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    Diversi per caso

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  • “AVVISO AL LETTORE OCCASIONALE E AL POSSIBILE ACQUIRENTE”

    Da buona studentessa di lettere moderne quale sono, mi ritengo padrona di regole grammaticali e lessico forbito, ma sono anche l’autrice di un libro che ha come tema la diversità e quindi non me ne vogliate se fedele alla linea guida del mio elaborato non utilizzerò nelle prossime pagine i paroloni aulici a cui siete tanto abituati, ne tanto meno i corretti tempi verbali. Un libro, per antonomasia, viene scritto per poter essere letto, possibilmente da molte persone. La scrittura difficile e ricercata che di solito viene utilizzata nelle grandi pubblicazioni però, per quanto possa essere bella da leggere risulta noiosa e poco comprensibile a chi diversamente da voi, non è un avido divoratore di libri.
    Lo scopo ultimo della scrittura in se, è quello di riuscire a raggiungere il più vasto numero di perone in modo da poter dare ampia visibilità ad un pensiero. Infatti chi scrive crede d’avere qualcosa da dire, ed è libero di farlo nella forma e nel modo che crede più consoni.
    I libri sono per tutti, e proprio io non posso eliminare a priori dalla lista dei possibili lettori le persone di cui mi accingo a raccontare le storie, “i diversi”, sarebbe da incoerenti.
    Quindi se dopo aver letto qualche riga qui e la, reputerete il mio modo di scrivere scorretto e prosaico, riponete pure il libro sullo scaffale dove l’avete trovato.
    Mi scuso se in qualche modo ho offeso il vostro delicato senso letterario, ma io scrivo di fatti, pensieri, dolore, paura e rabbia… non di parole…









    DIVERSI PER CASO
    Storie di vita ordinaria in un mondo che non c’è.















    INTRODUZIONE

    DEFINIZIONE DI DIVERSITA’
    1 Presenza di tratti che rendono diversa una cosa o una persona da un'altra appartenente alla stessa tipologia SIN differenza, difformità, disuguaglianza: d. di abitudini; carattere, aspetto, per cui una cosa o una persona si distinguono nettamente da un'altra: evidenziare la d. dei due vasi

    Ho quasi trent'anni e non posso vantare chissà quali traguardi alle spalle, non ho un lavoro fisso alle spalle, mi manca ancora un po' per laurearmi e vivo ancora con i miei. Qualcuno potrebbe dire che non ho concluso nulla, che ho buttato via la mia vita, io non la penso esattamente così. A differenza di molti miei coetanei posso dire con certezza di aver vissuto appieno la mia vita, ho affrontato il mio processo di crescita seguendo le tappe naturali che ognuno dovrebbe seguire, non ho ne rimorsi ne rimpianti. Ho girato il mondo, visto nuove città , curato il mio cuore quando è stato spezzato, affrontato situazioni che non credevo di superare, ho conosciuto persone, tante persone, e visto cose, vissuto situazioni che mi hanno portato a riflettere, che mi hanno fatto venire voglia di raccontare. Il mondo è un posto strano, ma il proprio paese o la propria città possono esserlo ancora di più. A chi di voi non è mai capitato, mentre guardavate il tg in televisione o dopo aver letto una determinata notizia sul giornale, di criticare usanze e modi di fare dei paesi orientali perché "troppo barbari"? Credo un po' a tutti almeno una volta nella vita. Vi siete mai chiesti perché? e soprattutto vi siete mai guardati intorno? Non credo. Nonostante, a detta di qualcuno, abbiamo la fortuna di abitare in uno dei paesi più civilizzati del mondo, l'Italia, il nostro contesto societario di certo non ha nulla di "moderno".
    Mentre nella scienza si fanno passi da gigante, nella ricerca di cure per malattie come il cancro (che fino a pochi anni fa risultava mortale nel 100% dei casi) e, grazie alla tecnologia si è arrivati all’invenzione del telefonino intelligente capace di elaborare anche i comandi vocali più complessi, differenza, difformità e disuguaglianza, sono le parole all’ordine del giorno nella società contemporanea. Che cosa triste.
    Con il passar del tempo tutto muta si sa, e le parole non fanno eccezione.
    “Strano”, “malato”, “straniero” ,da semplici termini si sono evoluti in marchi d’infamia che, come “la lettera scarlatta” , vengono utilizzate per indicare persone con un modo di fare o di essere diverso dal nostro e che come tali ci fanno paura.
    Il diverso, la diversità, viene purtroppo ancora oggi sentita e vissuta come minaccia alla nostra identità e non come possibilità di confronto e di crescita come in realtà dovrebbe essere.
    Chi non vive o non è come noi va tenuto a debita distanza in quanto potrebbe minare il nostro modo di essere, debilitare il mondo che ci siamo creati andando così a discapito dei nostri rapporti sociali.
    L’apparire è più importante dell’essere da fin troppo tempo ormai e la società ha pagato con la propria anima il prezzo di questa farsa centenaria, ci siamo inariditi dimenticando cosa sia l’umanità intesa come sentimento e non come sinonimo di “razza”.
    Gioiamo per l’applicazione di un telefonino che gli permette di interagire in maniera vocale con noi e non siamo capaci di dare importanza allo stesso gesto quando a compierlo è una persona.
    Inviamo pacchi alle associazioni benefiche, facciamo offerte per i danni portati dallo Tzunami mentre siamo ben attenti a non rivolgere parola al nostro vicino analfabeta o evitiamo di farci vedere in giro con chi abita in un quartiere malfamato anche se questi è una brava persona.
    E’ difficile liberarsi di preconcetti che si acquistano fin dalla tenere età. La parola “educazione” significa proprio questo:”abituare qualcuno a pensare o a comportarsi in un determinato modo”;e noi fin da bambini veniamo educati a muoverci secondo le regole della società, a non essere “diversi da chi ci circonda”, ma,citando involontariamente il titolo di un film,mi viene da chiedere: “Diversi da chi?!”
    Chi ha scritto le regole su cui si basa la nostra società?
    In base a cosa siamo autorizzati a provare imbarazzo nei confronti di una persona malformata?
    Perché deridiamo un omosessuale?
    Se qualcuno di voi ha una risposta a queste domande mi faccia sapere, anche se credo che i più dopo aver letto queste righe abbiano alzato gli occhi dal libro chiedendosi
    “Già.. perché?”
    Le pagine che vi state accingendo a leggere non sono altro che questo. Una serie di testimonianze ed esperienze, dirette ed indirette, di persone che a loro malgrado si ritrovano a dover subire discriminazioni e a dover fronteggiare situazioni drammatiche, per il solo fatto di non corrispondere appieno a quelle regole societarie che mai nessuno ha scritto, ma che ogni giorni applichiamo passivamente. Atteggiamenti che per quanto piccoli possano sembrare, comportano delle grandi conseguenze nella vita di chi, sentendosi fuori luogo, si auto-infligge ogni giorno delle enormi violenze psicologiche, forzando il proprio essere a diventare più simile a chi lo circonda o, in altri casi, preferisce evitare contatti con quel mondo esterno pronto a ricordagli ogni giorno, quanto diverso o deforme sia.
    Per una questione di privacy, sono state omesse informazioni personali sui protagonisti, che non si siano rivelate utili al fine del narrato e, tali resteranno. Lo stesso discorso, vale per le parti del narrato in cui la voce del protagonista si confonde con la mia. Sapere dove abitano le persone in questione, che lavoro svolgono attualmente o, se io sia o meno la protagonista diretta di alcune storie è irrilevante, anche perché specificando la loro identità li sottoporrei a mia volta ad una sorta d'interesse mediatico imbarazzante, li trasformerei in una serie di fenomeni da baraccone e, non è di certo questo il mio intento.

    Pirandello diceva che la società, con le sue regole, è una trappola che ci costringe a comportarci in maniera differente da come siamo realmente, ma forse mai nessuno lo ha preso realmente sul serio.. E mentre il mondo fuori sta compiendo chissà quale progresso, io sto qui a parlarvi di un mondo che per tutti non c'è...









