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    Il circolo dei medici omicidi

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  • C'era spesso aria di mistero intorno alle riunioni semestrali dei dottori, al punto che veniva spontaneo domandarsi se la segretezza che circondava queste riunioni non avesse lo scopo di tenere il profano all'oscuro dell'effettivo livello di competenza della confraternita di Mnemone. Per quindici anni il drappello di “oscuri” medici si riuniva a porte chiuse per confessarsi i loro fatali sbagli. Il loro incontro era semestrale, da svolgere in una palazzina esclusiva sita nel cuore di una grande città della Pianura Padana.
    In una tetra sera di pioggia novembrina s' incontrarono per... l'ultima volta. Erano in nove. Tutti presenti perché il convegno offriva un ulteriore interesse: l'accettazione di un neofita, il trentenne dottor Roberto Loy. Questi era stato invitato a far parte del ristretto club composto da autorità nei rispettivi campi.
    Il dottor Cristini, l'anziano venerabile, dichiarò aperta la seduta. All'esordiente spiegò che nel club “segreto” i soli argomenti da trattare erano errori di diagnosi, di terapia o di procedura chirurgica, tanto da avere provocato il decesso di un malato che poteva prosperare. E che non si poteva fumare; il che, Loy, scusandosi, gettò il pacchetto sul treppiede.
    Il neofita prese una posizione seria e quasi nevrotica quando il racconto di uno specialista in malattie dello stomaco lo colpì. Trattasi del dottor Stefani che fu chiamato da un vicesindaco riferendogli che il suo bambino di sette anni era rimasto intossicato dal cibo a cena dalla nonna paterna. Stefani visitò il piccolo “malandato” su espressa richiesta del politico locale e, contro la nausea e vomito, gli prescrisse uno sciroppo. I sintomi erano quelli dell'avvelenamento, ma in forma leggera. Purtroppo, nella notte accadde l'imprevisto con epilogo drammatico. Il bimbo appariva disidratato, gli occhi infossati nelle orbite, i lineamenti tirati, le narici dilatate, le labbra cianotiche e la pelle coperta di sudore freddo. Morì da lì a poco!
    «L'autopsia ha rivelato il suo errore diagnostico?», ammise Loy.
    «Nessuna autopsia. I genitori del ragazzo si fidavano ciecamente di me.», disse con una punta d'irritazione. «L'ho ucciso per non avere azzeccato la diagnosi. Tutto qui!»
    E venne il turno del secondo professionista. Il dottor Cavallari, alzatosi, prese a raccontare la sua “gaffe”. La sua paziente accusava forti dolori nella parte superiore destra dell'addome da dove si irradiavano poi alla schiena e alla spalla. Tipico della colecistite. Le somministrò un analgesico, ma il giorno seguente il dolore aumentò da non lasciare dubbi sull'avvenuta perforazione della cistifellea. La operò. La dannata cistifellea non aveva proprio nulla di patologico. La paziente morì due ore dopo l'intervento.
    Dopo che il terzo professionista terminò il suo racconto condito di “delitto da matricola”, toccò al professor Ziletti, specialista in Urologia, unico barbuto. Era, sì, finito nel registro degli indagati, accusato di omicidio colposo assieme al primario e due anestesisti. Egli operò un uomo sottoposto a un intervento chirurgico al rene: cinque giorni dopo, il paziente finì nel numero del più. Ziletti manomise tutta la cartella clinica tanto vero da far sentenziare a un anatomopatologo la propria estraneità alla vicenda: la morte per complicazioni inevitabili, errori e altro andavano diretti ad altri.
    Sorridendo, Cristini sentenziò l'operato del collega:
    «Membro che ha fatto fuori un poetuccio.»
    Il quinto personaggio, il dottor Ghisi, raccontò la sua dichiarata prima “inesperienza”. La sua paziente aveva un terribile tumore al seno, ma per ben quattro volte era stata mandata a casa dallo stesso, che le aveva garantito di avere soltanto una banale cisti. Quattro diagnosi errate avevano così determinato la morte di una quarantenne. Scaricò la colpa sugli altri perché le quattro diagnosi imperfette le attribuì ai medici del Pronto Soccorso.
    «Ma l'avete rispedita a casa senza che siate voi a visitarla!», fece l'anziano del gruppo.
