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    Autostoppista

  • amorusomartina avatar
  • Ero partita da tempo ormai. A volte credevo troppo, a volte troppo poco. Una cosa la sapevo: la strada era ancora lunga, chilometri e chilometri. Ero appena uscita dall’autostrada. Era letteralmente intasata. La gente si era praticamente accampata negli spazi fra una macchina e l’altra, con l’allegria e la spensieratezza tipica di chi sa che sta andando in vacanza e solo al ritorno ritornerà alla solita routine. Pausa.
    Si parlava con la gente delle macchine vicine, ci si raccontava barzellette, progetti, episodi di vite sconosciute che si incontrano per un po’ e regalano quella tranquillità di chiacchiere innocenti per passare il tempo, quella carica che deriva dal fare casino con la musica a tutto volume che veniva dagli stereo delle auto, quella complicità che c’è nel prendere in giro e spettegolare.
    Poi il traffico si era sbloccato, le macchine alla spicciolata avevano ripreso a camminare, a macinare prima metri, poi chilometri, allontanandosi sempre più veloci.
    La macchina accostata ai bordi di una strada di campagna con il grano appena tagliato osservavo la macchina sporca nell’aria polverosa.
    Mi era sembrata così bella poco prima. Nuova, sofisticata, elegante e allo stesso tempo semplice, veloce, piena di carburante e con tanta voglia di partire. Ora non era più nuova e non mi sembrava più nemmeno sofisticata, elegante non lo era e semplice… beh, era semplicemente sporca. Veloce nemmeno a pensarci, si era trascinata per gli ultimi chilometri come fosse una vecchia con l’artrite che si trascina metro dopo metro cercando di spendere meno energie possibile sapendo che la strada per la sua amata sedia a dondolo è ancora lunga. Al motore non arrivava più carburante, lo avevo bruciato troppo in fretta all’inizio, ora non ne era rimasto neanche una goccia.
    Era ferma. In quella landa desolata e seccata dal sole di inizio luglio.
    La fissavo e speravo tanto che non fosse la mia auto. Che non fossi io ad essermi bloccata lì per non so quanto.
    A quel punto aspettavo solo che qualcuno mi portasse via da quel posto. Ero pronta a salire con chiunque mi avesse portato via da lì.
    Ero pronta a fare l’autostop, non mi importava chi mi avesse raccolto, né dove mi avrebbe portato.

    Sbattei le palpebre e osservai la mia immagine allo specchio. Sempre la stessa me. Iniziavo ad odiare la mia immagine riflessa nello specchio in quella casa piena di specchi. Odiai mia madre per la sua passione per gli specchi. Ce n’erano di grandi, di piccoli, di decorati, di antichi, di vecchi. Specchi. Specchi. Specchi e ancora specchi. E non ne potevo più di vedermi riflessa in quei pezzi di vetro.
    Distolsi lo sguardo dallo specchio sulla mensola del corridoio. Tenni il vassoio in equilibrio su una mano e con l’altra aprii la porta della camera di mia madre.
    Venni assalita dal buio e dall’odore di chiuso. Storsi il naso.
    Appoggiai il vassoio con la colazione sul comodino e mi avviai verso la finestra. Tirai le tende e spalancai gli scuri. Una luce fredda inondò la camera illuminando in pieno il volto cereo di mia madre.
    Sbattè le palpebre qualche volta e poi socchiuse gli occhi.
    -Chiudi le tende tesoro- sussurrò con voce roca.
    -Sono le undici passate, devi mangiare qualcosa- risposi stanca della solita tiritera. –E devi prendere le medicine-
    -Lo farò- ribattè.
    Risi. Una risata amara senza divertimento.
    -No, non lo farai-. E non rispose perché sapeva che avevo ragione.
    -Non mi sento bene- disse dopo una piccola pausa colpevole tirando su appena un po’ la testa e fissandomi con sguardo semiassente.
    -Che novità- risposi sarcastica.
    -Non prendermi in giro- scattò.
    La vidi arrivare, la rabbia cieca da malato terminale che non accetta la sua sorte.
    Abbassai lo sguardo senza le energie per affrontare una discussione. L’ennesima.