    L’ALTRO PIANETA

    Pensieri e paure di chi non ha scelto di nascere omosessuale

    Fa insolitamente freddo per essere un luogo così affollato.
    Un caos di corpi indistinti si muove al ritmo di una musica scandito dalle luci colorate dei faretti intermittenti. Nella penombra della sala è difficile distinguerne i volti: studenti, impiegati, operai, maschi, femmine. A vedersi sono tutti uguali.
    Dalle casse la musica si alterna copiosa, mi getto in pista e inizio a muovermi al ritmo di quel grande tutto. Ecco che parte una nuova canzone , il ritornello fa pressappoco cosi:
    “Alors on sort pour oublier tous les problèmes Alors on danse…” (Allora si esce per dimenticare tutti i problemi. Allora si balla). Mi sfugge un sorriso, se ne potrebbe fare un inno.
    La folla mi snerva, mi dirigo al bar
    “Qualcosa di dolce ma forte”
    Non sono abitudinaria e mi piace essere sorpresa, sarà per questo che ogni volta lascio carta bianca al barista, ma stavolta mi è andata male. Quattro bianchi e fragolino. Non è un granché ma fa nulla, ho bevuto di peggio.
    Cercare di consumare un drink in una discoteca affollata senza che te ne cada almeno la metà sui vestiti è un impresa senza speranza, per questo mi muovo in cerca di un posticino tranquillo e il balconcino del secondo piano mi sembra il posto ideale.
    Arrivare a destinazione non è stata una cosa da poco e, una macchia rosa all’aroma di fragola in bella vista sulla manica della camicia bianca mi ricorda che in fin dei conti mi è andata bene, ne sono uscita più pulita di quanto mi aspettassi ed ho ancora qualcosa da bere.
    Sotto di me la marea di gente continua a muoversi senza sosta, io a differenza loro preferisco stare in disparte, la musica alta mette a tacere i miei pensieri, mi rilassa, e ogni tanto quando la mia attenzione è attirata da qualcuno in particolare mi piace fantasticare su quale può essere la sua vita, il suo lavoro. E' un giochino che mia madre mi faceva fare da bambina per tenermi tranquilla quando affrontavamo dei lunghi tratti con i mezzi pubblici ed è una piacevole abitudine che mi ritorna utile ogni tanto quando mi ritrovo a dover ingannare il tempo.
    Tra tanti sconosciuti però, il mio sguardo questa volta non ha potuto far a meno di fermarsi su un volto nuovo …



    LA FIGLIA DI UN DIO SBAGLIATO .
    E’ Ferma lì in un angolo della sala con le braccia conserte e lo sguardo che salta da un volto ad un altro, sembra proprio che aspetti qualcuno.
    Minigonna e maglia attillata mettono in risalto un fisico non proprio da top model ma del resto quello che l’ha sempre contraddistinta è proprio questo, non si è mai fatta condizionare dal giudizio o dalle chiacchiere della gente, è fiera e sicura di se e non nego che un po’ la invidio.
    Quando frequenti quest’ambiente per un po’ di tempo, di vista o di persona, finisci per conoscere tutti e quando l’assenza prolungata di Francesca si era notata avevano iniziato a girare certe voci.
    Studentessa brillante. Si dice che dopo la fine di una relazione durata un anno e mezzo abbia iniziato ad intavolare una lunga serie di storielle. Alcuni pensano che non stia facendo altro che mettere in atto la vecchia teoria del “chiodo schiaccia chiodo”, altri invece che abbia soltanto deciso di “godersi la vita”, io ho sempre pensato che semplicemente lei sia una di quelle persone che sente il costante bisogno di dividere la sua vita con qualcuno. Qualsiasi sia la spiegazione fatto sta che la sua vita sentimentale è una vera e propria tragedia.
    Con la prima ragazza, quella dell’anno e mezzo, mi pare fosse finita perché non le dava abbastanza attenzioni, la seconda al contrario gliene dava troppe, la terza era fidanzata e la quarta è stata la sua rovina.
    Stile “dannato” alla Steve Mcqueen ha finito per trascinare Francesca in una serie di situazioni che hanno assorbito tutta la sua energia vitale cambiandola radicalmente.
    Come da copione ha iniziato a trascorrere intere giornate fuori casa non tornando neanche la notte e di conseguenza il rendimento universitario ne ha fatto le spese, o almeno è questo che si racconta in giro, ed un cambiamento del genere non può passare inosservato, almeno non ai tuoi genitori.
    Si dice anche che i suoi l’abbiano affrontata a viso aperto e che i risultati non siano stati dei migliori.
    La figlia era a pezzi, stava mandando all’aria tutto il suo futuro senza rendersene conto, era notevolmente sotto peso ed emotivamente dipendente da quel qualcuno che la stava distruggendo e l’unica cosa che sembrava interessare ai suoi genitori era il suo orientamento sessuale, forse l’unica certezza che Francesca abbia mai avuto in tutta la sua vita.
    Pare che abbia lasciato l’università..
    Pare che sia andata via di casa e che lavoricchi per pagarsi una stanza studenti..
    Pare che abbia troncato tutti i rapporti con la sua famiglia…
    Pare che si sia stancata di essere considerata una malata curabile con una buona dose di sesso eterosessuale.















    “ Signori e signore ecco a voi…”La voce dello speaker risuona chiara e forte. Ed ecco che prende il via lo spettacolo delle drag queen.
    Tutta quella femminilità racchiusa in un corpo che nonostante i tacchi alti e le calze riesce a rimanere virile, ha il suo fascino. E pensare che, in barba al pensiero comune, non tutte le drag sono uomini gay! Alcuni di questi hanno scelto quel tipo di lavoro per passione, punto.
    Una di loro intona, e devo dire egregiamente, I will survive.
    Esibendosi in un turbine di piume colorate, si avvicina al bordo del palco e, calandosi, accarezza con fare sexy un ragazzo che si trova in prima fila. E' di spalle e riesco a riconoscerlo soltanto quando un faretto illumina un particolare: l’immagine di Homer Simpson che beve una birra impresso sul retro della sua maglia..so riconoscere un mio regalo! è Marco..















    IL TABU’
    Biondo con gli occhi azzurri, Marco, è il classico tipo che piace, lo vedo spesso in compagnia ma mai dello stesso ragazzo due volte di seguito, il suo motto è:
    “ Tra il niente a cui ti porta una vita in cui dai valore agli attimi e il dolore a cui vai incontro quando ti soffermi troppo tempo in un posto, con un'unica persona, è meglio il niente” … non potevo biasimarlo.
    Siamo amici da tanto, mi piace passare del tempo sola con lui, nonostante il suo atteggiamento irritante, da prima donna, è dolce e sincero come nessun altro, è un buon amico.
    Una sera eravamo in spiaggia a guardare le stelle, in compagnia di un po’ più di un paio di birre, e intavolammo uno di quei classici discorsi dov’è la sincerità a farla da padrone e non sai più se sei tu a decidere cosa dire o è l’alcool a parlare per te. Insomma eravamo brilli ed iniziammo a straparlare.
    Mi raccontò d’aver avuto una sola storia seria ,di due anni, finita per gli innumerevoli tradimenti del suo lui di cui non ricordo più il nome e che per comodità chiamerò” X “. Pare che Marco ne abbia subite tante prima di trovare il coraggio di lasciarlo e che quando questo successe il ragazzo non accettò di buon grado la rottura. Probabilmente per vendetta X si recò a casa di Marco dove lasciò attaccata al cancello una lettera anonima nella quale raccontava nel dettaglio, tutti i particolari di quei due anni passati insieme e dell’omosessualità di Marco, la lettera era indirizzata ai suoi genitori.
    Mentre lo raccontava il suo tono di voce era pacato, tranquillo, sembrava quasi grato a quel ragazzo che involontariamente, forse, gli aveva reso un favore, facendo quello che lui non aveva mai avuto il coraggio di fare: parlare con i suoi genitori, fare coming out, come si dice in gergo.
    Una lacrima gli rigò il volto,strinse con forza il collo della bottiglia e mandò giù un lungo sorso di birra,ed iniziò a parlarmi dei suoi genitori, la cosa che gli aveva fatto più male era stato proprio il loro atteggiamento.
    Stando al suo racconto quando rincasò la sera in cui la lettera fu consegnata, la madre era ai fornelli e il padre guardava la televisione seduto in cucina e fu proprio quest’ultimo a mostrargli la lettera con fare indifferente, quasi fosse stata una corrispondenza di lavoro o una lettera pubblicitaria.
    Non un grido, non una domanda, niente di niente e ,a distanza di anni, la situazione continua ad essere immutata.
    Le loro conversazioni si limitano tutt’oggi, al lavoro, agli impegni giornalieri, alla macchina e al posto auto, stop,non una parola sulla sua vita privata o una domanda su con chi passi il tempo quando non è a casa, niente di niente.
    Più di una volta Marco si era e si è fatto coraggio ed ha provato ad affrontare il discorso con i suoi. Avrebbe voluto spiegare che non voleva deluderli, che la sua non era una scelta ne tanto meno una forma di ribellione, ma che era nato così, che quello era lui,il Marco di sempre, solo che contrariamente a quello che un genitore si aspetta da suo figlio con molta probabilità non gli avrebbe donato dei nipotini da viziare.
    I risultati di quelle tentate conversazioni, a cui io nelle vesti di migliore amica qualche volta ho assistito, non sono stati dei migliori, il padre puntualmente alzava il volume della televisione per non sentirlo o si limitava a cambiare stanza, come all’unisono faceva sua madre.
    Sono andati avanti così fino a quando Marco ha deciso di non parlare mai più, imparando anche lui a cambiare canale quando in televisione si accenna anche solo lontanamente all’omosessualità