    «Sì, sospettavo qualcosa... Sapete, la paziente mi era così antipatica che ricordava la mia fastidiosa cognata!», bofonchiò Ghisi.
    E tutti risero, ad eccezione del dottor Loy.
    Venne il turno del sesto medico, il dottor Cominelli, che disse, annoiato, della scocciatura di una donna che, evidentemente non convinta dall’esito delle sue analisi, si era rivolta a un nosocomio popolare dove aveva scoperto di avere un carcinoma mammario. Operata d’urgenza, ma il tumore risultava ormai essere troppo esteso. Lei morì un mese dopo.
    Il settimo medico, stavolta, si presentò “pulito”. Egli era il dottor Sacchi, tipo scorbutico. La sua ultima vittima era stata una donna serba: decesso causa carcinoma. Confessò ai presenti che voleva risparmiare i farmaci antimitotici e la deceduta non era una "dea". Altre risatine...
    L'ottava: il dottor Toffa che sarà presto chiamato in causa “per negligenza, imprudenza e imperizie” e per una inadeguata assistenza clinica, ammise di fregarsene della morte di un bassista degli “Visitors Pax”.
    «Sono sotto accusa per avere prescritto allo schifoso punk grosse quantità di farmaci antidolorifici che in seguito è morto di overdose. Mi sospettano perché prestai, in maniera compiacente, a soddisfare le richieste del musicista trasformandomi in uno spacciatore!»
    «Vi siete pentito della di lui morte?», gli chiese Cominelli.
    «La morte del “brutto muso”, con tanto di piercing, mi rallegra!»
    Altra risata del gruppo; pure Loy emise un sorriso, ma un sorriso sinistro.
    Il venerabile Cristini propose la sua sentenza; si congratulò con alcuni per lo stile del “delitto perfetto” in quanto i genitori della vittima e polizia non consentirono aprire una drastica inchiesta.
    Ma ecco la parte tanto voluta da Loy. Si asciugò il collo con il fazzoletto “Tempo”. Prese cappotto, cappello e il pacchetto di sigarette. Attraversò celermente la stanza. Il venerato lo impose di fermarsi:
    «Dove sta andando, dottor Loy! È il suo turno. Ci dica... Ci confidi...»
    I nove dotti non seppero celare la loro irritazione di fronte alla sfrontatezza della sfida. Qualcuno sospettò una trappola del giovine. Loy accusò i medici di preferire ai “delitti più lineari”. I medici veterani s'infuriarono, e chiesero al “venerato” di scacciare l'irrisore in quanto potrebbe aver troppo divario nell'ambito della medicina.
    Senza attendere consenso, Loy buttò giù il discorso conclusivo:
    «Non mi resta molto tempo. Avevate ragione a meditare che ci fosse una trappola e un mio dileggiare. La trappola dileggiatrice è che non sono un medico. Sono Alessandro Martina, pubblico ministero della Procura di***. Vi ringrazio per l'aiuto prezioso che mi avete prestato.». Trasse dal lato della cravatta un microregistratore audio ultra-miniaturizzato e la mostrò ai presenti. «Tutto è registrato. Inoltre, il mio pacchetto di Marlboro è una cimice spia; a prima vista sembra un comune pacchetto ma contiene una sofisticata microspia che trasmette via radio su banda UHF, e in Procura hanno udito tutto. Vi aspetterò in Tribunale! In nove, accidenti! L'ultima volta che condannai un professionista della medicina fu il celeberrimo dottor Sartori, detto il “Grande”; certo, “grande” con il neologismo sarcastico di “Clitennestra Filosofessa” come descritto nell'aneddoto dell'Alfieri per Caterina II di Russia; nel caso del noto medico gli si addebita per avere sbarazzato la suocera con cure inadatte. Arrivederci, signori. Sicuramente, la prima cosa è togliervi il “ben dell'intelletto”.»
    Nessuno dei nove veterani parlava: porgevano il silenzio più assoluto! I minuti passavano “atroci”. Il falso dottor Loy sparì dal luogo. Subito il venerato emise una sentenza:
    «Signori colleghi, come capo membro del sodalizio dichiaro estinto questo insolito rituale! Diamoci forza qualora dovessimo perdere a lungo o per sempre il tetto familiare.»
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