    -Mangia- ripetei con voce atona alzando lo sguardo su di lei.
    Continuai a fissarla finchè non cedette. Piano piano si tirò su e iniziò a mangiare qualcosina.
    -Non devi andare a lezione?-
    Sbuffai. Era un genio a cambiare discorso e liberarsi di me. Di solito le persone vogliono avere vicino la propria famiglia quando stanno per morire. A quanto pare lei era l’eccezione che conferma la regola.
    Era sempre stata strana, fuori dagli schemi. Ma sempre la stessa pazza artista piena di vita. Quella che collezionava specchi, che dipingeva in cantina, che canticchiava sfornando una torta dopo l’altra e ogni tanto decideva di cambiare la disposizione dei mobili e di ridipingere casa. Quella che mi aveva fatto amare l’arte e il design.
    Fottuto cancro, non ti bastava togliergli la vita, ma anche privarla della sua folle allegria.
    -Sì-
    Girai i tacchi e la lasciai sola. Ricacciai indietro le lacrime inutili che sentivo mi pungevano gli occhi.
    Presi la borsa già pronta dal tavolo della cucina. Sentii il peso dei libri che avevo messo nella borsa. Vicino al mobiletto con il telefono e le chiavi, sotto l’ennesimo specchio, c’era un foto di me, mia madre e mio padre.
    Chissà dov’era adesso? Erano mesi che non avevamo più sue notizie. Anche per questo ce l’avevo con mia madre. Con la sua irritabilità aveva cacciato pure lui e io mi ero stancata di dovermi prendere cura di lei. Ero io la figlia, non lei. Si supponeva che dovesse essere lei a prendersi cura di me, non il contrario.
    Chiusi la porta dietro di me e scesi di corsa i tre piani di scale scappando da quella casa.
    La monotonia grigia e fredda del novembre milanese mi travolse e mi lasciai trascinare e sospingere senza forze dalla routine quotidiana.
    Presi la metro di corsa, in ritardo come al solito.
    Entrai nel vagone qualche secondo prima che si chiudessero le porte. A quell’ora il treno era mezzo vuoto.
    C’erano poche persone.
    Passò la fermata a cui dovevo scendere ma all’ultimo momento cambiai idea e continuai per la stazione.
    Uscii dalla metro e presi un biglietto per il primo treno che partiva senza voler sapere dove andasse. Il treno partiva dopo cinque minuti.
    Corsi fra i binari per riuscire a prenderlo.
    Quando trovai il mio posto mi sedetti e per la prima volta nell’arco degli ultimi venti minuti mi accorsi di quello che avevo fatto. Ero scappata anch’io. Come mio padre. E non sapevo quando sarei tornata indietro, non sapevo nemmeno se sarei tornata.
    E mi piaceva il nuovo senso di libertà che provavo.
    In partenza il treno delle 12.05 per Venezia
    Rimasi colpita. Venezia?
    Il destino era per una volta dalla mia parte.
    Una risata mi scosse dai miei pensieri e mi accorsi dell’uomo seduto davanti a me. Ecco ci voleva anche questo, farsi ridere dietro.
    Però per una volta non era stato una sguardo di compassione, lo stesso che mi aveva fatto allontanare da quasi tutte le persone che conoscevo.
    -Scusa?- chiesi.
    Rise di nuovo mettendomi allegria, anche se stava ridendo di me.
    -No, è che…- scoppiò di nuovo a ridere –Hai fatto una faccia quando hanno detto Treno per Venezia, come se lo scoprissi adesso-
    Si era visto così tanto?
    -Ehm… È così in effetti-
    Spalancò gli occhi e scoppiò di nuovo a ridere.
    Scossi la testa e diressi lo sguardo fuori dal finestrino.
    Il treno iniziò a muoversi e acquistare velocità e osservai il mondo fuori che cominciava a muoversi sempre più velocemente.

    Un trattore passò e il vecchietto mi osservò dall’alto della cabina del trattore.
    Gli dissi il mio problema: avevo finito la benzina.
    Con un sorriso sdentato scese con passo energico da quell’enorme trattore con una tanica di benzina e una piccola pompa. Non era molto, ma era abbastanza per arrivare al primo distributore e fare il pieno.