    Quando incontri qualcuno in un luogo pubblico,soprattutto se affollato e con musica ad alto volume e gli chiedi
    “ Come stai?”
    Non vuoi che sia sincero, la tua è solo educazione, per le chiacchiere sono stati inventati i bar, e le pizze con gli amici, le discoteche non sono e non saranno mai il luogo adatto per le chiacchiere!
    Allora Dall’attimo in cui le tue labbra si richiudono speri con tutta te stessa che la sua risposta sia
    “ Bene grazie tu?!”
    In modo da poter rispondere allo stesso modo, chiudere la conversazione e continuare la serata.
    Ma non sempre si ha quel che si desidera, e ti ritrovi per più di venti minuti ad ascoltare i discorsi di una persona con cui avrai parlato si e no tre volte in tutta la tua vita e di cui ,tra le altre, non ti frega niente, su come le abbia provate tutte per farsi notare dalla ragazza che le piace e su come soffrisse per questo amore non corrisposto, mentre sorseggiando il drink ed ostentando interesse ringrazi in cuor tuo l’inventore degli alcolici!
    Sono quasi le quattro e la gente inizia, pian piano, a lasciare il locale mentre io non sono ancora riuscita a liberarmi dalla morsa di Maria che sembra quasi si diverta a tenermi ferma lì imprigionata da un discorso insensato.
    Arrendevole, le chiedo di spostarci al piano di sotto
    “ Se proprio devo continuare ad ascoltare i suoi discorsi, preferisco farlo tenendo un cocktail in mano, e forse sono così fortunata da essere salvata da qualcuno!” penso tra me e me.
    Con un cenno della mano le indico le scale e rassegnata seguo con passo lento il mio carceriere .
    I gradini sono stranamente appiccicosi, devono averci rovesciato sopra qualcosa e per evitare di chiudere la serata scivolando davanti a più di cento persone preferisco camminare a testa bassa, una figuraccia non è il modo ideale per chiudere una serata.
    In procinto di raggiungere il traguardo, un’improvvisa folata di un profumo a me familiare guida la mia testa automaticamente verso l’alto, giusto in tempo per vederle salire un paio di gradini prima di sparire tra quella marea di gente.










    LA DOPPIA VITA

    Lei vive come se non le importasse nulla del mondo, sempre alla ricerca di qualcosa, sempre con il pensiero da qualche altra parte.
    Cerca di distinguersi da tutti
    E’ quella che ,nelle discussioni, deve avere l’ultima parola e se non ci riesce allora dice qualcosa che in bene o in male è destinata a restare impressa nella mente di chi l’ascolta.
    E’ provocatrice,fredda,distaccata e cinica
    Legge molto, e credo usi i personaggi dei suoi libri come modello di comportamento.”Il ritratto di
    Dorian Grey”, “Veronika decide di morire”, “Alice nel paese delle meraviglie”, glieli ho visti interpretare tutti, una maschera dopo l’altra, con gli amici, i colleghi di lavoro, la fidanzata, è una persona diversa con ognuno di loro, neanche a casa si concede il lusso di essere se stessa.
    Mi pare il suo ragazzo si chiami Nico, il ragazzo perfetto.
    La mamma lo invita a pranzo la domenica, parla di motori con il padre, gioca a calcetto con il fratellino, il sogno di tutte le ragazze, ma com’è che si dice in questi casi?! Ah si, “ i ragazzi migliori o sono già impegnati o sono gay”, beh questo è il secondo caso.
    Si erano conosciuti al liceo, si erano capiti, si erano scelti e avevano deciso di aiutarsi mettendo in scena la più vecchia delle recite, diventare l’una la copertura dell’altro e forse chi sa, arriveranno fino al matrimonio mentre le così dette “ amiche” di Angelica continueranno ad alternarsi nella sua camera da letto senza destare nessun sospetto.
    Io adoro i fumetti e lei mi ha sempre preso in giro per questo, li odia, li ha sempre definiti inutili ed infanti, grosso errore, una minima conoscenza in materia le sarebbe risultata utile.
    Se fra le sue tante letture ne avesse inserito uno ogni tanto forse avrebbe saputo che le “doppie vite” non sono destinate a durare in eterno e che l’una, prima o poi ,incrocerà l’altra portando con se le dovute conseguenze, se li avesse letti forse avrebbe evitato il suicidio sociale.
    Una volta eravamo al bowling si festeggiava un compleanno con una birra e una partitella tra amiche, non venne, disse che era malata.
    Scoprimmo poi che era stata invitata alla festa di compleanno della zia di Nico, l’avevano taggata nelle foto.
    Ci sono delle cose che non bisogna assolutamente fare quando hai dei segreti da proteggere:
    - bere
    - usare i social network
    Facebook 1- privacy 0
    Non le ho mai chiesto il perché di tutto questo, ne tanto meno ho ricevuto spiegazioni, so solo che non mentii mai più, si limitava a sparire per giorni interi per poi riapparire dal nulla con un sorrisino imbarazzato sulle labbra e lo sguardo basso, “ Sono stata impegnata”questo era il massimo che potevi sentirle dire ma era evidente che qualcosa l’opprimeva ,glielo si leggeva negli occhi che era triste, forse era al punto della storia dove l'eroe sente il bisogno di liberarsi di una delle sue doppie vite. Io non ho mai capito quale delle due le pesasse di più e credo neanche lei visto che .. continua a scomparire..





    Ho sempre creduto che l’uomo per la sua smania di dimostrarsi continuamente all’altezza della dicitura di “essere pensante” si complichi la vita da solo, costruendo attorno a se una ragnatela di contraddizioni in cui poi è destinato a rimanere incastrato.
    Siamo continuamente alla ricerca della felicità, di quel pezzettino che ci manca, alcuni di noi sono destinati a non trovarlo mai ma si arrangiano come possono, tirano avanti godendosi gli attimi, ci sono poi altri, invece ,a cui la vita sorride C O N T I N U A M E N T E e non si sentono appagati!
    Maria appartiene sicuramente alla seconda categoria di persone, nonostante riesca a portare a termine qualsiasi progetto le passa per la testa non è mai contenta di nulla

    -Lavoro fisso statale?! le porta via troppo tempo
    -Esteticamente perfetta,?! immaginari chili di troppo
    -Spasimanti a decine?! Una è troppo bassa, l’altra troppo alta, un'altra ancora ha un neo
    -Famiglia che oserei quasi paragonare a quella del mulino bianco.. neanche quella le va bene.

    Dopo aver dichiarato la sua omosessualità ai genitori ebbe la brillante idea di andare a convivere con la fidanzata per quasi un mese e quando come da copione la convivenza fini e dovette tornare a casa i genitori si comportarono come se nulla fosse successo, ne la “fuga” della figlia, ne il suo orientamento sessuale sembrarono minimamente impensierirli e ne tanto meno furono argomento di discussione.
    Hanno sempre soddisfatto le sue richieste, anche le più strane o costose e sinceramente, visto come è venuta su, non so dire fino a che punto la loro sia stata una buona idea.
    Una volta eravamo in un bar a prendere un caffè e si trovò ad assistere ad una telefonata tra me e mia madre.

