel mio cuore. Sono le cose che amiamo che ci fanno vivere, e non esistere."
    "Non vorresti rivederla?"
    "Fernando, io la vedo tutti i giorni. La vedo anche adesso, nella primavera."
    "Carlos, tu sei il mio eroe" e ci salutammo così, con quella dichiarazione che era una carezza.


    Quando tornai a casa quella sera, abbraccia mio padre e in quell'abbraccio ci capimmo. Come se il racconto di Carlos avesse toccato anche lui in qualche modo.
    Ora mi sembrava tutto vivo, e avevo voglia. Di lottare, di stringere i denti, di conquistare il mio posto nel mondo che qualunque fosse stato, sarebbe stato perfettamente mio. Carlos Miranda rimase sempre il più grande artista da me conosciuto. Artisti sono coloro che danno qualcosa per regalare uno spiraglio di luce agli altri. Quando il tuo sogno diventa gioia per chi ti guarda, allora tu hai vinto. Allora tu diventi arte.
    E questo volevo farlo anche io. Sentirmi vivo, e non esistere.

    Quando "La Compagnia del Sole" lasciò Barcellona la città sembrava bucata da un uncino, un pò più vuota, un pò meno misteriosa.
    Io e Carlos ci scrivemmo per diversi anni assiduamente e ogni tanto mi capita ancora di ricevere una sua lettera in cui mi racconta dove si trova e quanta gente ha conquistato.
    In una lettera mi ha scritto che ha rivisto Rosalyne, ma io sapevo che prima o poi sarebbe successo.
    Il dialogo con mio padre è migliorato perchè io sono più forte. Frequento la Scuola di Pittura di Barcellona e lui è il mio critico più attento.
    Una sera ho fatto un ritratto della mia famiglia, porto della mia vita. Io non ho conosciuto la guerra ma posso comprenderne la crudeltà e so che la mia famiglia è come il mare, calmo e protettivo. Il ritratto è venuto bene, l'ho appeso in camera. Avrei voluto che insieme a noi ci fosse anche Carlos; lui lo sa che rappresenta una parte di me, ma nel profondo della mia anima so che un pezzetto di lui vive in quei colori.E so che non è necessario scrutarlo con gli occhi per sentire la sua presenza. Io Carlos lo vedo sempre, anche adesso.
    Lo vedo negli occhi di mia madre che brillano ogni volta che le parlo dell'artista della piazza.
    Mia madre Rosalyne ride e in quella risata scopro il senso della vita.
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