    Accettai volentieri chiedendo quanto gli dovevo. Niente. Era gratis.
    Entrai in macchina. Infilai la chiave. Spinsi la frizione. Misi la prima.
    La macchina si mise in moto con un piccolo sobbalzo.
    Salutai con la mano il contadino che mi salutò con un suo sorriso sdentato.
    Diedi gas e la macchina partì e piano piano si avviò verso il distributore che mi aveva indicato il vecchio. Mi trattenni. Non era ancora tempo per esultare, per affondare il piede sull’acceleratore.
    L’auto lasciava dietro di sé altro asfalto. Un poco allo volta, ma se lo lasciava alle spalle, e andava avanti.

    L’uomo aveva smesso di ridere e sentii il suo sguardo su di me. Lo osservai senza farmi vedere nel riflesso del finestrino opaco del treno.
    Capelli neri leggermente mossi, ribelli. Fronte alta e senza rughe, rilassata. Occhi chiari semichiusi, spiritosi. Labbra rosa e carnose, sorridenti.
    Una camicia a quadri blu, beige e bordeaux aperta su una maglietta blu. Sul sedile di fianco una valigetta semisommersa da una giacca blu scuro.
    -Lo so che mi stai guardando- disse con ancora nella voce l’ombra della risata di poco prima.
    Arrossii, ma solo dentro di me. Fuori mantenni un’espressione neutra.
    -Ah sì?- e mi girai di nuovo verso di lui.
    -Come ti chiami?-
    -Non mi chiamo-
    -Come ti chiami?-
    -Carolina- risposi.
    -Libera-
    -Cosa?-
    -Il tuo nome vuol dire libera- precisò
    Wow. Magari fosse stato veramente il mio nome.
    -E Monica?- chiesi curiosa.
    -Ci sono due versioni: la prima fa derivare il nome da mamma, la seconda da eremita-
    Lo guardai colpita. Chi era quell’uomo? Semplicemente dicendogli due nomi mi aveva descritto.
    -Allora voglio essere Carolina, non Monica-
    Chissà se capì. Forse, o forse no.
    -Sei strana- disse.
    -È una cosa positiva o negativa?-
    -Ancora non lo so- rispose. –Quando lo scopro te lo dico-
    Era pazzo. Ancora più pazzo di me.
    -Chi sei tu?-
    -Non sono-
    Sorrisi.
    -L’ho già sentita quella battuta-
    -Alessandro-
    -Che vorrebbe dire?-
    -Protettore-
    Basta. Era tutto troppo assurdo.
    -Mi stai prendendo in giro-
    Scosse la testa e seppi che era vero.
    -Quindi, visto che io sono il Protettore, perché Carolina non vuole essere Monica?-
    Fissò quegli occhi incredibilmente azzurri su di me e aspettò in silenzio. C’era qualcosa in quell’uomo, qualcosa che mi attraeva. Era libero, sicuro. Era il tipo di persona che ti ride in faccia senza paura di essere giudicata, senza curarsi di essere giudicata. Era così come lo vedevo. Ed era come una ventata d’aria fresca dopo mesi di aria afosa e viziata. Ferma. Stagnante.
    Incredibile come è facile raccontare se stessi a uno sconosciuto, soprattutto se questo sconosciuto sembra capirti meglio di te stessa.
    Le parole erano lì da tempo. Spesso le sentivo che erano lì che spingevano, che volevano uscire. I pensieri erano affollati nella mia mente ma non riuscivano a trovare il modo di dar vita ad una frase e di uscire dalla mia testa. Volevo tirarli fuori perché mi stavano logorando dall’interno tutte quelle cose non dette. Ma semplicemente non uscivano, rimanevano imprigionate nella mia testa, affollandola, andandosi a sommare ad altre emozioni, parole, immagini che già si stipavano all’interno di quelle quattro pareti che era il mio cranio. Sapevo che nel momento esatto in cui avrei capito come fare per esprimere il mio tumulto interiore, sarei stata meglio. Sapevo anche che quel momento sarebbe arrivato da solo, era inutile sforzarmi, non sarebbe servito a niente a parte innervosirmi ancora di più. Avevo solo bisogno di trovare il momento giusto e la persona giusta per ricevere quella valanga di parole che sapevo sarebbero uscite prima o poi.