    “ ti invidio” mi disse “ vorrei tanto che mia madre somigliasse un po’ più alla tua”

    Lì per lì rimasi senza parole, poteva qualcuno abituato a non sentirsi mai dire di no invidiare me che di “no” in tutta la mia vita me ne ero sentiti dire tanti?
    Dopo un po’ capii che forse era proprio questo il perché delle sue parole, avrebbe barattato tutto quello che aveva per ritrovarsi nei miei panni , forse il dialogo con i suoi l’avrebbe resa più felice della macchina nuova.
    Forse avevo invidiato la persona sbagliata, forse non avevo nulla da invidiare a nessuno.








    IO- SUA FIGLIA
    Quando mi chiedono come sia andato il mio coming out mi sento sempre un po’ in difficoltà, non so mai come rispondere, sarà forse perché non l’ho mai fatto realmente.
    Credo che mia madre l’abbia sempre saputo , o almeno è quello che ho pensato quando, guardandola negli occhi , l’ascoltai pronunciare la fatidica domanda:
    “ ma sei gay?!”
    s’intravedeva un velo di rassegnazione, e aveva lo sguardo di chi sa perfettamente cosa dice, ma soprattutto, non sembrò per niente stupita nel sentire la mia risposta affermativa. Posso dire che non fece una piega, lo sapeva forse da molto tempo prima di me, ma le serviva una conferma. Spesso, la guardo in silenzio mente svolge le faccende di casa e, mi rendo conto che sono stata molto fortunata ad avere lei. Un'appoggio in famiglia è importante, quando si vive in un paese come il nostro. Sono l'invidia di tutte le mie amiche, non fanno altro che ripetermi :

    “ Ma beata te”

    Oppure:

    “Avesse reagito così anche mia madre!”

    Parliamo molto, le racconto quasi tutto ,ma per quanto si possa sforzare a mostrare “ apertura mentale” è pur sempre mia madre, e si limita ad essere contenta CON ME ma non PER ME e del resto non posso assolutamente darle torto, ripeto,è mia madre.

    Milano: spedizione omofoba al grido di "HYPERLINK "http://www.gay.tv/articolo/1/13714/Milano--spedizione-omofoba-al-grido-di--ricchioni--froci-"ricchioniHYPERLINK "http://www.gay.tv/articolo/1/13714/Milano--spedizione-omofoba-al-grido-di--ricchioni--froci-", froci"

    Omofobia: gay aggredito e ferito a Roma

    Sono i titoli di alcuni Giornali di un paese in cui le persone discriminano, uccidono, molestano, in nome dell’Amore , della natura e qualche volta ho sentito anche fare il nome di Dio, non siamo come ci voleva lui dicono, a me pare di non aver mai avuto possibilità di scegliere.
    Questa è la realtà italiana, dove una persona può essere aggredita solo perché “ama”
    Questo è il mio paese, e mia madre forse continuerà a tenermi nascosta per sempre e a inventare storie su storie con amici e parenti sul perché non ho un fidanzato
    Io non sento d’avere una nazione, per loro sono uno sbaglio, ma a differenza di altri so d’avere una famiglia, sembra quasi una favola, uno smielato lieto fine scelto apposta per concludere in bellezza un racconto di discriminazione e solitudine ma è tutto vero.
    A casa mia non è il CHI ami a fare la differenza ma il COME lo fai,due concetti altamente differenti. L’unica preoccupazione di mia madre è che sua figlia si comporti in maniera corretta e rispettosa verso il prossimo, anche quando questi non lo è verso di me.
    Si preoccupa solo che io mi comporti come mi ha educata.. come ha educato la persona che nonostante tutto resterà sempre sua figlia.








    QUALCUNO AIUTI GIGGINO
    Quando vivere in un quartiere fa la differenza.


    Può capitare di sentirsi un estraneo nella propria città. Di non essere accettati, di essere guardati in modo diverso, soltanto perchè si ha la sfortuna di abitare in un quartiere malfamato. Non importa quanto tu sia educato o quanti sacrifici facciano i tuoi genitori, se abiti li e sei ancora vivo, se nonostante tu torni a casa la notte tardi, sopo essere uscito con gli amici, senza che nessuno ti rapini, se le tue cose sono ancora in casa e mai nessuno ha cercato di derubarti, è perchè vanti tra le tue conoscenze qualche poco di buono, e quindi è meglio starti alla larga. Questa che vi state accingendo a leggere, è la telecronaca di un risveglio, l'alba in un quartiere dove alcuni credono sia impossibile che arrivi la luce. La storia dell'oro di Napoli, perchè è dal letame che nascono i diamanti.










    Essere svegliata in piena notte dallo scoppio dei fuochi d’artificio non è una novità.
    La prima volta ti chiedi se sono per qualche ricorrenza, magari un onomastico che hai dimenticato, poi inizi a riconoscere le zone da cui proviene il rumore e ti rendi conto che forse è soltanto arrivato il carico di droga che stavano aspettando, quindi la smetti di affannarti nella ricerca “del santo del giorno” e ti limiti a osservare quello spettacolo di colori che si stagliano alti nel cielo nero, o nel mio caso riprovi a dormire.
    Mi giro e mi rigiro nel letto

    “Ora Provo con il cuscino sulla testa, non si sa mai”. Niente, il rumore è sempre troppo forte.

    Il mio cane comincia ad abbaiare, ha tutta la mia solidarietà, io non percepisco gli ultrasuoni e sto impazzendo, figurati lui!
    Quando torna la tranquillità, il sonno è bello che andato.
    “ Forse è meglio che mi alzo va... “
    Apro la porta della mia camera e mi dirigo in cucina, la casa è avvolta nel silenzio.
    I miei genitori e mia sorella dormono ancora. beati loro!!
    Accendo il PC.

    “Vediamo un po’ se c’è qualche novità”

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    Francesca P. Scrive : “ Ciaoooooooooo come stai!?! È una vita che non ci sentiamo! Tra una settimana dovrei scendere a Napoli che ne diresti di farmi da scorta? “

    Mi scappa un sorriso. Non vedo Francesca da quasi un anno. Lei è di Avellino, io di Napoli. L’ho conosciuta quando i miei affittarono una casa per le vacanze dalle sue parti, eravamo delle bambine.
    Se guardo indietro, pare sia passata un’eternità e forse è davvero così.
    Da quando abbiamo lasciato la casa, siamo rimaste in contatto, ci sentivamo spesso e Francesca veniva a farmi visita almeno una volta ogni due mesi e quando gli impegni universitari me lo permettevano, andavo io da lei.
    Lei abita in un “paesino” ed io in una grande città.
    Le persone lì hanno un modo di vivere tutto loro, una visione del mondo oserei dire attardata ma affascinante almeno per me che studio lettere.
    Per loro il progresso è qualcosa di strano, d’infido, leggono poco, ma guardano molta televisione, è la loro personale finestra sul mondo e ovviamente l’uscita di GOMORRA non poteva non attirare l’attenzione di tutto il paese.
    Lei abita ad Ariano Irpino, io a Secondigliano.
    Dopo aver visto il film, la madre non ha voluto che avesse più nessun rapporto con me.

    “ E’ gente pericolosa!” le ha detto
    “ Hai visto il film no!? Hai visto cosa succede lì!” Sottolinea tutte le volte che la figlia fa anche solo lontanamente riferimento a me.

    Le visite sono andate pian piano diminuendo.
    Ora vedo Francesca soltanto quando con una scusa o con un'altra riesce a venire a Napoli.
    Grazie Saviano.
    Dopotutto questa non è l’unica cosa ridicola cui ho dovuto assistere dopo l’uscita del film!
    Non avevo lontanamente idea di quale fosse la capacità di risonanza di un fenomeno mediatico nella società prima di allora.
    E se anche l’onda d’urto emessa dallo scoppio della bomba “Gomorra” non mi aveva sfiorato non significa che non l’avesse fatto prima o poi, visto che abito proprio nell’epicentro del tutto, nel quarto capitolo della prima parte del libro.
    La mia mente va automaticamente indietro di qualche mese, mi pare fosse giugno, forse luglio, non ricordo precisamente so solo che era di mattina presto.
    Uscita di casa per andare a fare la spesa m’imbattei stranamente in un gruppetto di turisti credo che fossero tedeschi o forse finlandesi, che giravano incuriositi per le strade del mio quartiere, spettacolo strano siccome dalle mie parti NON C’E’ NULLA CHE VALGA LA PENA VISITARE.
    Mi correggo, non c’è nulla che valga la pena visitare PER ME!
    Stavo quasi per andare a chiedere se si fossero persi quando uno di loro con un’espressione sorridente impressa sulla faccia iniziò a indicare quelle che comunemente sono chiamate LE PALAZZINE CELESTI, visto il colore dei muri, mentre un altro ometto sulla quarantina, visiera blu, pantaloncini e scarpette da ginnastica, gli faceva cenno di si con la testa, aveva in mano GOMORRA, stavano visitando le zone citate nel libro.

    ASSURDO!

    Indispettita dal ricordo, mi alzo e vado a prepararmi il caffè, il grande orologio di legno appeso al muro segna le sei del mattino.
    “Anticipiamo un po’ la colazione va !”
    Apro gli infissi in modo da poter uscire sul balcone.
    “Caffè e silenzio assoluto, ottimo modo per iniziare la giornata! “
    Comincia ad albeggiare
    La nascita di un nuovo giorno.
    Un altro foglio bianco a disposizione sul quale poter scrivere un altro pezzetto della propria storia.
    Gli uccellini iniziano a cinguettare, si sente chiaro il rumore di un cancello che si chiude.

    “ Buon lavoro! “ esclamo sorridendo.

    Arriva una macchina, una punto rossa vecchio tipo, non riesco a riconoscerne subito il guidatore ma credo sia una donna.
    Posso ancora vederla quando parcheggia nel vicoletto di fronte al mio balcone.
    E’ la signora Russo, la vedevo spesso quando lavoravo in posta, veniva ogni mese a incassare l’assegno statale per il mantenimento dei suoi figli.
    Povera donna, mi ha sempre fatto una gran tenerezza, suo marito era morto un paio d’anni prima in un incidente e l’aveva lasciata sola con tre figli da mantenere.
    Era senza diploma e non riusciva a trovare un lavoro decente. Lo so perché me l’aveva raccontato. di solito quando svolgi un lavoro pubblico a Napoli ti ritrovi a dover svolgere anche la mansione di confidente.
    Diventi involontariamente spettatore della vita di persone che non conosci e che probabilmente non rivedrai mai più ma che in quel momento ti rendono partecipe dei loro pensieri, della loro solitudine.

    Scende dall’auto con fare visibilmente stanco.

    “ Agg truvat fatic a cas e na signor, fatic a nott ma c’aggia fa?!chest agg truvat e po a matin pozz sta ke e figl mj!”
    TRADUZIONE “ faccio la badante per una vecchietta la notte, è l’unico lavoro che ho trovato che ci posso fare!? E’ faticoso ma almeno la mattina posso stare con i miei figli”.
    Questo mi ha detto l’ultima volta che ci ho parlato.

    Una lucina rossa a intermittenza colora il muro bianco della mia casa, una pattuglia di carabinieri sta facendo il solito giro di ronda mattutino.

    “ Non serve a nulla ma almeno il comune si lava la coscienza”.

    La pattuglia mi passa davanti, posso vedere il volto del carabiniere seduto al posto del passeggero.
    Bruno scuro di carnagione, sulla quarantina, sorseggia annoiato il suo caffè , faccio lo stesso.
    Quella scena mi richiama alla mente qualcosa, una vecchia immagine che credevo d’aver cancellato, rimosso totalmente, credo che sia stato il mio primo vero approccio con la morte.
    La pattuglia si allontana, la mia mente la imita, va indietro, molto indietro.
    Dovevo avere quindici anni, forse sedici ed ero appena tornata a casa dopo un pomeriggio passato al negozio di mio padre, era l’unico lavoretto estivo che i miei genitori mi permettevano di fare a quell’età.
    Squillò il telefono
    Ricordo d’averlo appoggiato sul comodino senza riattaccare la telefonata.
    Per un attimo non pensai a nulla, vuoto assoluto, cervello spento .
    Occhi fissi nel vuoto
    “ incidente in motorino…è morto “
    Incidente, motorino, morto, credo di aver sentito quelle parole milioni di volte prima di quel momento ma erano leggere, erano un insieme di suoni, erano parole, pure e semplici parole…
    Ora invece sembravano macigni, mi si bloccavano sulla punta della lingua, non riuscivo a pronunciarle, non riuscivo a spiegare, non riuscivo a parlare, quelle parole, quei suoni avevano preso forma, consistenza, forse è questo che succede quando una cosa acquista significato.
    Sono passati anni ma ancora non mi sono rassegnata all’idea di non poter riveder mai più Tonino.
    Evito volontariamente di passare “nel rione” (il quartiere dove abitava) e quando sono costretta a farlo ancora mi sembra di vederlo lì seduto su quel muretto che mi saluta sorridendo mentre aspetta il prossimo compratore.
    Suo padre se n’era andato e aveva abbandonato lui e la sorellina rifiutandosi di pagare gli alimenti, la madre faceva due lavori per potersi permettere di mantenerli entrambi a scuola.
    A casa non c’era mai.
    Tonino, voleva essere d’aiuto e aveva scelto la strada del guadagno facile.
    Aveva lasciato la scuola, sua madre c’è l’aveva riportato a calci.

    “ Voglio andare a fare anche la prostituta ma tu devi andare a scuola!”
    “ Questi non sono problemi tuoi ci penso io ai soldi!”

    Gli aveva urlato l’ultima volta che l’era andato a riprendere in strada, mentre Tonino era seduto li, su quel muretto che aspettava il prossimo compratore.
    Ricordo ancora le parole di uno dei due carabinieri che assistettero alla scena senza intervenire.

    “ Tutte le mamme dovrebbero essere così”

    La signora Assunta a casa non c’era mai e Tonino aveva scelto la strada del guadagno facile.

    “ Vado a lavorare a Benevento in un cantiere” le aveva detto, ma non era mai arrivato più in la del suo stesso quartiere.
    A me piace immaginarlo mentre costruisce case per gli angeli adesso.
    Anche se forse non è proprio il paradiso il posto che meritava, mi piace immaginarlo ancora seduto sul solito muretto, mentre saluta i passanti con quel suo sorriso da “scugnizzo”.
    Mi piace immaginarlo lì, infondo lui voleva solo aiutare quella madre che avrebbe fatto anche la prostituta pur di farlo andare a scuola.
    Erano quegli gli anni in cui mia madre mi ripeteva di non frequentare certa gente, le cosidette cche cattive compagnie che con il passar del tempo avrebbero potuto influenzarmi.
    Non ho mai condiviso questi pregiudizi.
    Ogni persona ha la sua storia ed è il perché ha compiuto una determinata tipologia di scelta a fare la differenza, non il contrario.
    “ Non basta una condotta corretta a tenere lontani I guai” dice Lucia alla fine dei promessi sposi, e viveva nel 1800.

    Abitiamo qui da sempre, la mia è una delle famiglie più vecchie e rispettate del quartiere.
    I miei nonni hanno costruito questa casa, ora ci abito con i miei e un giorno vorrei starci con la mia famiglia.
    Era il sogno di mio nonno, mi ripeteva sempre che quando aveva posto la prima pietra la nostra era l’unica casa, intorno c’erano solo terre, distese sconfinate di alberi da frutta e animali al pascolo. In piccola parte era ancora così quando sono nata io, me lo ricordo.
    Per fortuna mio nonno è morto prima di vedere, prima di sentire etichettate le sue nipoti come “cattive compagnie” solo perché abitavano lì, nella sua casa.
    La mia mente è iperattiva, si rimette in moto, viaggia su fili invisibili che collegano i miei ricordi spostandosi avanti e indietro nel tempo, riportando alla luce spezzoni di un vissuto che ora mi sembrano di un'altra vita, la vita di un'altra persona.
    Ed ecco lì l’immagine di mio nonno che mi tiene per mano e che mi porta a prendere “ un po’ d’aria fresca” nelle campagne circostanti, usava fare così, diceva che faceva bene alla mia asma. Ah, se sapesse che ora fumo!
    Di riflesso mi accendo una sigaretta mentre ormai il sole è quasi alto nel cielo.
    I peschi in fiore, l’odore pungente della terra bagnata, le scarpe sporche di fango, mi ricordo tutto meno la faccia di mio nonno, quella è sempre più sfocata.
    Quella campagna non esiste più già da un po’, si è trasformata prima in una fabbrica enorme e poi in un palazzone abbandonato, o almeno lo è per la legge.
    E’ diventato “albergo di drogati”, si riuniscono tutti li.
    Li vedi uscire o entrare a qualsiasi ora del giorno e della notte.
    Si muovono in gruppo, vestiti logori e nessuna espressione sul viso.
    Gli occhi vuoti di luce e di colore sembrano l’oggettivazione del nulla che si portano nel cuore.
    Un girone dell’inferno.
    Lo scenario è molto simile.
    Persone che si accasciano, che sanguinano, che dormono tra l’erba, ti può capitare di vedere di tutto se ti soffermi a osservare.
    Qualche volta mi è capitato di immaginare una miriade di diavoletti che aggirandosi per quelle mura si divertiva a infliggere le pene più crudeli.
    “il girone dei disperati”, solo che non si tratta della Divina Commedia ma del vicoletto dietro casa mia dove una volta c’erano i peschi in fiore e mio nonno mi portava a passeggiare.
    Meno male che è morto prima di sentirmi definire cattiva compagnia solo perché abito a Secondigliano.
    Se fosse stato ancora qui con me, molto probabilmente, si sarebbe arrabbiato e avrebbe dato in escandescenza, di solito era cosi che sfogava i suoi sensi di colpa.
    Non poteva di certo sapere che i suoi peschi, con il passar del tempo, si sarebbero macchiati di letame, quando pose la prima pietra di questa casa.