    Sentii il blocco invisibile sciogliersi e la massa ribollente nel mio cervello svicolò verso l’unica direzione che riuscì a trovare, quella che portava alle orecchie di quello sconosciuto dagli occhi azzurri.
    E in silenzio lui sopportò quella folla delirante che era stipata nella mia testa e che da troppo tempo aspettava di uscire da quel luogo che stava diventando asfissiante. Non mi fermò neppure quando le lacrime cominciarono a scendere bollenti sulle mie guance.
    Poi la mia voce si spense e rimase il silenzio.
    -Autostop- rispose dopo un po’.
    -Cosa?-
    -Stavi facendo l’autostop, aspettavi che qualcuno o qualcosa ti portasse via. Ma sei sicura che scappare fosse la cosa giusta?-
    Di nuovo quella domanda. La stessa che andavo ripetendomi da quando avevo preso quel treno.
    -Non voglio rimanere di nuovo a piedi. Voglio andare avanti, sempre-
    Non so se era un risposta a quella domanda. Era quello che volevo. E mi faceva male pensare a mia madre in quella casa, da sola, ma a volte non riuscivo più neanche a capire se quella era mia madre. Come poteva quella donna irritabile e disinteressata dei miei sforzi ad essere mia madre? Non cantava più. Non sfornava più torte. Non dipingeva più. Non si curava più della casa e odiava i colori, la luce e la musica.
    Io non ce la facevo più. Cavolo avevo ventidue anni e mi sembrava di non vivere più la mia vita. La guardavo da fuori con cinismo e la vedevo vuota, sporca e vecchia.
    -Vuoi essere Carolina?- mi domandò.
    -Sì- dissi con un dolore sordo alla gola.
    -Ok-
    E cambiò discorso. Accettai volentieri quella sua scelta.
    Il treno filava veloce verso la sua meta mentre noi parlavamo. Non parlavamo di niente di realmente importante, ma di qualcosa che in quel momento pretendeva la nostra completa attenzione.
    Quando la voce femminile annunciò all’altoparlante che il treno era arrivato erano le due e quaranta.
    Scesi dal treno con la borsa a tracolla, seguendo la schiena di Alessandro.
    Nel parcheggio si voltò verso di me. Vidi nel suo sguardo che mi stava salutando. Stupida io che lo avevo seguito.
    -Ehi- disse con un sorriso.
    -Ehi- risposi.
    -Dove andrai adesso?-
    Sbuffai. Di nuovo aveva dato voce ai miei dubbi, e di nuovo mi trovò senza una risposta.
    -Non lo so. Con me ho il portafoglio, le chiavi di casa, il cellulare, i libri di design e pubblicità, un astuccio e un blocco di fogli a quadretti-. Guardai meglio nella borsa sperando che comparisse la lampada di Aladino ma, ovviamente, quella non comparve. –Non so- ripetei –Dove potrei andare con queste cose?-
    -A mangiare qualcosa, per esempio?-
    -E dove?- obiettai.
    Finalmente mi resi conto che scappare non era stata un’idea molto brillante. Non avevo niente con me, tutto ciò che avevo era nella casa dove ero sempre vissuta, a Milano.
    -Quella era Monica, tu adesso sei Carolina. O no?-
    Sono Carolina? Voglio essere Carolina?
    Annuii.
    -Bene, buona fortuna Carolina-.
    Sorrisi e lo guardai scomparire tra la folla con una carica crescente dentro di me, sentivo gli ingranaggi della mia vita scastrarsi, collaudarsi e riprendere a funzionare con un cigolio.
    Poi scomparii anch’io fra la folla veneziana, piena di un entusiasmo leggero che mi spingeva in avanti.

    Arrivai al distributore che mi aveva indicato e feci il pieno.
    Lanciai la macchina in quinta con il serbatoio pieno. Ero di nuovo in viaggio e davanti a me mi aspettava una lunga strada, ma avevo ritrovato l’entusiasmo e non mi spaventano la mole di chilometri che avevo davanti.
    Mi chiamo Carolina e ho ventitré anni.
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