    Il mozzicone incandescente mi brucia le dita, il vento ha fumato la sigaretta al posto mio.
    Il suono insistente di un clacson anticipa l’arrivo dello scuolabus, inizia ufficialmente la giornata.
    La strada si popola, è un festival di zainetti e grembiulini colorati che si muovono senza sosta.

    “ fa o brav a mamm” (fa il bravo) e schiocca il primo bacio.
    “ mi raccomando il compito” e giù una carezza.
    “ mamma t ven a piglia arop” (mamma dopo ti viene a prendere.)

    Una coppia di anziani coniugi scende ad accompagnare il nipotino.
    Dopo le consuete raccomandazioni lo fanno accomodare e aspettano che l’autobus parta.
    Il bambino è seduto nell’ultima fila, quella vicina al grande finestrone centrale e prima di sparire all’orizzonte si gira per salutare ancora i nonni con un gesto della manina.
    “ m’arraccuman Gigì studia e addvient coccurun!” (mi raccomando Giggino studia e diventa qualcuno) gli urla il nonno da lontano.

    Non riesco a non pensarci.
    Giggino, sicuramente, s’impegnerà nello studio e diventerà un ottimo cittadino ma sarà definito come “cattiva compagnia” fin quando vivrà a Secondigliano, fin quando ci sarà qualcuno che farà di un’erba un fascio generalizzando e ingrandendo il marcio di un quartiere fatto anche di brave persone.

    Di scatto mi alzo e vado al PC.

    “ qualcuno dovrà pur dire qualcosa” Penso.

    Start
    Programmi
    Microsoft Office
    Microsoft Word

    Inizio a scrivere

    “Essere svegliata in piena notte dallo scoppio dei fuochi d’artificio non è una novità, …”.

    “ Qualcuno dovrà pur difendere Giggino”.








    MANO DI PLASTICA

    Quando "bambino" non è sinonimo d'innocenza.



    Questa è un storia meno recente, di quelle che vi ho raccontato fino ad ora. E' un ricordo. Riguarda qualcuno che ho conosciuto da bambina. Mi è tornato in mente così, per caso, credo che sia perchè tra tutti coloro che sono passati nella mia vita, è colui che più merita di essere citato in queste pagine, anche se solo per poche righe. Credo di poterlo definire come " il mio primo migliore amico", uno di quei vecchi amici d'infanzia di cui si conserverà per sempre un dolce ricordo.



    L'arrivo delle vacanze estive, è sempre un grande evento per qualsiasi bambino. Ricordo ancora le notti insonni ante-partenza, passate ad aspettare l'inizio dell'operazione " bagagli in auto", vedere papà sistemare le valigie nel bagagliaio, voleva dire che mancava poco, che a breve ci saremmo messi in viaggio e, io non vedevo l'ora, io non vedevo sempre l'ora. Per circa dodici anni, la meta delle nostre vacanze estive è stata sempre la stessa, potevamo affittare una casa diversa da quella dell'anno precedente, andare in un altro quartiere, ma il posto era sempre lo stesso e, a me andava bene così. Ci avevo messo radici, sentivo quel luogo come una seconda casa, avevo la mia spiaggia preferita, sapevo quale fosse il bar che faceva il gelato più buono, avevo lì il mio amico. Non ricordo con precisione quando l'ho conosciuto, so soltanto che mi ricordo di lui da sempre, sarà stato perché è un parente alla lontana, o semplicemente perché i nostri genitori avevano deciso che dovevamo essere amici. Non era una bambino molto facile, il più delle volte era di cattivo umore e, non sempre mi ha trattata benissimo, ma con il passar del tempo eravamo diventati inseparabili. Lui aspettava il giorno del mio arrivo li, con la pari intensità con cui io desideravo partire, ed ogni volta era come se non fossimo stati mai separati. Ricordo come se fosse ieri, il giorno in cui suo padre mi insegnò a nuotare. Lui, abitando vicino al mare, aveva già imparato da un bel pezzo, ma nonostante questo era sempre molto restio ad entrare in acqua. Ho dovuto insistere per giorni interi, prima di riuscire a convincerlo a venire a nuotare con me. Non perché non volesse, anzi, ma Lui era fatto così, preferiva starsene sempre in disparte, non attirare l'attenzione su di se. Potrei quasi paragonarlo ad un ombra, ma del resto non potevo assolutamente dargli torto. La madre, a gravidanza inoltrata, contrasse una malattia che adesso non ricordo nello specifico e, le conseguenze sul bambino furono enormi. Nacque malformato, che termine crudele, ma pur troppo è l'unico che si può usare in questi casi, la crescita del suo braccio destro si era fermata all'altezza del gomito, al di la di quello non c'era più nulla. Convivere con una cosa del genere è difficile, sopratutto quando si è dei bambini, non si capisce perché si è diverso dagli altri e, per i tuoi coetanei ogni occasione è giusta per fartelo notare. I bambini sanno essere cattivi molto più degli adulti, credo che il loro sia un mix letale tra curiosità e mancanza di tatto, un qualcosa che da grandi ci facciamo sfuggire negli sguardi. Credendo di fare la cosa giusta, la madre gli regalo una protesi, un braccio da manichino che aveva il compito di celare agli occhi dei passanti e, di chi non lo conosceva, la malformazione che rendeva così triste il suo bambino, sperava che le cose migliorassero, ma non fu cosi. Uno degli anni in cui tornai li in vacanza quasi stentai a riconoscerlo, era diventato una sorta di recluso. “Braccio di manichino”, “mano di plastica”, erano solo alcuni dei nomignoli che gli erano stati dati dagli altri bambini. Tutti lo prendevano in giro. Sulla spiaggia, la figlia del bagnino non faceva altro che chiedergli perché fosse nato cosi, guardandolo come gli ultimi dei fenomeni da baraccone presenti in un circo. Mai una volta, fra le tante in cui abbiamo litigato con gli altri bambini, ricordo di aver sentito uno dei loro genitori ammonirli per quello che avevano fatto, si limitavano a dire “ è malato lascialo stare” o , addirittura vietavano ai propri figli di giocare con lui, troppo nervoso, cattivo, mentre invece era soltanto un bambino triste. Del resto era inverosimile aspettarsi che delle persone, che per prime facevano difficoltà a non provare pietà per quel bambino, potessero spingere i propri figli a trattarlo “ come un bambino normale” “ come uno di loro”. Una persona con un problema del genere, non cerca compassione, non vuole essere agevolato, cerca soltanto di essere uguale agli altri, niente di più niente di meno. Spensierato e libero da pesi, così dovrebbe essere un bimbo, ma qualche volta la vita può essere crudele, e può capitare d'incontrare una piccola anima con la tristezza negli occhi pari a quella di chi, ha già vissuto buona parte della sua vita. Il dover utilizzare quel “braccio di plastica”, di doversi celare al mondo, proprio non gli andava giù, preferiva camminare a testa alta per strada, dando come “manina” a uno dei genitori o a me proprio quella manina, voleva provare a nuotare usando entrambe le braccia, voleva vivere pienamente, come solo un bambino che inizia ad affacciarsi alla vita, sa fare. Con il tempo, la protesi venne utilizzata il minimo indispensabile, fino ad essere rinchiusa in un cassetto. Era un bambino molto coraggioso, l'ho sempre ammirato e, pare che da adulto lo sia diventato ancora di più. Al mondo nulla resta uguale, tutto è destinato a cambiare, le persone, le situazioni, le cose, la mia famiglia e, per una questione di praticità anche la meta delle nostre vacanze estive. Per alcuni anni siamo rimasti in contatto, ci scrivevamo delle lettere, ma pian piano sono andate a sfumare, come il nostro rapporto, cose che capitano quando si cresce. Una volta andai a trovarlo, ma era già troppo tardi, eravamo due adolescenti praticamente estranei, non c'era più nulla tra di noi se non un profondo imbarazzo. Scambiammo giusto due parole, “un ciao” e un “come stai? “ ad occhi bassi e pronunciato tra i denti, ma fui comunque contenta d'averlo visto. Quel bambino così triste era diventato un ragazzo, che in barba alla gente ora studiava per diventare geometra, già, geometra. Crescendo la protesi non fu più un gran problema , aveva imparato ad usarla nel migliore dei modi, dimostrando al mondo intero e, soprattutto a se stesso, che non era la compassione delle persone, la cosa di cui aveva esattamente bisogno, ma di qualcuno che abbracciandolo gli avesse sussurrato all'orecchio “ va tutto bene”. Qualcuno che creda in noi, che ci faccia sentire importanti, che ci aiuti a credere che tutto è possibile, questo è il genere di cose che cambiano le giornate di una persona.

































    Cari italiani,
    Vi sarete chiesti perché, in una delle sezioni precedenti, io abbia inserito tra tante storie di diversità, “biologica” e “fisica” , uno scritto che ha a che vedere con la vita in un quartiere e , quanto realmente questo, possa creare un disagio ad una persona. Sono lusingata, questo vuol dire che il mio libro è finito nelle mani di qualcuno, che abita al di la della mia città, perché chiunque abiti a Napoli, conosce già tutte le risposte.















    Napoli è la mia città, ormai è chiaro. Vivo qui da sempre e non ho mai pensato d'andare via, almeno fino ad ora. Pur troppo devo arrendermi all'evidenza e, abbandonare i propositi da sfegatata sostenitrice partenopea, vivere qui è diventato difficile, ecco, l'ho detto. Per quanto una persona si sforzi per crearsi un futuro, per quanto si studi o si lavori sodo, c'è sempre qualcosa che va storto, che ti fa venire voglia d'abbandonare tutto e partire per terre lontane a cercare fortuna, come si faceva con l'America tanti anni fa. E tutto questo, non è solo colpa delle autorità, lo devo ammettere. Forse risale il tutto all'antica dominazione Spagnola o, a qualche altro fattore nato al tempo dell'unificazione, ma fatto sta, che se realmente si fosse voluto fare qualcosa per questa città, per questa parte dell'Italia, si sarebbe dovuto intervenire al tempo in cui non fu possibile costruire a Napoli la FIAT, per mancanza di manod'opera specializzata. Siamo stati dimenticati tanto tempo fa, e questo ha portato alla nascita di un modo di fare, un modo di vivere dei napoletani nello specifico, che sarà per sempre la nostra rovina. E' vero, a Napoli si spaccia, non c'è lavoro, si ruba ed è una città poco sicura e, alla maggior parte dei napoletani, sta bene così. Dare la colpa “ a chi comanda”, prendersela con chi secondo noi, avrebbe dovuto fare tutto il lavoro, è comodo, ci permette di pulirci la coscienza, di dormire sonni tranquilli. Ma la realtà è un altra. Quando si va fuori città, non ci si sente dire solo, “Napoli fa schifo” ma anche “ i napoletani sono tutti ladri” e , cose così, che non sto qui a trascrivere, sarebbe solo un inutile spreco di spazio e tempo. La rovina di Napoli sono i suoi abitanti, o meglio, la maggior parte di essi. L'altra percentuale, è quella che ne fa le spese, è quella che si sente fuori luogo, sono le persone che per riuscire a realizzare un sogno, per vivere la loro vita senza ne rimorsi, ne rimpianti decidono di spezzare le radici che li legano alle loro origini e, andare via. Perché se in tutto il resto dell'Italia c'è crisi e il lavoro scarseggia, a Napoli hai sempre una possibilità per arrangiarti, ma dovrai fare questo per molto molto tempo. Un lavoretto qui lo trovi sempre, ed è forse una delle cose belle dei napoletani, non si arrendono mai, s'ingegnano, si arrangiano, ma la probabilità di ritrovarti invischiata nella ragnatela del lavoro nero è troppo alta per poter rischiare e, allora si parte; si raccattano le proprie cose, si racimolano quanti più soldi è possibile e si parte per terre lontane. Una volta oltrepassato il cartello con la scritta “ Campania” barrata di rosso non sempre ci si trova di fronte la realtà che ci si aspettava. Al di la delle difficoltà economiche e, di tutto quello con cui chiunque decide di spostarsi deve fare i conti, il napoletano e, mi limito a parlare della mia gente perché solo in merito ho delle prove oggettive, deve fare i conti con i pregiudizi. Ripeto, tutta colpa nostra. Rapinare i turisti arrivati in città per le vacanze, di certo non è una buona pubblicità e, lo stesso vale per le truffe assicurative e per le tante altre attività parallele a cui si dedicano alcuni dei miei concittadini, ma del resto anche i media hanno svolto la loro parte in tutto questo. Dei paesanotti ignoranti e rozzi, ecco gli stereotipi sui napoletani, messi in scena in benvenuti al nord, criminalità organizzata, violenza ed omicidi, ecco cosa si vede in Gomorra. Nei di una popolazione esalta all'ennesima potenza, per una pura e semplice questione di soldi, nel primo caso bisognava suscitare ilarità il più possibile, nel secondo indignazione, con successo a mio avviso. Ma esiste un prezzo per tutto. Mentre qualcuno si arricchisce, qualcun'altro ne deve per forza pagare le conseguenze, è l'equilibrio cosmico che lo impone e, in questo caso specifico è la brava gente. A Napoli abitano un sacco di brave persone, che ogni giorno combattano affinchè il proprio figlio vada a scuola, persone che fanno anche due lavori, per non far mancare nulla ai propri bambini, ragazzi che lavorano e studiano per dare una mano in casa, ma questa è una faccia della città che non fa notizia, è il marcio quello che interessa sul serio; ed ecco allora che iniziano le storielle interessanti, come quella di una mia amica trasferitasi a Londra per lavoro, che si è sentita dire da un gruppo di toscani in visita nella città “ Hai fatto bene a trasferirti qui, come hai fatto a vivere a Napoli? “ oppure quella di un altra mia amica, a cui ho chiesto di rilasciarmi una testimonianza in merito, visto che si è trasferita più volte e, che mi ha risposto così : “ Personalmente no, non ho mai subito discriminazioni, non mi hanno mai presa per napoletana perchè non ho neanche la cadenza, ma mi è capitato di sentire delle cose sui napoletani, cose del tipo ; “ Fai attenzione a quello, è di Napoli” oppure “ sono tutti merda i napoletani” e le ho sentite a Pescara”. Un accento che crea la differenza il nostro, un segno di riconoscimento che è quindi meglio non portare. Tale discorso non fa eccezione, per gli spostamenti all'interno della Campania stessa.. Personalmente mi è capitato, accompagnando mio padre nella ricerca di una casa per le vacanze, di ascoltare esclamazioni del tipo “ Siete fortunato, di solito non affittiamo ai napoletani” oppure “ Ah siete di Napoli? Avete qualche garanzia da presentare?” e ci trovavamo soltanto in provincia di Avellino. Poteri continuare ancora per moto, gli aneddoti non mi mancano, ma non è riempire pagine e pagine di dicerie e maldicenze che m'importa sul serio. Si parla di fare qualcosa per il sud, d'intervenire in favore di questa metà del paese, ma bisognerebbe prima di tutto, cambiare la concezione che il resto del paese ha di noi. Massimo D'Azeglio a suo tempo, mostrò la perplessità nei confronti del processo di unificazione, pronunciando una frase tutt'ora emblematica: ‘Unirsi ai napoletani sarebbe come andare a letto con un vaioloso’, si dice che si riferisse alla corruzione, che in quel periodo imperava a Napoli. A distanza di decenni, la situazione non è cambiata. Per la maggior parte dei nostri compaesani, siamo ancora così, dei vaiolosi, solo che ora ci si riferisce a ben altro. Da secoli e per secoli, brava gente, onesta e lavoratrice, pagherà lo scotto di essere nata in una città, per antonomasia popolata da pochi buono e, non importa quanto tu lavori o studi o quanto cerchi di migliorare te stesso giorno dopo giorno, sei un napoletano e, come tale sarai trattato fino a quando non dimostrerai di essere l'eccezione. Di certo non tutti sono li pronti a puntare il dito, non voglio di certo generalizzare a mia volta, ma provate a chiedere in giro a qualche amico o conoscente, cosa pensa dei napoletani o se lo siete a vostra volta, domandate a chi ha soggiornato in alta Italia, come sia andata la sua esperienza. Credo che adesso molti di voi abbiamo inteso perchè, io abbia scelto d'inserire anche storie con questa tipologia di tematica, all'interno di un libro apparentemente indirizzato verso un filone differente. Il sentirsi non accettati all'interno del proprio paese, portare sulle spalle il peso delle azioni di una parte dei tuoi concittadini non è una cosa semplice. Inizi a sentirti diverso, perdi il concetto di nazione, perchè tanto per la maggior parte di loro, sarai sempre un napoletano.













    Il sole dentro
    Dedicato a te che forse non avrò mai la possibilità di conoscere bene, grazie …

    Pur troppo, per una questione di correttezza e di sincerità, nei confronti non soltanto di chi legge, devo specificare che la persona di cui si parla in queste righe, non c' è l'ha fatta, si è spenta a luglio. Non ho cambiato una riga di quello che ho scritto in quanto credo che meriti di essere ricordata così, come l'ho vista il giorno che l'ho conosciuta, perchè lei era questo. Nonostante tutto, nonostante sapesse che probabilmente il male che si portava dentro l'avrebbe sconfitta, ha continuato a lottare e a sognare, aveva presentato domanda d'iscrizione alla specialistica. Pensateci, una persona malata di tumore, che fa progetti a lungo termine. Quando la vita vi sembrerà dura, perchè un esame è andato male o perchè il vostro fidanzato/a vi ha lasciato, rivolgete un pensiero a lei.Se mai vorrete di morire, se il desiderio di sparire dalla faccia della terra, si farà forte e presente per qualsiasi motivo, che ora non sto qui a sindacare, pensate a lei, la diversa tra i diversi, e dedicatele un sorriso. Ci sono persone che possono insegnare tanto, e io spero proprio che queste righe, possano essere d'esempio a qualcuno.
    Semplicemente ciao..





    Per settimane, mesi, ho cercato una chiusura perfetta per questo elaborato, qualcosa che mi permettesse di enunciare chiaramente ciò che ho sperato che da soli capiste leggendo.
    Avevo intenzione di chiudere il tutto parlando di una persona a me molto cara che di diversità ne sa davvero tanto, ma poi qualcosa mi ha fatto cambiare idea, una notizia che volentieri avrei fatto a meno di ricevere. Fino ad ora vi ho raccontato di persone che vivono un disagio, vi ho narrato di disadattati, emarginati che per un motivo o per un altro vivono una vita precaria aspettando il giorno in cui riusciranno ad avere un pò di luce nelle loro vite. Ora vi voglio parlare di una persona che il sole se lo porta dentro nonostante abbia avuto più di un motivo per lasciarsi andare.
    Quando ti si parla talmente tanto spesso di una persona finisci per costruirti un idea tua su come questa sia in realtà basandoti sui tratti salienti della descrizione che ti viene fatta e così un aspetto caratteriale si tramuta in un qualità fisica. Ad esempio, una persona furba?! Generalmente la immagini di taglia piccina ed esile; una persona simpatica?! Di solito è grassa e sempre sorridente e così via.
    Io però proprio non sapevo come immaginarla una persona malata di tumore o meglio non riuscivo a figurarmela in un modo diverso da quello dei film.
    Una figura esile, pallida, con la testa coperta da un foulard. Ecco chi mi aspettavo venisse ad aprire la porta. Probabilmente mi avrebbe salutata con un filo di voce facendo ben attenzione ad evitare qualsiasi tipo di contatto fisico per paura di un possibile contagio per poi tornare a stendersi a letto questa la scena che mi ero prospettata, l’eventualità che credevo di dover affrontare.
    Al citofono rispose una voce squillante e limpida, pensai che una persona malata non potesse vivere da sola e che probabilmente chi ci aveva invitato a salire fosse qualcuno che le prestava assistenza e della stessa idea fui anche quando a farci accomodare in casa trovammo una ragazza bruna, piena di vita, che senza mai interrompere le sue faccende domestiche si scusava per il disordine.
    Per circa un quarto d’ora rimasi in silenzio seduta in un angolo aspettando di conoscere “ la malata”, ma poi quella ragazza cosi energica e solare si voltò verso di me ed asciugandosi le mani con uno strofinaccio da cucina mi sorrise dicendo “ Perdonami, sono talmente indaffarata che non mi sono presentata, piacere Elisa” e mi strinse la mano saldamente.
    Rimasi senza parole, per un attimo credevo mi stesse prendendo in giro, “la malata” era lei, la persona che avevo immaginato non esisteva, nessun foulard, nessun capello in meno e tanto meno nessuna badante, soltanto una ragazza forte, vigorosa e autonoma che metteva ordine in casa sua.
    Una ragazza come tutte le altre, una mia coetanea.
    A vederla non l’avrei mai detto, mai sarei arrivata a pensare che una persona con una luce di quella intensità riflessa negli occhi stesse così male.
    Un attestato di laurea spadroneggiava appeso ad una parete bianca, sulla scrivania quello della specialistica aspettava il momento in cui anche lui sarebbe stato incorniciato e poco lontano, in un angolo vicino alla finestra, i raggi del sole si divertivano a mettere in risalto i tasti di un pianoforte, quasi volessero dar vita ad una loro personale melodia.
    Parlava al futuro, io tutt’ora stento a crederci quando ci ripenso. Nonostante la consapevolezza che il “domani” sul quale coltivava tante speranze probabilmente non sarebbe mai arrivato, Elisa continuava a fantasticare mostrandoci le collane e i bracciali che lei stessa creava.
    “ La vita è maledettamente ingiusta”, fu questa l’unica cosa che mi venne da pensare quando andando via da casa sua, senza un perché mi voltai d’istinto verso la sua finestra.
    Durante l’arco della nostra vita conosciamo tante persone, qualcuna resta con noi per tanto tempo senza lasciarci nulla, senza imprimere un vero e proprio segno di quello che è stata la sua “permanenza”, ed altre invece sono capaci di insegnarti tanto senza neanche accorgersene come lei ha fatto con me.Anche se i medici non sono dello stesso avviso io spero di riuscire a rivederla un giorno e magari stringendole la mano dirle un secco e sonoro grazie senza nessuna spiegazione di sorta, perché sono le persone come lei che fanno la differenza in questo mondo in cui anche la vita umana ha perso il suo significato.
    E’ stata lei ad insegnarmi quello che sto cercando di spiegare a voi.


    Al mondo esistono sei miliardi di persone tutte diverse tra loro.
    Tra questi sei miliardi, qualcuno vive un disagio in quanto non per scelta propria è un diverso tra i diversi.
    Da qualche parte in questo momento una di queste anime sta cercando il modo di essere trattato come una persona e non come “la diversità” che lo contraddistingue.
    Forse mentre stai leggendo queste righe tuo figlio, chiuso nella sua camera sta cercando il modo giusto per comunicarti la sua omosessualità, sentendosi in colpa per una delusione che non avrebbe mai voluto darti e sta maledicendo se stesso.
    Probabilmente sarei messo a conoscenza troppo tardi della malattia di un tuo caro che voleva solo fare in modo che tu non lo guardassi con occhi diversi..


    .. E mentre il mondo fuori sta compiendo chissà quale progresso io sto qui a parlarvi di un mondo che per voi non c’è…

    E se in questo mondo, qualcuno a tua insaputa ci avesse mandato ad abitare una persona a te cara, come ti sentiresti?!



































































































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whiteteeth
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whiteteeth (#7) - 1818 giorni fa
Interessante squarcio di una realtà poco conosciuta e troppo pubblicizzata :)
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